mercoledì 18 febbraio 2026



 








Il fascino del gioco dell’infinito


Vincenzo Calafiore

19 Febbraio 2026












“… nella narrazione, qualunque essa sia

c’è sempre una componente etica.

Questa componente etica non sta nella

contrapposizione di una verità alla falsità

di ciò che si scrive.

Sta nel modello di completezza, di intensità,

di illuminazione fornito dal pensiero di

chi scrive… che è l’opposto

del modello di ottusità, di incomprensione,

di passivo sgomento, e conseguente ottundimento

del sentire…… “

Vincenzo Calafiore



Sempre alla ricerca dell’infinito, nel nostro breve e intenso “ viaggio temporale “ che è la nostra vita.

E’ il tema per eccellenza della poesia più famosa del Pascoli, della letteratura italiana, “ L’Infinito “.

Oggi purtroppo assente per via della malattia dell’infinito.

E’ in realtà una parola doppia, perché quella dell’infinito è certamente una malattia, ma anche qualcosa di più meraviglioso.

Da dove nasce?

Si potrebbe andare molto lontano, al sedicesimo secolo, alla fine del sistema tolemaico, a Giordano Bruno, ma se vogliamo iniziare da vicino dobbiamo andare per forza maggiore a Rousseau e a Leopardi.

Due figure molto diverse quasi contrapposte.

Rousseau non poteva sopportare il limite, voleva uscire da se stesso, salire verso il cielo, superare il Mondo di Dio, andare oltre ogni limite religioso e fantastico e perdersi nell’aria. In lui l’infinito è un’espansione.

Leopardi ?

E’ il caso completamente opposto perché questo desiderio di espansione non c’è; per avere un rapporto con l’infinito Leopardi ha bisogno di essere – chiuso -: la siepe “ che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il sguardo esclude “ è una specie di carcere. Leopardi ha bisogno di allontanare l’occhio dall’infinito, di non vederlo e a partire da questo punto crea l’infinito nella mente.

Ci sono molte persone nel Novecento, vittime o trionfanti di questa malattia, in Conrad, Lord Jim fallisce una prima volta, e resta prigioniero di una grandissima colpa, poi si redime, ma fallisce di nuovo e stavolta la sua sorte è la morte, il suo errore non è di non seguire l’infinito, ma di non averlo seguito abbastanza.

E poi l’uomo che “ sogna “ !

E’ un sognatore imperfetto, perché il vero sognatore deve seguire il sogno eternamente, cadere in esso come si cade nell’acqua, muovendosi in modo che il profondo, il profondo mare tenga su.

Poi colui che non ha più nessuno, nessuna ragione per vivere, trova una farfalla bellissima, e possiede soltanto questa, che è qualcosa di caduco e senza timore di distruzione, ma è anche il segno di un mondo più alto dove “ l’infinito “ si può realizzare.

Fernando Pessoa ad esempio, la sua anima non poteva coesistere in una persona, ma aveva bisogno di moltiplicarsi e infatti si moltiplica in una serie di personaggi che sono i diversi poeti ai quali da voce.

Pessoa fa delle poesie con diversi autori, l'io si moltiplica nell'infinito, in tante altre personalità, ognuna con il proprio carattere: qualcuno vuole la chiusura, qualcuno vuole abbandonarsi completamente.....

Oggi vigge la piattezza, l'omologazione, il tutto uguale, dentro e fuori, l'essere in questo stato o meglioplagiati da un sistema che ci vorrebbe senza idee, senza pensiero, tutti uguali da poter essere controllati e manovrati a volere oggi è una cosa normale, una consuetudine anche se non lo è affatto!

E' di potere, e di ubbidienza che si tratta.

L'ultimo eroe della malattia dell'infinito penso sia Ubrich!

Il gioco con l'infinito è in Kundera,in Pamuk.

Nella letteratura italiana contemporanea questo gioco non c'è.

C'era in Calvino, nelle “ Citta invisibili”. Quanto alla letteratura di oggi non sembra che porti i segni di questa malattia, come se proprio quando il mondo diventa più che mai infinito la letteratura vi rinunciasse per lasciare il posto a una letteratura commerciale, più per fare salotto, rappresentazione e divinazione di se stessi, cassa, notorietà, che cercare l'infinito!






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