venerdì 6 marzo 2026


 

Si, che si può!

Vincenzo Calafiore

6 Marzo 2026 Udine ( Italy)


...guardare il cielo...

e ritrovarlo sempre,

qualsiasi parte, tu sia!

Anche ogni volta che entriamo

e usciamo dalla nostra vita! “

Vincenzo Calafiore


Guardare il cielo. Lo ritroviamo ogni volta da qualsiasi ovunque ci si trovi. Seguire il lento cammino della luna e delle stelle, ha sempre avuto per me un senso, il senso di una visita grave e felice all'universo di cui faccio parte.

Quando mi separavo da te, vita mia, ci davamo appuntamento su una stella, tu preferivi “ Antares “ la stella più bella e più luminosa,io preferivo “ Sirio” ma vincevi sempre tu!

A me sembrava di vedere il filo roso che ci lega, linea luminosa partire da ciascuno di noi per riunirci poi in Antares.

Contemplando il cielo, di notte, ho misurato la mia gioia, la mia serena esistenza, della solitudine, dell'amore.... “ fedele come il sole al giorno, come il ferro alla calamita, come la terra al suo ombelico... “ diceva Troilo a Cressida!

Poi per u tempo lungo fuggii il cielo, te n'eri andata via!

Il cielo lo ritrovai una notte d'estate, dalla spiaggia di Tropea scrutavo le stelle cercandone una in particolare, Antares, quella sera rimasi a lungo fuori su quella spiaggia, sperando in un tuo ritorno.

Ogni volta che mi si presentavano i motivi per essere felice, avvertivo in me la mia caduta.

Torno a guardare il cielo che amo, chissà perché rassomiglia tanto ai tuoi occhi. E' di un azzurro acceso. Nuvole basse e bianche passano sopra la testa come un gregge al pascolo.

Il sole oggi è come la felicità che ho in me. Ho ricercato un nuovo equilibrio, lo trovo a momenti, poi svanisce.

Noi due siamo stati due voci dello stesso amore e nulla poteva impedirlo. C'eri tu, io e quel “ noi” che non era esattamente la somma di te, di me, era qualcosa di più, un qualcosa che ci avrebbe superati e contenuti.

Il deserto della solitudine, più di ogni altro, libera la fantasia. Ti parlavo, ci adagiavamo fianco a fianco sdraiati sulla riva a guardare il cielo senza pronunciar parola.

Quando il sogno svaniva, e con esso la tua presenza, non provavo tristezza. Tu esistevi, ci eravamo nuovamente incontrati, che importava il resto! Non eravamo uniti e lo siamo da sempre stati.Io foggiavo il mio destino ed esso mi foggiava forse come tu mi volevi.

Avevo la pretesa di considerarmi forte,in realtà senza che me rendessi conto ero stato demolito un po' alla volta e senza alcun dolore, di questo devo essere grato a Chronos che mi ha tenuto nelle sue vertiginose spire. Mi credevo fuori dal cielo ed ero per i suoi occhi il cielo. Mi credevo fuori dal ciclo “ felicità-infelicità” e ignoravo che proprio la felicità era a darmi quella sicurezza di esistere.

Quella nostra felicità la respiravo con la stessa naturalezza con cui respiro l'aria.

Devo accettare un futuro nel quale tu manchi.

Quanto tempo? Avevo domandato ai medici, quando ci hanno fatto entrare in una stanzetta adiacente alla sala operatoria.

Da uno a sei mesi, al massimo, fu la risposta!

Non potete fare in modo che non si svegli più, visto che è ancora addormentata?

No, non si può!

Ma, il cancro non perdona! Costringe a vivere tutto vertiginosamente affinchè non vada perso neanche un minuto. Ammucchiare e stipare immagini e sensazioni, emozioni da poco, e tante silenziose lacrime.

Come trovare una strada, un marciapiede, un incrocio ove non avessimo camminato assieme?

Come trovare la forza di superare il giorno e attendere la notte, la nostra notte?

La verità è che la mia ragione si rifiutava di accettare quessti miragi, ma il cuore no, li cercava.

La vita deve continuare, il grano deve crescere, le Amapole continueranno a dipingere i campi di bellezza, mentre si continua a morire.

E così è cominciata la tua assenza dal mondo. Io sono solo.

Forse non sapevo quanto sarebbe stato pazzesco l'amore mio per te, da quando ti ho vista addormentata con una amapola nelle mani. So invece che è possibile ancora amarci.

Si, che si può!

martedì 3 marzo 2026


 

La voce che non si sente


Vincenzo Calafiore

4 Marzo 2026 Udine ( Italy )


Ci sono giorni in cui diffido di me stesso e sto in guardia.

So che il mondo che ho attorno è una minaccia sospesa, impalpabile,ma è reale, c'è. Trascorro gran parte del mio tempo in silenzio, leggendo uno dei miei libri, quelli che ho in libreria sono tutti, di autori importanti, quelli che hanno segnato un'epoca e che rileggendoli sono di un'attualità “ fresca”, emozionano e fanno pensare ancora.

Devo essere continuamente occupato, mi perdo nei miei pensieri.

Meta: arrivare all'ora seguente e così, di ora in ora, fino a raggiungere un luogo non accerchiato dal vuoto permanente di questa umanità.

Ma il male è una presenza respirata, è sornione e se ne stà in aguato.

Ho imparato a condurre una doppia vita. Penso, parlo, scrivo e al tempo stesso parlo con te, ma a una certa distanza rende dolce la tua presenza, un po' evanescente come una fotografia sfocata.

In quei momenti sono felice, mi lascio disarmare, il mio silenzio si interrompe, gli occhi brillano della tua luce, il mio dolore dentro è calmo come il mare di sera.

Improvvisamente, in un attimo, vengo colto dalla presenza... eccoti, sento la tua voce, le tue mani sulle mi spalle, i tuoi passi attorno alla scrivania. Sono perduto. Non posso che rimanere seduto alla scrivania.

In testa il pensiero di te rumoreggia come un aeroplano che precipita a vite.

No, non sei qui, sei là nel nulla gelido.

Cosa mi succede? Di che rumore, di che odore, di quale misteriosa associazione di pensiero hai approfittato per insinuarti in me?

Non mi difendo, sono lucido da capire che questa è una mia suggestione, ti amo troppo, ti amo tanto e vorrei averti in qualche modo vicina a me, di te conosco tutto perfino come ti muovi, come ti spogli, le espressioni che fai con quel tuo incantevole viso, il tuo profumo e quel tuo sorriso.

Il silenzio della stanza urla più di un clamore.

Ho il caos nel cervello e il panico nel corpo che desidera il tuo.

Guardo noi due in un futuro che non riesco a precisare.

Un altro me stesso si stacca da me e rifà i tuoi gesti.

Vado da una stanza all'altra dell'appartamento, come avrebbe camminato a Roma o a Torino un individuo che fosse l'unico a sapere della sua imminente fine. Al tempo stesso, mi rendevo conto che il mondo avrebbe potuto continuare senza di me.

Eppure facevo di tutto per trattenerti ancora un po'. Come potevo assomigliare a quello che se ne sta seduto a una scrivania davanti a libro?

Mi guardo allo specchio, come un giovane felice all'indomani dopo una lunga notte con la donna che ama.

Faccio il bagno e parlo con te da una stanza all'altra.

Chiudo gli occhi per vederti meglio.

Non ti ho vista mai così, non ti avevo mai ascoltata così, eppure sapevo che un giorno il suono della tua voce mi sarebbe uscito di mente, che avrei dimenticato il modo in cui mi dicevi: ti amo!

La vita mi conduceva sull'orlo dell'abisso è per questo che avevo paura di amarti. Ero spinto da qualcosa di più forte, volevo proteggerti.

Più di una volta al giorno quando arrivavi e ti sedevi sulla poltrona a guardarmi scrivere, e rimanevi in silenzio, come una voce che non si sente, io ti vedevo … ti venivo vicino per dirti che ti amo.

Mormoravo quel mio ti amo; sapevo che mi avresti sentito..

<< Bisogna che te lo dica: ti amo! >> oppure << Sto per lasciarti...>>,

<< Gli anni mi hanno mentito >> sono cose che ho pensato, cose della vita.

Ah.. la vita la odiavo e mi affascinava!

Come puoi non vedere quanto ti amo?

domenica 1 marzo 2026

Breve come un sogno


Vincenzo Calafiore

2 Marzo 2026

La tristezza è il passaggio

per cui raggiungere la felicità.”

Vincenzo Calafiore


Mi sveglio presto. E' ancora notte. A occhi chiusi cerco di tornare a rimmergermi nel sonno interrotto dai pensieri che a sciami passano in mente.

Resto su una spiaggia assolata, a metà via tra la realtà e il sogno.

Sarebbe meglio andare in cucina a farmi un caffè e leggere, evitando i labirinti in cui immancabilmente cacciano i pensieri; ma la stanchezza della lunga notte nel dormiveglia, forse più che agitata, mi rende inerte e vado in una sorte di deriva luminosa di ricordi.

Li raggiungo talvolta ed essi mi invadono fino al punto di confonderli con la realtà.

Ma la coscienza non disarma e, di ricordo in ricordo volgendo il capo verso il cuscino che ogni sera continuo a posare alla mia destra, ritrovo l'immagine del tuo viso dolce e luminoso, piegato verso il mio posto vuoto, nel momento in cui schiudendo leggermente gli occhi allunghi le tue mani. Vedo i tuoi occhi, il tuo volto calmo, con un sorriso accennato sulle labbra …. chissà in quale sogno ti stai perdendo! E lì per lì, quel sorriso appena accennato sulle labbra mi diceva che nessuna angoscia o dispiacere ti aveva assalita.

Quel giorno, al mare, durante le ore trascorse a contemplare di soppiatto la tua bellezza, ed immaginavo di accarezzare il tuo viso, ancora non ci eravamo conosciuti, avevo sentito che eri la donna perfetta per me.

Apro gli occhi, accendo la lampada e mi rivolto contro me stesso.

La giornata comincia, e io non la vedo iscriversi in una traettoria felice.

Solo tu mi vedevi, solo io vedevo te.

Oggi mi trovo in un mondo cieco e nella mia vita e nella mia vita c'è il vuoto. Sapevo che sarebbe stato così.

In quei giorni al mare, ciascuno dei quali poteva essere l'ultimo, ti guardavo per scorgere l'amore, e trovavo la mia solitudine.

Pensavo: “ Guardami anche tu, perchè io avrò almeno il ricordo, tu invece nulla, guardavi in ogni parte tranne dove io ero.

Penso... tutto sta per svanire, anche la tua immagine impressa nella mia mente come la fotografia di una sposa per il soldato.

Mi lascerai nel nulla. Lo so.

Mi inebriavo della tua vista, mi smarrivo nei tuoi gesti, nei tuoi occhi, nei tuoi sguardi.

Ti sorridevo per vedere nascere il tuo sorriso, come un sole dal mare, ti baciavo.... e mi dicevo che mai, mai avrei dimenticato tutto questo, senza saperlo mi ero innamorato di te!

Avrei voluto che ogni impronta restasse sul mio corpo, che ogni tua carezza rimanesse su di me... lottavo contro l'impossibile. Ed ero vinto perchè tu mi ignoravi, ignoravi la mia sconfitta.

Una mattina sei arrivata con un altro uomo a prendere le tue cose, il tuo ombrellone!

Sto bene nel silenzio dell'inverno, la terra è nuda e inodore. Mi sforzo di credere allo stesso sonno di sempre.

Ci vorrebbe un sogno che mi portasse a te, chissà dove sei, chissà se ti ricorderai dei miei occhi che ti amavano tanto.

Se fosse primavera.... mi tramuterei in una farfalla per raggiungerti. E il sole, le gemme, i profumi, i canti degli uccelli mi sommergerebbero.

Che si può fare davanti al primo fiore se non amarlo e desiderare di vivere con la stessa sua brevità? Tu sei il primo fiore di primavera!

Debbo accettare un futuro nel quale tu manchi.

Cammino sulla spiaggia seguendo gli stessi percorsi di un'estate lontana. E' mattino presto, la spiaggia vuota, piena di silenzio e del vociare del vento, del borbottio del mare. La sabbia trascinata dal vento, le onde lasciavano nell'aria sbuffi di mare.

Fino a quel momento, cioè, quando ti ho incontrata, non mi ero mai interessato all'amore. Non ne tenevo conto. Solo i miei libri, le sigarette fumate in balcone guardando la notte, e il ticchettio della macchina da scrivere, il teatro, era quella vita che mi importava.

Nei miei sogni ti dico tutto quello che non sono riuscito a dirti.

Ho scoperto con te, la felicità. E per tenerla dovevo risalire ai ricordi di una estate passata troppo in fretta, insormontabile, il nero di notte e di fuliggine, quella sensazione di sabbie mobili... sì, questa era la sensazione dell'infelicità.....lontano da te!

E' passato l'inverno.

Era un sabato e faceva ancora freddo. La primavera era invisibile, ma in campagna già la si avvertiva nonostante il grigiore del cielo e gli alberi spogli.

Camminavo annusando l'aria, la mia cravatta accuratamente annodata, il colletto a coda di rondine, il cappello di feltro, gli occhiali tondi...un po' canzonatori .. il vento mi sussurrava minuziosamente, parlando con frasi brevi e concise del mare.

La mia immaginazione in quel momento iniziò a fare delle magie. Mi è parso di vederti arrivare dentro un abito bianco e un cappello dalle larghe falde bianco in testa.

Era mezzanotte. Avevamo lasciato la scena e il teatro per ultimi e camminavo lungo il viale con il bavero della giacca alzatoper riparami dall'aria pungente.

Passando davanti alle vetrine del Bar “ Ca' Mozart “ ti ho vista seduta da sola tra tanta gente.

Forse mi hai applaudito, forse mi avrai lanciato un fiore.

Peccato non ci siamo più incontrati.




venerdì 27 febbraio 2026


 

E, ora ?

Vincenzo Calafiore

28 Febbraio 2026


Io sempre con la testa fra le nuvole, non mi rendo conto della mia età anagrafica. Che in verità non comprendo. Non comprendo il suo freddo linguaggio che mi classifica “ vecchio “.

Questo vocabolo nel mio dizionario umano non è contemplato, e di conseguenza non ne comprendo il suo significato.

Che significa vecchio, o essere considerato un vecchio ?

Quel che io ho dentro di che assieme al mio essere in uno strano equilibrio tra esistenza e la scorrevolezza del tempo, cioè voglio dire: esperienza, saggezza che sono e fanno parte, diventano fasciame dell'imbarcazione con la quale ho attraversato la mia vita.

Chi l'avrebbe mai creduto possibile che io potessi raggiungere un così importante traguardo? Nessuno, proprio nessuno, visto che ero destinato sin da giovane età a una morte certa! Io ancor meno di qualsiasi altro.

Eppure ciò che si rifletteva nello specchio di fronte era proprio il mio viso, i miei occhi, i miei capelli ispidi e bianchi, le mie gote …. sono proprio io, insomma, io in carne ed ossa, a trovarmi su un carro.

Infatti, la mia permanenza su quel carro di una carovana di nomadi, gente senza confini, tenuti assieme dallo stesso sogno: la libertà!

Ma solo al fatto che avevo il Gatto e la Volpe sguinzagliati da Mangiafuoco sulle mie tracce.

Stavo fuggendo.

Provavo una strana sensazione, addirittura piacevole, avventurosa.

Non sono mai stato un individuo tracotante e impavido, uno di quelli capace con un solo schiocco delle dita da cambiare il corso delle cose, e neppure perché avessi radicato in me quel grande senso dell'onore: no, ero incredulo unicamente perché sin da giovane avevo deciso che la mia sarebbe stata una vita tranquilla e serena.

Di conseguenza, sempre, mi sono mosso tra persone e cose con cautela e paura, senza mai compiere un passo falso.

A tradirmi da sempre è stata la mia anima che avrebbe voluto, voleva vivere da nomade, e io amavo gli zingari, i gitani …. artisti, cantastorie, abili coi coltelli, ma anche fantastici quando nelle sere di primavera, d'estate, trascorrono la notte ballando e facendo musica attorno a un grande falò.

E torna la mente a Socrate, a cosa fosse per lui la vecchiaia, insomma la sua prospettiva, la prospettiva socratica.

La vecchiaia non è definita tanto dal decadimento fisico, quanto dallo stato d'animo e dalle qualirà interiori dell'individuo …. insomma l'invecchiamento è una fase che bisogna vivere con serenità e saggezza.

Ma io penso che ci sia ancora un qualcosa da aggiungere, un qualcosa che manca in questo pensiero.

La storia mia è una filastrocca, una filastrocca nota, che per gioco ho fatto imparare alle nuvole, sulle note dettate dal vento ...ora piano, ora più forte, un continuo crescendo di emozioni in un sol fiato, come una corale sacra rivolta a Dio.

E ora che la mia strada di campagna s'era dissolta in un desolato gtoviglio di crateri e rovi, quale mai sarebbe stato il mio destino?

Dovrei chiederlo a Dio?

C'era un disegno dietro tutto questo o solo un rimbombante vuoto?

Lo so bene. Conosco perchè ho visto abbastanza, il mondo di Mangiafuoco lo conosco bene, anche se in verità ho cercato di vivere

là dove vive il “ popolo di mezzo” la grande umanità invisibile, la piccola gemma che farà nascere una nuova foresta in un altro altrove.

Ma rimane una domanda, l'ultima, quella che suggella il passo-trapasso a un'altra dimensione. Dove non ce età, là dove non esiste il tempo ne Mangiafuoco. Lì saremo tutti uguali, con la stessa tunica bianca e una cetra nelle mani. Niente armi, niente guerre, niente rancori, niente solitudine.

Vorrei chiedere a Dio se fosse possibile non di fermare la corsa del mio tempo, ma di rallentarlo affinchè possa ancora amare chi da tempo mi ha lasciato solo, fosse un amico, un fratello, un figlio … che importanza avrebbe ora adesso un suo abbraccio?

Tanto da poter dire: ora me ne posso andare via davvero sereno!














giovedì 26 febbraio 2026


 

La mia Pasqua nel mondo sconvolto dalla violenza


Vincenzo Calafiore

27 Febbraio 2026


Questo è purtroppo un mondo sconvolto dalla violenza.

Brancoliamo nel buio. Tutto dà segno di disfacimento. Un invisibile tsunami ci sta travolgendo.

Eppure io conosco i segni di una primavera nascosta, ma che c'è !

Ma per vederla bisogna volgere lo sguardo al trove.

Bisogna accorgersi di qualcosa che sta accadendo e germogliando nel silenzio.

Lontano dai riflettori, dagli incantatori di serpenti.

E' come quando stava crollando l'impero romano e sembrava vi fossero solo le rovine e le orde barbariche e i lupi che infestavano ogni luogo:

invece qualcuno silenziosamente stava piantando il seme di una nuova civiltà e della città di Dio.

Dunque non guardate dove guardano tutti, i media, cioè verso le rovine!

Perché la vita e la speranza, la fede, non vengono dalla politica, dai freddi bilanci economici, dall'economia, dagli stati, dagli intellettuali, dalle armi, dagli eserciti e neanche dalle sedicenti rivoluzioni.

La novità vera a guardarla sembra fragile e silenziosa come le gemme che spuntano a rinnovare la vita di un bosco.

CharlesPeguy ( (1873-1914 )

«La Speranza sola non risparmia nulla». Pur essendo stato un uomo dalla triplice fedeltà, a Dio, alla civiltà contadina e alla nazione, la Fede ricopre un primato, perché esito di un cammino. Erede della cultura paysanne e campione di una religiosità popolare radicata nel cattolicesimo, lo scrittore e pensatore francese è, secondo Hans Urs von Balthasar, uno dei dodici cristiani essenziali dai tempi di Cristo. E il suo tortuoso cammino esistenziale, che finirà nel 1914 nelle trincee della Grande Guerra, va colto, per il teologo svizzero, in maniera «indivisibile. Esso lo è grazie a un radicarsi nel profondo, là dove mondo e Chiesa, mondo e grazia si incontrano e si compenetrano sino a essere inscindibili».

Dice Peguy che quando vedi una gemma ti sembra una cosa tanto piccola e fragile che sembra insignificante confrontata a una grande foresta.

Eppure senza quella gemma tutta quella foresta secca non sarebbe che legna da ardere, non sarebbe che un cimitero.

Non avrebbe alcuna speranza.

E dunque oggi voglio racconta rvi come spunta una gemma nella foresta morta.

Una gemma che sfida lo tsnami del tempo, del dolore e della morte.

Immaginate una umanità. E pensatela sulla riva di un mare, qualsiasi mare. Di sicuro viene in mente un gran baccano. Invece questa immensità sulle sponde dell'infinito è in silenzio assoluto e commosso, che lascia sentire la brezza e il rumore delle onde.

E tutti a guardare il “ più bello fra i figli dell'uomo” , davanti all'immaginabile, davanti all'unico uomo veramente affascinante della storia dell'umanità.

L'unico re, umile e veramente potente.

L'unico amico fedele, l'unico che ha pietà di noi miseri uomini.

Ma c'è una domanda da porsi: “ Che cosa sta in piedi nella vita? “

Tutto infatti è spazzato via dal tempo e dalla morte. Anche il potere più formidabile è ridotto in polvere e non resta nulla. E così sembra che non valga la pena vivere o pare che si possa vivere solo cinicamente, ma non bisogna rassegnarsi.

Sentire urgere dentro di sé le esigenze di felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentire vibrare, ribollire in ogni fibra del nostro essere e prendere sul serio la decisione più grande della vita: tornare a Dio.

E' l'avventura degli audaci, per gente viva, libera, capace di volersi bene.

Per gente che vuol vivere all'altezza dell'ideale a cui il cuore spinge senza mai fermarsi. Ma cosa può restare in piedi e resistere alla distruzione del tempo, del dolore, del male e della morte ?

Il motto degli antichi monaci certosini diceva: Stat Crux dum volvitur orbis. Che vuole dire: solo l'uomo della Croce rimane invincibile, mentre tutto nel mondo passa e tutto crolla.

Resta solo il potere dell'amore, di colui che ha preso su di se la croce di ognuno di noi.

Colui che ha portato tutte le croci del mondo!


martedì 24 febbraio 2026



 


SPAESATI


Vincenzo Calafiore

24 Febbraio 2026


La brezza bianca di salino dello Jonio ventilava le sale fresche della casa dalle ampie finestre spalancate al mare, le vecchie tende di fresco lino si gonfiavano , sembravano vele.

Lavinio, il padrone di casa, uomo di gusto raffinato, organizzò una serata letteraria in mio onore: i suoi figli ancora studenti , frequentavano il Liceo Classico e letterati amici suoi, si riunirono nel suo giardino in riva al mare.

Di tanto in tanto la sua sposa, Erminia, portava in tavola brocche di acqua e limone fresca.

Una sera, si dette lettura d'un lavoro di Calvino che mi è caro, peraltro, per le folli combinazioni e di immagini, quel suo sistema complesso di riflessi e di echi.

Un giovane in disparte ascoltava quello che dicevo con un'attenzione pensosa e distratta al tempo stesso, e io pensai subito, a un marinaio in mezzo al mare sdraiato sulla barca a guardare il cielo e la luna.

Non prendeva appunti come facevano gli altri, non aveva nemmeno una penna, con se.

Seduto al bordo del tavolo, sfiorava la superficie levigata con le dita.

Seppi che suo padre era il colono di Lavinio.

Quando gli altri si erano allontanati per fare una passeggiata in riva al mare, lo trattenni. Era poco istruito, ignaro quasi di tutto, ma riflessivo, ingenuo; riuscii a farlo parlare. Quella voce lievemente velata s' esprimeva con improvvise esplosioni di entusiamo quando mi parlava della sua casa e dei suoi cavalli. Improvvisamente nel sentisi da me ascoltato con attenzione, il ragazzo si confuse, arrossì, ricadde in uno di quei silenzi ostinati ai quali non riuscivo abituarmi. Si abbozzò comunque, un'amicizia. In seguito mi accompagnò in tutti i miei spostamenti.

Edmondo veniva da una famiglia antica di pastori.

La sua presenza era straordinariamente silenziosa m'ha seguito come un'ombra; aveva una sua manifestata allegria, la selvatichezza di certe piante, la fiducia di un cucciolo.

Osservavo la sua indifferenza quasi altera verso tutto ciò che non costituiva il suo piacere essa suppliva in lui al disinteresse. Mi stupiva

quella sua aspra dolcezza verso la natura e il mare, conosceva i venti e i canti degli uccelli, amava le api e le formiche, amava tutto ciò perchè molto meglio degli uomini.

I suoi occhi attenti al mondo che lo circondava, mi scrutavano, giudicavano.

Gli chiedo se avesse mai sentito parlare di Socrate, Aristofane... della Grecia! Lui mi rispose: la Grecia è qui ancora adesso, non devo andare lontano.

Ricordo mio nonno che parlava il greco antico, ricordo tante cose, per lo più raccontate nelle lunghe sere d'inverno. Io sono un pastore, a me non servono libri, mi bastano i ricordi. Ma i volti che noi cerchiamo disperatamente ci sfuggono come la vita: è solo un istante la vita!

Sono padrone assoluto una volta sola di un solo essere: me stesso

Se non parlo e rimango in silenzio d'una bellezza così evidente, non bisogna credere che io sia ignorante, perchè lo sei anche tu!

Io rimango in silenzio perchè so ascoltare il vento... il vento parla, tu lo capiresti? No, perchè per te è solo vento!

Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare ciò che è andato perduto.

Tutto era facile, compensato da una facilità quasi sovrumana.

La mia vita, in cui tutto è arrivato tardi, la felicità, assumeva lo splendore del meriggio lassù sui monti, nelle valli, la radiosità solare delle ore, quando tutto è soffuso di un'atmosfera dorata.

Ora tutto è diverso, quasi preteso, mentre in realtà è di dono che si tratta.

Le pianure avevano trattenuto la calura della lunga estate: un vapore umido fumigava dalle praterie lungo le rive del mare, dove galoppavano branchi di cavalli bradi; allo spuntar del giorno scendevano a bagnarsi sulla riva, sfiorando lungo il cammino le erbe alte imperlate di rugiada notturna, sotto un cielo da cui pendeva la sottile falce di luna!

Credi ancora, Tu! Che chi non sa nulla di Socrate sia un ignorante stupido?

Tu sapresti descrivere con tanta felicità ciò che i tuoi occhi vedono?

Credi ancora che io sia uno stupido pastore ignorante?

domenica 22 febbraio 2026








Sono una rodine


Vincenzo Calafiore

22 Febbraio 2026


“ …. vorrei mettere i fatti

della mia esistenza, uno dopo l'altro

e in disordine, anche.

Certo che alla fine potrebbero

comporsi in un bel quadro! “

( da: “ Sono una rondine “ )

Vincenzo Calafiore


Allora, in quell'estate dell '83 in una spiaggia libera, della costa Jonica

in Calabria, quando era ancora possibile fare il cosiddetto

Campeggio libero “, avevo parcheggiato la mia Ford Fiesta quasi vicino alla riva, era un pomeriggio assolato e per fortuna soffiava la leggera brezza dello Jonio, si stava bene in costume da bagno.

Ho montato la mia tenda canadese di fianco alla vettura, la griglia, la sacca appesa al porta pacchi per la doccia e il tavolino per pranzare, per scrivere.

La radiolina a transistor sistemata sul tettuccio della Ford Fiesta, per ascoltare la musica.

Nel cofano della vettura la vecchia cassetta in legno contenente le stilografiche, il dizionario, il diario la mia conchiglia che raccolsi da bambino.

La notte addormentarsi con la nenia della risacca dopo aver guardato a lungo la luna e il mare, quel mare che sempre mi ha fatto paura, pur amandolo.

Ho vissuto come una rondine, sono una rondine ancora adesso.

Ora è il “ tempo “ delle immaginazioni, delle parole per ricomporre i ricordi di un'esistenza ordinata e felice.

Parole che riescono a scardinare le grate della solitudine, abbandonano i luoghi bui e profondi del “ rimosso” consentendo ai ricordi di emergere con il loro carico di emozioni e sensazioni che il tempo non ha mutato, ma semplicemente custodito.

Rivivono così luci e ombre del passato di un'età dolceamara che parla attraverso immagini che si sovrappongono si distinguono e si alternano, proprio come in un sogno, che trova al risveglio la felicità di ieri.

Essere una “ rondine “ significa avere in se la vera libertà, cioè quella che consente di vivere le scelte compiute nel quotidiano, quella che tiene alla larga dal belare del gregge, quella che non fa essere pecora, ma padrone di me stesso, ed infine quella che permette di dire:

Ego Sum ! in questo panorama di anime depredate e offese in mano a invisibili “ burattinai “ in ogni caso non c'è ferita del corpo che possa essere più grande di quella dell'anima, dilaniata dalla mancanza di amore.

Essere una rondine è poter spiccare il volo!

Allontanarsi dalla massa clonata sempre pronta a recitare quella vita da burattini, da oggetti senza coscienza e senza anima così come vogliono i loro burattinai.

Fino a diventare essi stessi burattinai in un mondo dove la cupidigia ha cancellato l'umanità, ogni umanità!