martedì 3 marzo 2026


 

La voce che non si sente


Vincenzo Calafiore

4 Marzo 2026 Udine ( Italy )


Ci sono giorni in cui diffido di me stesso e sto in guardia.

So che il mondo che ho attorno è una minaccia sospesa, impalpabile,ma è reale, c'è. Trascorro gran parte del mio tempo in silenzio, leggendo uno dei miei libri, quelli che ho in libreria sono tutti, di autori importanti, quelli che hanno segnato un'epoca e che rileggendoli sono di un'attualità “ fresca”, emozionano e fanno pensare ancora.

Devo essere continuamente occupato, mi perdo nei miei pensieri.

Meta: arrivare all'ora seguente e così, di ora in ora, fino a raggiungere un luogo non accerchiato dal vuoto permanente di questa umanità.

Ma il male è una presenza respirata, è sornione e se ne stà in aguato.

Ho imparato a condurre una doppia vita. Penso, parlo, scrivo e al tempo stesso parlo con te, ma a una certa distanza rende dolce la tua presenza, un po' evanescente come una fotografia sfocata.

In quei momenti sono felice, mi lascio disarmare, il mio silenzio si interrompe, gli occhi brillano della tua luce, il mio dolore dentro è calmo come il mare di sera.

Improvvisamente, in un attimo, vengo colto dalla presenza... eccoti, sento la tua voce, le tue mani sulle mi spalle, i tuoi passi attorno alla scrivania. Sono perduto. Non posso che rimanere seduto alla scrivania.

In testa il pensiero di te rumoreggia come un aeroplano che precipita a vite.

No, non sei qui, sei là nel nulla gelido.

Cosa mi succede? Di che rumore, di che odore, di quale misteriosa associazione di pensiero hai approfittato per insinuarti in me?

Non mi difendo, sono lucido da capire che questa è una mia suggestione, ti amo troppo, ti amo tanto e vorrei averti in qualche modo vicina a me, di te conosco tutto perfino come ti muovi, come ti spogli, le espressioni che fai con quel tuo incantevole viso, il tuo profumo e quel tuo sorriso.

Il silenzio della stanza urla più di un clamore.

Ho il caos nel cervello e il panico nel corpo che desidera il tuo.

Guardo noi due in un futuro che non riesco a precisare.

Un altro me stesso si stacca da me e rifà i tuoi gesti.

Vado da una stanza all'altra dell'appartamento, come avrebbe camminato a Roma o a Torino un individuo che fosse l'unico a sapere della sua imminente fine. Al tempo stesso, mi rendevo conto che il mondo avrebbe potuto continuare senza di me.

Eppure facevo di tutto per trattenerti ancora un po'. Come potevo assomigliare a quello che se ne sta seduto a una scrivania davanti a libro?

Mi guardo allo specchio, come un giovane felice all'indomani dopo una lunga notte con la donna che ama.

Faccio il bagno e parlo con te da una stanza all'altra.

Chiudo gli occhi per vederti meglio.

Non ti ho vista mai così, non ti avevo mai ascoltata così, eppure sapevo che un giorno il suono della tua voce mi sarebbe uscito di mente, che avrei dimenticato il modo in cui mi dicevi: ti amo!

La vita mi conduceva sull'orlo dell'abisso è per questo che avevo paura di amarti. Ero spinto da qualcosa di più forte, volevo proteggerti.

Più di una volta al giorno quando arrivavi e ti sedevi sulla poltrona a guardarmi scrivere, e rimanevi in silenzio, come una voce che non si sente, io ti vedevo … ti venivo vicino per dirti che ti amo.

Mormoravo quel mio ti amo; sapevo che mi avresti sentito..

<< Bisogna che te lo dica: ti amo! >> oppure << Sto per lasciarti...>>,

<< Gli anni mi hanno mentito >> sono cose che ho pensato, cose della vita.

Ah.. la vita la odiavo e mi affascinava!

Come puoi non vedere quanto ti amo?

domenica 1 marzo 2026

Breve come un sogno


Vincenzo Calafiore

2 Marzo 2026

La tristezza è il passaggio

per cui raggiungere la felicità.”

Vincenzo Calafiore


Mi sveglio presto. E' ancora notte. A occhi chiusi cerco di tornare a rimmergermi nel sonno interrotto dai pensieri che a sciami passano in mente.

Resto su una spiaggia assolata, a metà via tra la realtà e il sogno.

Sarebbe meglio andare in cucina a farmi un caffè e leggere, evitando i labirinti in cui immancabilmente cacciano i pensieri; ma la stanchezza della lunga notte nel dormiveglia, forse più che agitata, mi rende inerte e vado in una sorte di deriva luminosa di ricordi.

Li raggiungo talvolta ed essi mi invadono fino al punto di confonderli con la realtà.

Ma la coscienza non disarma e, di ricordo in ricordo volgendo il capo verso il cuscino che ogni sera continuo a posare alla mia destra, ritrovo l'immagine del tuo viso dolce e luminoso, piegato verso il mio posto vuoto, nel momento in cui schiudendo leggermente gli occhi allunghi le tue mani. Vedo i tuoi occhi, il tuo volto calmo, con un sorriso accennato sulle labbra …. chissà in quale sogno ti stai perdendo! E lì per lì, quel sorriso appena accennato sulle labbra mi diceva che nessuna angoscia o dispiacere ti aveva assalita.

Quel giorno, al mare, durante le ore trascorse a contemplare di soppiatto la tua bellezza, ed immaginavo di accarezzare il tuo viso, ancora non ci eravamo conosciuti, avevo sentito che eri la donna perfetta per me.

Apro gli occhi, accendo la lampada e mi rivolto contro me stesso.

La giornata comincia, e io non la vedo iscriversi in una traettoria felice.

Solo tu mi vedevi, solo io vedevo te.

Oggi mi trovo in un mondo cieco e nella mia vita e nella mia vita c'è il vuoto. Sapevo che sarebbe stato così.

In quei giorni al mare, ciascuno dei quali poteva essere l'ultimo, ti guardavo per scorgere l'amore, e trovavo la mia solitudine.

Pensavo: “ Guardami anche tu, perchè io avrò almeno il ricordo, tu invece nulla, guardavi in ogni parte tranne dove io ero.

Penso... tutto sta per svanire, anche la tua immagine impressa nella mia mente come la fotografia di una sposa per il soldato.

Mi lascerai nel nulla. Lo so.

Mi inebriavo della tua vista, mi smarrivo nei tuoi gesti, nei tuoi occhi, nei tuoi sguardi.

Ti sorridevo per vedere nascere il tuo sorriso, come un sole dal mare, ti baciavo.... e mi dicevo che mai, mai avrei dimenticato tutto questo, senza saperlo mi ero innamorato di te!

Avrei voluto che ogni impronta restasse sul mio corpo, che ogni tua carezza rimanesse su di me... lottavo contro l'impossibile. Ed ero vinto perchè tu mi ignoravi, ignoravi la mia sconfitta.

Una mattina sei arrivata con un altro uomo a prendere le tue cose, il tuo ombrellone!

Sto bene nel silenzio dell'inverno, la terra è nuda e inodore. Mi sforzo di credere allo stesso sonno di sempre.

Ci vorrebbe un sogno che mi portasse a te, chissà dove sei, chissà se ti ricorderai dei miei occhi che ti amavano tanto.

Se fosse primavera.... mi tramuterei in una farfalla per raggiungerti. E il sole, le gemme, i profumi, i canti degli uccelli mi sommergerebbero.

Che si può fare davanti al primo fiore se non amarlo e desiderare di vivere con la stessa sua brevità? Tu sei il primo fiore di primavera!

Debbo accettare un futuro nel quale tu manchi.

Cammino sulla spiaggia seguendo gli stessi percorsi di un'estate lontana. E' mattino presto, la spiaggia vuota, piena di silenzio e del vociare del vento, del borbottio del mare. La sabbia trascinata dal vento, le onde lasciavano nell'aria sbuffi di mare.

Fino a quel momento, cioè, quando ti ho incontrata, non mi ero mai interessato all'amore. Non ne tenevo conto. Solo i miei libri, le sigarette fumate in balcone guardando la notte, e il ticchettio della macchina da scrivere, il teatro, era quella vita che mi importava.

Nei miei sogni ti dico tutto quello che non sono riuscito a dirti.

Ho scoperto con te, la felicità. E per tenerla dovevo risalire ai ricordi di una estate passata troppo in fretta, insormontabile, il nero di notte e di fuliggine, quella sensazione di sabbie mobili... sì, questa era la sensazione dell'infelicità.....lontano da te!

E' passato l'inverno.

Era un sabato e faceva ancora freddo. La primavera era invisibile, ma in campagna già la si avvertiva nonostante il grigiore del cielo e gli alberi spogli.

Camminavo annusando l'aria, la mia cravatta accuratamente annodata, il colletto a coda di rondine, il cappello di feltro, gli occhiali tondi...un po' canzonatori .. il vento mi sussurrava minuziosamente, parlando con frasi brevi e concise del mare.

La mia immaginazione in quel momento iniziò a fare delle magie. Mi è parso di vederti arrivare dentro un abito bianco e un cappello dalle larghe falde bianco in testa.

Era mezzanotte. Avevamo lasciato la scena e il teatro per ultimi e camminavo lungo il viale con il bavero della giacca alzatoper riparami dall'aria pungente.

Passando davanti alle vetrine del Bar “ Ca' Mozart “ ti ho vista seduta da sola tra tanta gente.

Forse mi hai applaudito, forse mi avrai lanciato un fiore.

Peccato non ci siamo più incontrati.