La voce che non si sente
Vincenzo Calafiore
4 Marzo 2026 Udine ( Italy )
Ci sono giorni in cui diffido di me stesso e sto in guardia.
So che il mondo che ho attorno è una minaccia sospesa, impalpabile,ma è reale, c'è. Trascorro gran parte del mio tempo in silenzio, leggendo uno dei miei libri, quelli che ho in libreria sono tutti, di autori importanti, quelli che hanno segnato un'epoca e che rileggendoli sono di un'attualità “ fresca”, emozionano e fanno pensare ancora.
Devo essere continuamente occupato, mi perdo nei miei pensieri.
Meta: arrivare all'ora seguente e così, di ora in ora, fino a raggiungere un luogo non accerchiato dal vuoto permanente di questa umanità.
Ma il male è una presenza respirata, è sornione e se ne stà in aguato.
Ho imparato a condurre una doppia vita. Penso, parlo, scrivo e al tempo stesso parlo con te, ma a una certa distanza rende dolce la tua presenza, un po' evanescente come una fotografia sfocata.
In quei momenti sono felice, mi lascio disarmare, il mio silenzio si interrompe, gli occhi brillano della tua luce, il mio dolore dentro è calmo come il mare di sera.
Improvvisamente, in un attimo, vengo colto dalla presenza... eccoti, sento la tua voce, le tue mani sulle mi spalle, i tuoi passi attorno alla scrivania. Sono perduto. Non posso che rimanere seduto alla scrivania.
In testa il pensiero di te rumoreggia come un aeroplano che precipita a vite.
No, non sei qui, sei là nel nulla gelido.
Cosa mi succede? Di che rumore, di che odore, di quale misteriosa associazione di pensiero hai approfittato per insinuarti in me?
Non mi difendo, sono lucido da capire che questa è una mia suggestione, ti amo troppo, ti amo tanto e vorrei averti in qualche modo vicina a me, di te conosco tutto perfino come ti muovi, come ti spogli, le espressioni che fai con quel tuo incantevole viso, il tuo profumo e quel tuo sorriso.
Il silenzio della stanza urla più di un clamore.
Ho il caos nel cervello e il panico nel corpo che desidera il tuo.
Guardo noi due in un futuro che non riesco a precisare.
Un altro me stesso si stacca da me e rifà i tuoi gesti.
Vado da una stanza all'altra dell'appartamento, come avrebbe camminato a Roma o a Torino un individuo che fosse l'unico a sapere della sua imminente fine. Al tempo stesso, mi rendevo conto che il mondo avrebbe potuto continuare senza di me.
Eppure facevo di tutto per trattenerti ancora un po'. Come potevo assomigliare a quello che se ne sta seduto a una scrivania davanti a libro?
Mi guardo allo specchio, come un giovane felice all'indomani dopo una lunga notte con la donna che ama.
Faccio il bagno e parlo con te da una stanza all'altra.
Chiudo gli occhi per vederti meglio.
Non ti ho vista mai così, non ti avevo mai ascoltata così, eppure sapevo che un giorno il suono della tua voce mi sarebbe uscito di mente, che avrei dimenticato il modo in cui mi dicevi: ti amo!
La vita mi conduceva sull'orlo dell'abisso è per questo che avevo paura di amarti. Ero spinto da qualcosa di più forte, volevo proteggerti.
Più di una volta al giorno quando arrivavi e ti sedevi sulla poltrona a guardarmi scrivere, e rimanevi in silenzio, come una voce che non si sente, io ti vedevo … ti venivo vicino per dirti che ti amo.
Mormoravo quel mio ti amo; sapevo che mi avresti sentito..
<< Bisogna che te lo dica: ti amo! >> oppure << Sto per lasciarti...>>,
<< Gli anni mi hanno mentito >> sono cose che ho pensato, cose della vita.
Ah.. la vita la odiavo e mi affascinava!
Come puoi non vedere quanto ti amo?

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