venerdì 27 febbraio 2026


 

E, ora ?

Vincenzo Calafiore

28 Febbraio 2026


Io sempre con la testa fra le nuvole, non mi rendo conto della mia età anagrafica. Che in verità non comprendo. Non comprendo il suo freddo linguaggio che mi classifica “ vecchio “.

Questo vocabolo nel mio dizionario umano non è contemplato, e di conseguenza non ne comprendo il suo significato.

Che significa vecchio, o essere considerato un vecchio ?

Quel che io ho dentro di che assieme al mio essere in uno strano equilibrio tra esistenza e la scorrevolezza del tempo, cioè voglio dire: esperienza, saggezza che sono e fanno parte, diventano fasciame dell'imbarcazione con la quale ho attraversato la mia vita.

Chi l'avrebbe mai creduto possibile che io potessi raggiungere un così importante traguardo? Nessuno, proprio nessuno, visto che ero destinato sin da giovane età a una morte certa! Io ancor meno di qualsiasi altro.

Eppure ciò che si rifletteva nello specchio di fronte era proprio il mio viso, i miei occhi, i miei capelli ispidi e bianchi, le mie gote …. sono proprio io, insomma, io in carne ed ossa, a trovarmi su un carro.

Infatti, la mia permanenza su quel carro di una carovana di nomadi, gente senza confini, tenuti assieme dallo stesso sogno: la libertà!

Ma solo al fatto che avevo il Gatto e la Volpe sguinzagliati da Mangiafuoco sulle mie tracce.

Stavo fuggendo.

Provavo una strana sensazione, addirittura piacevole, avventurosa.

Non sono mai stato un individuo tracotante e impavido, uno di quelli capace con un solo schiocco delle dita da cambiare il corso delle cose, e neppure perché avessi radicato in me quel grande senso dell'onore: no, ero incredulo unicamente perché sin da giovane avevo deciso che la mia sarebbe stata una vita tranquilla e serena.

Di conseguenza, sempre, mi sono mosso tra persone e cose con cautela e paura, senza mai compiere un passo falso.

A tradirmi da sempre è stata la mia anima che avrebbe voluto, voleva vivere da nomade, e io amavo gli zingari, i gitani …. artisti, cantastorie, abili coi coltelli, ma anche fantastici quando nelle sere di primavera, d'estate, trascorrono la notte ballando e facendo musica attorno a un grande falò.

E torna la mente a Socrate, a cosa fosse per lui la vecchiaia, insomma la sua prospettiva, la prospettiva socratica.

La vecchiaia non è definita tanto dal decadimento fisico, quanto dallo stato d'animo e dalle qualirà interiori dell'individuo …. insomma l'invecchiamento è una fase che bisogna vivere con serenità e saggezza.

Ma io penso che ci sia ancora un qualcosa da aggiungere, un qualcosa che manca in questo pensiero.

La storia mia è una filastrocca, una filastrocca nota, che per gioco ho fatto imparare alle nuvole, sulle note dettate dal vento ...ora piano, ora più forte, un continuo crescendo di emozioni in un sol fiato, come una corale sacra rivolta a Dio.

E ora che la mia strada di campagna s'era dissolta in un desolato gtoviglio di crateri e rovi, quale mai sarebbe stato il mio destino?

Dovrei chiederlo a Dio?

C'era un disegno dietro tutto questo o solo un rimbombante vuoto?

Lo so bene. Conosco perchè ho visto abbastanza, il mondo di Mangiafuoco lo conosco bene, anche se in verità ho cercato di vivere

là dove vive il “ popolo di mezzo” la grande umanità invisibile, la piccola gemma che farà nascere una nuova foresta in un altro altrove.

Ma rimane una domanda, l'ultima, quella che suggella il passo-trapasso a un'altra dimensione. Dove non ce età, là dove non esiste il tempo ne Mangiafuoco. Lì saremo tutti uguali, con la stessa tunica bianca e una cetra nelle mani. Niente armi, niente guerre, niente rancori, niente solitudine.

Vorrei chiedere a Dio se fosse possibile non di fermare la corsa del mio tempo, ma di rallentarlo affinchè possa ancora amare chi da tempo mi ha lasciato solo, fosse un amico, un fratello, un figlio … che importanza avrebbe ora adesso un suo abbraccio?

Tanto da poter dire: ora me ne posso andare via davvero sereno!














giovedì 26 febbraio 2026


 

La mia Pasqua nel mondo sconvolto dalla violenza


Vincenzo Calafiore

27 Febbraio 2026


Questo è purtroppo un mondo sconvolto dalla violenza.

Brancoliamo nel buio. Tutto dà segno di disfacimento. Un invisibile tsunami ci sta travolgendo.

Eppure io conosco i segni di una primavera nascosta, ma che c'è !

Ma per vederla bisogna volgere lo sguardo al trove.

Bisogna accorgersi di qualcosa che sta accadendo e germogliando nel silenzio.

Lontano dai riflettori, dagli incantatori di serpenti.

E' come quando stava crollando l'impero romano e sembrava vi fossero solo le rovine e le orde barbariche e i lupi che infestavano ogni luogo:

invece qualcuno silenziosamente stava piantando il seme di una nuova civiltà e della città di Dio.

Dunque non guardate dove guardano tutti, i media, cioè verso le rovine!

Perché la vita e la speranza, la fede, non vengono dalla politica, dai freddi bilanci economici, dall'economia, dagli stati, dagli intellettuali, dalle armi, dagli eserciti e neanche dalle sedicenti rivoluzioni.

La novità vera a guardarla sembra fragile e silenziosa come le gemme che spuntano a rinnovare la vita di un bosco.

CharlesPeguy ( (1873-1914 )

«La Speranza sola non risparmia nulla». Pur essendo stato un uomo dalla triplice fedeltà, a Dio, alla civiltà contadina e alla nazione, la Fede ricopre un primato, perché esito di un cammino. Erede della cultura paysanne e campione di una religiosità popolare radicata nel cattolicesimo, lo scrittore e pensatore francese è, secondo Hans Urs von Balthasar, uno dei dodici cristiani essenziali dai tempi di Cristo. E il suo tortuoso cammino esistenziale, che finirà nel 1914 nelle trincee della Grande Guerra, va colto, per il teologo svizzero, in maniera «indivisibile. Esso lo è grazie a un radicarsi nel profondo, là dove mondo e Chiesa, mondo e grazia si incontrano e si compenetrano sino a essere inscindibili».

Dice Peguy che quando vedi una gemma ti sembra una cosa tanto piccola e fragile che sembra insignificante confrontata a una grande foresta.

Eppure senza quella gemma tutta quella foresta secca non sarebbe che legna da ardere, non sarebbe che un cimitero.

Non avrebbe alcuna speranza.

E dunque oggi voglio racconta rvi come spunta una gemma nella foresta morta.

Una gemma che sfida lo tsnami del tempo, del dolore e della morte.

Immaginate una umanità. E pensatela sulla riva di un mare, qualsiasi mare. Di sicuro viene in mente un gran baccano. Invece questa immensità sulle sponde dell'infinito è in silenzio assoluto e commosso, che lascia sentire la brezza e il rumore delle onde.

E tutti a guardare il “ più bello fra i figli dell'uomo” , davanti all'immaginabile, davanti all'unico uomo veramente affascinante della storia dell'umanità.

L'unico re, umile e veramente potente.

L'unico amico fedele, l'unico che ha pietà di noi miseri uomini.

Ma c'è una domanda da porsi: “ Che cosa sta in piedi nella vita? “

Tutto infatti è spazzato via dal tempo e dalla morte. Anche il potere più formidabile è ridotto in polvere e non resta nulla. E così sembra che non valga la pena vivere o pare che si possa vivere solo cinicamente, ma non bisogna rassegnarsi.

Sentire urgere dentro di sé le esigenze di felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentire vibrare, ribollire in ogni fibra del nostro essere e prendere sul serio la decisione più grande della vita: tornare a Dio.

E' l'avventura degli audaci, per gente viva, libera, capace di volersi bene.

Per gente che vuol vivere all'altezza dell'ideale a cui il cuore spinge senza mai fermarsi. Ma cosa può restare in piedi e resistere alla distruzione del tempo, del dolore, del male e della morte ?

Il motto degli antichi monaci certosini diceva: Stat Crux dum volvitur orbis. Che vuole dire: solo l'uomo della Croce rimane invincibile, mentre tutto nel mondo passa e tutto crolla.

Resta solo il potere dell'amore, di colui che ha preso su di se la croce di ognuno di noi.

Colui che ha portato tutte le croci del mondo!


martedì 24 febbraio 2026



 


SPAESATI


Vincenzo Calafiore

24 Febbraio 2026


La brezza bianca di salino dello Jonio ventilava le sale fresche della casa dalle ampie finestre spalancate al mare, le vecchie tende di fresco lino si gonfiavano , sembravano vele.

Lavinio, il padrone di casa, uomo di gusto raffinato, organizzò una serata letteraria in mio onore: i suoi figli ancora studenti , frequentavano il Liceo Classico e letterati amici suoi, si riunirono nel suo giardino in riva al mare.

Di tanto in tanto la sua sposa, Erminia, portava in tavola brocche di acqua e limone fresca.

Una sera, si dette lettura d'un lavoro di Calvino che mi è caro, peraltro, per le folli combinazioni e di immagini, quel suo sistema complesso di riflessi e di echi.

Un giovane in disparte ascoltava quello che dicevo con un'attenzione pensosa e distratta al tempo stesso, e io pensai subito, a un marinaio in mezzo al mare sdraiato sulla barca a guardare il cielo e la luna.

Non prendeva appunti come facevano gli altri, non aveva nemmeno una penna, con se.

Seduto al bordo del tavolo, sfiorava la superficie levigata con le dita.

Seppi che suo padre era il colono di Lavinio.

Quando gli altri si erano allontanati per fare una passeggiata in riva al mare, lo trattenni. Era poco istruito, ignaro quasi di tutto, ma riflessivo, ingenuo; riuscii a farlo parlare. Quella voce lievemente velata s' esprimeva con improvvise esplosioni di entusiamo quando mi parlava della sua casa e dei suoi cavalli. Improvvisamente nel sentisi da me ascoltato con attenzione, il ragazzo si confuse, arrossì, ricadde in uno di quei silenzi ostinati ai quali non riuscivo abituarmi. Si abbozzò comunque, un'amicizia. In seguito mi accompagnò in tutti i miei spostamenti.

Edmondo veniva da una famiglia antica di pastori.

La sua presenza era straordinariamente silenziosa m'ha seguito come un'ombra; aveva una sua manifestata allegria, la selvatichezza di certe piante, la fiducia di un cucciolo.

Osservavo la sua indifferenza quasi altera verso tutto ciò che non costituiva il suo piacere essa suppliva in lui al disinteresse. Mi stupiva

quella sua aspra dolcezza verso la natura e il mare, conosceva i venti e i canti degli uccelli, amava le api e le formiche, amava tutto ciò perchè molto meglio degli uomini.

I suoi occhi attenti al mondo che lo circondava, mi scrutavano, giudicavano.

Gli chiedo se avesse mai sentito parlare di Socrate, Aristofane... della Grecia! Lui mi rispose: la Grecia è qui ancora adesso, non devo andare lontano.

Ricordo mio nonno che parlava il greco antico, ricordo tante cose, per lo più raccontate nelle lunghe sere d'inverno. Io sono un pastore, a me non servono libri, mi bastano i ricordi. Ma i volti che noi cerchiamo disperatamente ci sfuggono come la vita: è solo un istante la vita!

Sono padrone assoluto una volta sola di un solo essere: me stesso

Se non parlo e rimango in silenzio d'una bellezza così evidente, non bisogna credere che io sia ignorante, perchè lo sei anche tu!

Io rimango in silenzio perchè so ascoltare il vento... il vento parla, tu lo capiresti? No, perchè per te è solo vento!

Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare ciò che è andato perduto.

Tutto era facile, compensato da una facilità quasi sovrumana.

La mia vita, in cui tutto è arrivato tardi, la felicità, assumeva lo splendore del meriggio lassù sui monti, nelle valli, la radiosità solare delle ore, quando tutto è soffuso di un'atmosfera dorata.

Ora tutto è diverso, quasi preteso, mentre in realtà è di dono che si tratta.

Le pianure avevano trattenuto la calura della lunga estate: un vapore umido fumigava dalle praterie lungo le rive del mare, dove galoppavano branchi di cavalli bradi; allo spuntar del giorno scendevano a bagnarsi sulla riva, sfiorando lungo il cammino le erbe alte imperlate di rugiada notturna, sotto un cielo da cui pendeva la sottile falce di luna!

Credi ancora, Tu! Che chi non sa nulla di Socrate sia un ignorante stupido?

Tu sapresti descrivere con tanta felicità ciò che i tuoi occhi vedono?

Credi ancora che io sia uno stupido pastore ignorante?

domenica 22 febbraio 2026








Sono una rodine


Vincenzo Calafiore

22 Febbraio 2026


“ …. vorrei mettere i fatti

della mia esistenza, uno dopo l'altro

e in disordine, anche.

Certo che alla fine potrebbero

comporsi in un bel quadro! “

( da: “ Sono una rondine “ )

Vincenzo Calafiore


Allora, in quell'estate dell '83 in una spiaggia libera, della costa Jonica

in Calabria, quando era ancora possibile fare il cosiddetto

Campeggio libero “, avevo parcheggiato la mia Ford Fiesta quasi vicino alla riva, era un pomeriggio assolato e per fortuna soffiava la leggera brezza dello Jonio, si stava bene in costume da bagno.

Ho montato la mia tenda canadese di fianco alla vettura, la griglia, la sacca appesa al porta pacchi per la doccia e il tavolino per pranzare, per scrivere.

La radiolina a transistor sistemata sul tettuccio della Ford Fiesta, per ascoltare la musica.

Nel cofano della vettura la vecchia cassetta in legno contenente le stilografiche, il dizionario, il diario la mia conchiglia che raccolsi da bambino.

La notte addormentarsi con la nenia della risacca dopo aver guardato a lungo la luna e il mare, quel mare che sempre mi ha fatto paura, pur amandolo.

Ho vissuto come una rondine, sono una rondine ancora adesso.

Ora è il “ tempo “ delle immaginazioni, delle parole per ricomporre i ricordi di un'esistenza ordinata e felice.

Parole che riescono a scardinare le grate della solitudine, abbandonano i luoghi bui e profondi del “ rimosso” consentendo ai ricordi di emergere con il loro carico di emozioni e sensazioni che il tempo non ha mutato, ma semplicemente custodito.

Rivivono così luci e ombre del passato di un'età dolceamara che parla attraverso immagini che si sovrappongono si distinguono e si alternano, proprio come in un sogno, che trova al risveglio la felicità di ieri.

Essere una “ rondine “ significa avere in se la vera libertà, cioè quella che consente di vivere le scelte compiute nel quotidiano, quella che tiene alla larga dal belare del gregge, quella che non fa essere pecora, ma padrone di me stesso, ed infine quella che permette di dire:

Ego Sum ! in questo panorama di anime depredate e offese in mano a invisibili “ burattinai “ in ogni caso non c'è ferita del corpo che possa essere più grande di quella dell'anima, dilaniata dalla mancanza di amore.

Essere una rondine è poter spiccare il volo!

Allontanarsi dalla massa clonata sempre pronta a recitare quella vita da burattini, da oggetti senza coscienza e senza anima così come vogliono i loro burattinai.

Fino a diventare essi stessi burattinai in un mondo dove la cupidigia ha cancellato l'umanità, ogni umanità!



 

giovedì 19 febbraio 2026



 







Inventarsi un mondo possibile


Vincenzo Calafiore

20 Febbraio 2026


Come i fantasmi di vecchi castelli,

che scompaiono e riappaiono a intervalli

di tempo imprevedibili, così io personaggio

scomodo mi invento un mondo possibile

per sfuggire a un'oppressione quotidiana

di cose inutili, una specie di zavorra che

distrugge pian piano quello che di meraviglioso

è rimasto in quelli come me, come te.

Cosi siamo diventati personaggi insostituibili

dell'immaginario, meno numerosi di quello

che potrebbe sembrare a prima vista...... “

Vincenzo Calafiore


La stilografica scivola su un rigo dopo l'altro, lasciandosi dietro parole, sembrano appese a un filo, come acrobati su muovono con perfetto equilibrio senza paura sul baratro di un vuoto esistenziale.

Nessuna storia, del resto, per quanto pretenda di essere originale, potrebbe essere comprensibile senza la presenza di un archetipo.

Oggi perchè qualcosa interessi davvero, deve smontare il desiderio di novità e il suo contrario vale a dire la memoria.

La realtà è ben diversa, dipende da come la si vede, in certi rari casi,

la realtà rappresenta un punto di vista unico e illuminante.

Proprio perchè parassiti e uomini inutili vivono alla maniera di un turacciolo che galleggia sulla superfice del mare.

Questo genere di uomo, è un mondano, il re dei mondani. E' un infallibile esperto di una delle scienze più complesse e raffinate che esistano, la scienza della frivolezza. Non la frivolezza individuale che ognuno coltiva all'interno di sé, come ingrediente del carattere e parte necessaria, anche se incoffessabile, del destino.

No la frivolezza di questo genere d'uomo è insieme l'anatomista e il sacerdote è un legame collettivo, una malattia epidermica, un linguaggio sporco, scurrile, ma anche di cementare le relazioni.

No, noi che in solitaria ogni giorno stendiamo parole su fili dorati, lo facciamo da 17 anni.... Antonio … Antonio Nesci !

17 anni insieme! E non importa sia quella che una volta sarebbe definita una < grande firma > di un importante quotidiano.

La professionalità e l'eleganza della scrittura sono i cardini

de << La prima pagina. It >> quella degli inserzionisti è la perfetta incarnazione moderna del custode della grande belllezza: il pensiero, l'immaginazione, l'ipotesi dell'esistenza di un mondo migliore di questo, nel profumo della cultura, dell'ideale, della libertà di espressione, mai violente, mai invadenti, ma semplicemente umani che raccontano ad altri umani, un grande SOGNO e un confronto e riscontro sempre positivo!

In << La prima pagina . it >> si trova la sintesi suprema, vecchie e onoratissime figure, figlie del privileggio di farne parte.

Cresce e si afferma. Forma una nuova generazione con un piede in Italia e un altro in Spagna, in questo tempo di condor e sciamani!



mercoledì 18 febbraio 2026



 








Il fascino del gioco dell’infinito


Vincenzo Calafiore

19 Febbraio 2026












“… nella narrazione, qualunque essa sia

c’è sempre una componente etica.

Questa componente etica non sta nella

contrapposizione di una verità alla falsità

di ciò che si scrive.

Sta nel modello di completezza, di intensità,

di illuminazione fornito dal pensiero di

chi scrive… che è l’opposto

del modello di ottusità, di incomprensione,

di passivo sgomento, e conseguente ottundimento

del sentire…… “

Vincenzo Calafiore



Sempre alla ricerca dell’infinito, nel nostro breve e intenso “ viaggio temporale “ che è la nostra vita.

E’ il tema per eccellenza della poesia più famosa del Pascoli, della letteratura italiana, “ L’Infinito “.

Oggi purtroppo assente per via della malattia dell’infinito.

E’ in realtà una parola doppia, perché quella dell’infinito è certamente una malattia, ma anche qualcosa di più meraviglioso.

Da dove nasce?

Si potrebbe andare molto lontano, al sedicesimo secolo, alla fine del sistema tolemaico, a Giordano Bruno, ma se vogliamo iniziare da vicino dobbiamo andare per forza maggiore a Rousseau e a Leopardi.

Due figure molto diverse quasi contrapposte.

Rousseau non poteva sopportare il limite, voleva uscire da se stesso, salire verso il cielo, superare il Mondo di Dio, andare oltre ogni limite religioso e fantastico e perdersi nell’aria. In lui l’infinito è un’espansione.

Leopardi ?

E’ il caso completamente opposto perché questo desiderio di espansione non c’è; per avere un rapporto con l’infinito Leopardi ha bisogno di essere – chiuso -: la siepe “ che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il sguardo esclude “ è una specie di carcere. Leopardi ha bisogno di allontanare l’occhio dall’infinito, di non vederlo e a partire da questo punto crea l’infinito nella mente.

Ci sono molte persone nel Novecento, vittime o trionfanti di questa malattia, in Conrad, Lord Jim fallisce una prima volta, e resta prigioniero di una grandissima colpa, poi si redime, ma fallisce di nuovo e stavolta la sua sorte è la morte, il suo errore non è di non seguire l’infinito, ma di non averlo seguito abbastanza.

E poi l’uomo che “ sogna “ !

E’ un sognatore imperfetto, perché il vero sognatore deve seguire il sogno eternamente, cadere in esso come si cade nell’acqua, muovendosi in modo che il profondo, il profondo mare tenga su.

Poi colui che non ha più nessuno, nessuna ragione per vivere, trova una farfalla bellissima, e possiede soltanto questa, che è qualcosa di caduco e senza timore di distruzione, ma è anche il segno di un mondo più alto dove “ l’infinito “ si può realizzare.

Fernando Pessoa ad esempio, la sua anima non poteva coesistere in una persona, ma aveva bisogno di moltiplicarsi e infatti si moltiplica in una serie di personaggi che sono i diversi poeti ai quali da voce.

Pessoa fa delle poesie con diversi autori, l'io si moltiplica nell'infinito, in tante altre personalità, ognuna con il proprio carattere: qualcuno vuole la chiusura, qualcuno vuole abbandonarsi completamente.....

Oggi vigge la piattezza, l'omologazione, il tutto uguale, dentro e fuori, l'essere in questo stato o meglioplagiati da un sistema che ci vorrebbe senza idee, senza pensiero, tutti uguali da poter essere controllati e manovrati a volere oggi è una cosa normale, una consuetudine anche se non lo è affatto!

E' di potere, e di ubbidienza che si tratta.

L'ultimo eroe della malattia dell'infinito penso sia Ubrich!

Il gioco con l'infinito è in Kundera,in Pamuk.

Nella letteratura italiana contemporanea questo gioco non c'è.

C'era in Calvino, nelle “ Citta invisibili”. Quanto alla letteratura di oggi non sembra che porti i segni di questa malattia, come se proprio quando il mondo diventa più che mai infinito la letteratura vi rinunciasse per lasciare il posto a una letteratura commerciale, più per fare salotto, rappresentazione e divinazione di se stessi, cassa, notorietà, che cercare l'infinito!