SPAESATI
Vincenzo Calafiore
24 Febbraio 2026
La brezza bianca di salino dello Jonio ventilava le sale fresche della casa dalle ampie finestre spalancate al mare, le vecchie tende di fresco lino si gonfiavano , sembravano vele.
Lavinio, il padrone di casa, uomo di gusto raffinato, organizzò una serata letteraria in mio onore: i suoi figli ancora studenti , frequentavano il Liceo Classico e letterati amici suoi, si riunirono nel suo giardino in riva al mare.
Di tanto in tanto la sua sposa, Erminia, portava in tavola brocche di acqua e limone fresca.
Una sera, si dette lettura d'un lavoro di Calvino che mi è caro, peraltro, per le folli combinazioni e di immagini, quel suo sistema complesso di riflessi e di echi.
Un giovane in disparte ascoltava quello che dicevo con un'attenzione pensosa e distratta al tempo stesso, e io pensai subito, a un marinaio in mezzo al mare sdraiato sulla barca a guardare il cielo e la luna.
Non prendeva appunti come facevano gli altri, non aveva nemmeno una penna, con se.
Seduto al bordo del tavolo, sfiorava la superficie levigata con le dita.
Seppi che suo padre era il colono di Lavinio.
Quando gli altri si erano allontanati per fare una passeggiata in riva al mare, lo trattenni. Era poco istruito, ignaro quasi di tutto, ma riflessivo, ingenuo; riuscii a farlo parlare. Quella voce lievemente velata s' esprimeva con improvvise esplosioni di entusiamo quando mi parlava della sua casa e dei suoi cavalli. Improvvisamente nel sentisi da me ascoltato con attenzione, il ragazzo si confuse, arrossì, ricadde in uno di quei silenzi ostinati ai quali non riuscivo abituarmi. Si abbozzò comunque, un'amicizia. In seguito mi accompagnò in tutti i miei spostamenti.
Edmondo veniva da una famiglia antica di pastori.
La sua presenza era straordinariamente silenziosa m'ha seguito come un'ombra; aveva una sua manifestata allegria, la selvatichezza di certe piante, la fiducia di un cucciolo.
Osservavo la sua indifferenza quasi altera verso tutto ciò che non costituiva il suo piacere essa suppliva in lui al disinteresse. Mi stupiva
quella sua aspra dolcezza verso la natura e il mare, conosceva i venti e i canti degli uccelli, amava le api e le formiche, amava tutto ciò perchè molto meglio degli uomini.
I suoi occhi attenti al mondo che lo circondava, mi scrutavano, giudicavano.
Gli chiedo se avesse mai sentito parlare di Socrate, Aristofane... della Grecia! Lui mi rispose: la Grecia è qui ancora adesso, non devo andare lontano.
Ricordo mio nonno che parlava il greco antico, ricordo tante cose, per lo più raccontate nelle lunghe sere d'inverno. Io sono un pastore, a me non servono libri, mi bastano i ricordi. Ma i volti che noi cerchiamo disperatamente ci sfuggono come la vita: è solo un istante la vita!
Sono padrone assoluto una volta sola di un solo essere: me stesso
Se non parlo e rimango in silenzio d'una bellezza così evidente, non bisogna credere che io sia ignorante, perchè lo sei anche tu!
Io rimango in silenzio perchè so ascoltare il vento... il vento parla, tu lo capiresti? No, perchè per te è solo vento!
Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare ciò che è andato perduto.
Tutto era facile, compensato da una facilità quasi sovrumana.
La mia vita, in cui tutto è arrivato tardi, la felicità, assumeva lo splendore del meriggio lassù sui monti, nelle valli, la radiosità solare delle ore, quando tutto è soffuso di un'atmosfera dorata.
Ora tutto è diverso, quasi preteso, mentre in realtà è di dono che si tratta.
Le pianure avevano trattenuto la calura della lunga estate: un vapore umido fumigava dalle praterie lungo le rive del mare, dove galoppavano branchi di cavalli bradi; allo spuntar del giorno scendevano a bagnarsi sulla riva, sfiorando lungo il cammino le erbe alte imperlate di rugiada notturna, sotto un cielo da cui pendeva la sottile falce di luna!
Credi ancora, Tu! Che chi non sa nulla di Socrate sia un ignorante stupido?
Tu sapresti descrivere con tanta felicità ciò che i tuoi occhi vedono?
Credi ancora che io sia uno stupido pastore ignorante?





