sabato 9 maggio 2015




Continua la pluriennale serie “ 100 pagine in una” un intero racconto in una pagina!


GLI ANNI DELLA SOLITUDINE

Di Vincenzo Calafiore


Seduti su quel muretto basso di sassi, con l’intonaco divorato dalla salsedine, scolorito di bianco, stavamo assistendo al tramonto.
Le nostre sagome curve erano un’immagine sgraziata sotto quelle spatolate di nuvole all’arancia, di cornice in cornice a un sole tondo come un’ostia rossa purpurea, che divincolandosi dalle strette soffici maglie si spandeva come olio sul mare infuocandolo.
Il mare che solitamente da queste parti è sempre incalzato dal vento s’era disteso all’incontenibilità di un marmoreo incanto.
Gabbiani stanchi e vele piegate.
In quel proscenio avrei voluto rassicurarla sulla brevità del mio viaggio, ma ero stato rapito dalla continuità e dei quieti ritmi dei tratti del suo viso che ai miei occhi erano strofe di Pablo Neruda.
Come avrei potuto dirle che ero stanco del vuoto attorno?
Che mi sentivo tradito e per questo sarebbe stato l’ultimo tramonto assieme?
Io non volevo più correre, non ce la facevo più e se cadevo non sempre riuscivo a rialzarmi. Sono stati troppi gli anni passati nelle luride prigioni di Fakum, celle a cielo aperto e ferro attorno.
Gli aguzzini o come preferivano farsi chiamare – custodi delle nostre anime – non ci mettevano catene alle caviglie, tanto da quelle prigioni evadevano solo i morti.
Muiz Abbas il mio carceriere mi faceva dormire e scrivere, non riuscivo a capire… ma  una notte con la luna che illuminava a giorno la mia cella accostò la sua sedia alle sbarre e con la frusta mi fece cenno di avvicinarmi a lui:
<< Come mai uno come te è finito in queste fogne? >> mi chiese con curiosità.
La sua voce era uguale al vento che giungeva dal deserto, un fruscio vellutato sulla sabbia.
<< Forse perché non piaccio alla Corte. >>
 Nei giorni successivi, l’osservavo e lo studiavo convincendomi che poteva essere chiunque ma non un carceriere.
Un giorno frusta nelle mani, entrò nella mia cella e s’impadronì del rotolo di fogli sui quali annotavo tutto ciò che mi passava per la testa, nelle lunghe ore di solitudine; il terrore si era impadronito del mio corpo e della mia testa, immaginando ciò che mi sarebbe toccato da lì a breve, forse il taglio della mano.
La luna ridisegnando il cielo, saliva piano di volta in volta, lasciandosi dietro sagome scure di nuvole svaporate, accesa lanterna nel mare nero era per me una riva da raggiungere; fantasticavo di volare via lassù, quando il tonfo di qualcosa caduto nel buio della cella mi raggelò il sangue. Avvicinandomi all’oggetto capii che si trattava di un grande mantello blu scuro, come il cielo sopra i deserti.
Sentii la porta aprirsi e due possenti mani tirarmi fuori dalla cella; nel giro di poco ero già fuori dalle mura  di Fakum, su un cavallo che correva come il vento.
In quella cella ho vissuto per due anni come un cane in gabbia.
Accanto a me in un’oasi sperduta c’era Muiz Abbas assieme a tantissimi altri, tutti avvolti nello stesso mantello.
<< Benvenuto tra i fratelli della luce! >> Mi disse con la sua voce calma e sicura.
<< Chi siete e cosa volete da me? >> Gli dissi, dimenticando perfino di ringraziarlo.
<< Nulla, ti abbiamo ridato la libertà.
Non potevamo lasciare nelle prigioni  il pensiero.. >> mi disse, poi aggiunse – anche loro sono fuggiti dalla Corte! Vaghiamo per tutti i deserti a portare il nostro pensiero, noi tutti speriamo nella fine e nella distruzione della Corte, che ci starà già cercando.>>
Ci inoltrammo tra le dune di grandi deserti, attraversammo città di sabbia ovunque seguiti dai bambini con gli aquiloni appesi a un filo, come la nostra vita di solitudini e senza emozioni.







venerdì 8 maggio 2015



MORIRE A DIACIANNOVE ANNI

di Vincenzo Calafiore



GianLuca Monni aveva 19 anni e viveva a Orune,( Nuoro) una morte stupida, come tantissime altre accadute, come tante altre che accadranno ancora a causa di una cultura, distante tanto da sembrarci appartenere a un’era arcaica.
Questo ragazzo morirà due volte come i tanti delitti, di mafia o no, ucciso dall’omertà della sua stessa gente.
Io in verità non avrei alcun titolo a parlare o scrivere di – omertà – dato che provengo da una terra dove l’omertà è una consuetudine fortemente e follemente radicata in ogni tessuto sociale: la Calabria.
Ma mi piace pensare a questo ragazzo che a quanto pare abbia difeso la sua ragazza da soliti bulli, forti solo quando agiscono in branco, forti perché magari hanno una certa familiarità con le armi, coltelli compresi.
Mi piace pensare a Gianluca come a un ragazzo che è stato capace di dire no, alla barbarie, all’ignoranza, all’arretratezza, alla meschinità,e alla viltà; perché vili sono i suoi carnefici.
E’ stato un uomo coraggioso, pieno di orgoglio e di dignità, maggiormente di libertà; e vorrei che quei giovani così fragili e influenzabili facilmente, prendessero esempio da lui e si rifiutassero di seguire le orme di quegli imbecilli ignoranti, forti dietro un fucile.
In Calabria come in Sicilia l’omertà è un cancro che sta divorando già le nuove generazioni, è un malessere subdolo che chi purtroppo viene colpito non sarà più in grado di tenere alta la testa e di guardare l’altro, il diverso negli occhi, costretto com’è a tenerla giù a guardare per terra, di sentirsi un verme, un fallito.
E’ vero anche che se non si vorrebbe esserlo omertoso, lo diventerà poiché il carnefice pur di piegare una volontà o delle volontà, sarebbe capace di uccidere perfino degli innocenti bambini.
E’ un cane che si morde la coda.
Come evitare che tali delittuosi episodi si ripetano? Parlandone nelle aule delle scuole. Studiando e imparando poiché l’uomo che conosce non sarà mai schiavo di nessuno.
Quindi puntare tutto sulla scuola, una scuola vera, una scuola che vada oltre le sinossi e le sintassi, una scuola in cui si formino le future generazioni che disconosceranno l’uso della violenza di ogni forma.
Ciao Gianluca, e grazie del grande esempio che appena giovane hai saputo farci dono.
Grazie!

giovedì 7 maggio 2015

UN VIAGGIO PER SEMPRE

Di Vincenzo Calafiore




Un giornalaio stava strillando fuori dal finestrino, le ultime notizie del Corriere, ancora morti nel Mediterraneo, e ancora sbarchi e salvataggi; si tratta di continua invasione del paese ormai pronto ad esplodere.
Ma a Corte, nelle segrete stanze di regia, tutto perfino le notizie più banali vengono ripulite e rivestite di ottimismo.
Furono da tempo creati dei grandi centri di smistamento, che ora non riescono più a sostenere il ritmo dell’invasione e già si pensa di buttare fuori dalle abitazioni, la propria gente per dare le case ai nuovi inquilini, i nuovi padroni, il futuro.
A Corte sono tutti contenti, mazzette che vanno e mazzette che entrano, intrallazzi e affari d’oro con la nuovelle industria!
E noi?
Zitti e muti, dobbiamo subire.
Guardo l’orologio. << Ancora tre minuti e partiremo.>>
L’aria era satura di polvere e di umidità, e il tremolare delle luci, fuori ricordava cose familiari che si sono ormai perse.
L’animazione e l’andirivieni dei facchini e dei giornalai per un momento richiamarono il mercatino sotto casa e a quel ricordo mi avvinghiai cercando di dargli forma nella mia mente, finchè assunse la stessa concretezza del marciapiede, fuori dal treno, gelido e lavato dalla pioggia, e la stessa realtà delle mutevoli luci dei semafori.
Non sopportavo più di vivere nel paese che fino a ieri pensavo fosse mio, ecco perché mi trovo su questo treno che va dritto agli avamposti estremi senza mai fermarsi. 
L’ultimo sole si aprì un varco nelle nuvole, la luce del tramonto illuminava vetri scintillanti, vicoli con pozze d’acqua ferma irradiata per un istante di liquida luce.
In qualche luogo entro quel sudicio contorno si estendeva la vecchia città, come un gioiello troppo contemplato, oggetto di troppi traffici e di discorsi inutili.
Fuori da quel contorno si rivelò una solitudine di appezzamenti di terreno, la cui monotonia era rotta da bassi muri colorati che assorbivano la sera!
Noi su questo treno stavamo lasciando per sempre la terra in cui siamo nati da generazioni, conquistata da grandi immigrazioni, tradita dalle false alleanze strette con altri paesi.
I lampi dalle ruote divennero via via più visibili man mano che il treno acquistava più velocità, come orde di pensieri scarlatti adescati dalla notte nell’aria di campagne e praterie solitarie, rischiarate dalla luna; cadevano e si smorzavano accanto ai lucidi binari.
Sull’argine della lunga linea scura giacevano abbracciati vecchie puttane e ruffiani, attori e attrici dimenticati da un sistema che muta per confondere e privare, capace  di eternarsi continuamente soggiogando e soffocando ogni principio, ogni pensiero diverso.
Fuori scese l’oscurità e nei vetri dei finestrini noi viaggiatori non scorgemmo altro che i riflessi trasparenti delle nostre immagini; è un treno che parte pieno e torna vuoto alla stazione di partenza.
Se potessi dormire, pensai con bramosia, riuscirei a ricordare più chiaramente tutte le cose che andrebbero ricordate; cose da raccontare a chi prima di noi hanno già lasciato il paese, e che si stanno riorganizzando ai suoi stessi confini per riprenderselo, ai nostri figli senza futuro.




sabato 2 maggio 2015




PIU’ CI PENSO E PIU’ MI VIEN DA PIANGERE

Di Vincenzo Calafiore


Ci sarà  un giorno in cui al mattino con la speranza in cuore risvegliandoti  spererai di trovare qualcosa di diverso,o ti allontanerai da tutto e per disintossicarti spegnerai la tv e la radio. Spererai facendo ritorno alla quotidianità  in qualcosa di diverso o di nuovo: nulla sarà cambiato nella realtà, ritroverai le cose di sempre, più peggiorate di come le avevi lasciate prima.
E’ sempre la stessa minestra riscaldata.
Quel che senti nell’aria non sono voci ma è un coro a due voci, che intonati cantano la stessa melodia, ma  a saperle ascoltare bene ti dicono cose diverse. Dunque da una parte si grida al rinnovamento, alla ripresa economica, alle nuove assunzioni etc etc etc dall’altra parte l’esatto contrario.
Allora dove sta la verità?
Sta alla in quelle cifre che parlano di “ fame “ di povertà e di miseria, di gente senza lavoro, di sfruttamento.
Però ci sono anche quei disperati che fuggono da un inferno per raggiungerci e anche loro andranno ad aggiungersi alla lunga lista, faranno parte di quelle cifre di cui sopra …. Mentre i nostri amici sonnecchiano!
Ci sono troppe cose che non vanno bene e per una miserevole cosa risolta ne rimangono altre mille aperte senza alcuna soluzione all’orizzonte.
Pare che questa sorta di “ malinconia” che ci ha colpiti noi non si riesca a levarcela di torno…. Ma che sia colpa della politica in generis? Ma no, che sciocchezza sarà mai questa! Loro hanno fatto, e fanno di tutto per noi, poveri si ammazzano di fatica per studiare come meglio potercela per l’ennesima volta, e chissà quante altre volte, mettercela in quel posto.
Si sono comprati pure i minifrigo ….. ma dai poverini qualche sfizio se lo devono pure levare, dopo tutto, no?
Ma non dovevano ridursi gli stipendi?
Non avrebbero dovuto alzare le soglie di sbarramento?
Non avrebbero dovuto cominciare a fare qualche sacrificio anche loro?
Non avrebbero dovuto………..   solo parole!
Insomma in questo paese dei -  si -  che in realtà sono dei- no - non riusciamo proprio a far rispettare a tutta questa gente le volontà del defunto popolo italiano.
E noi? Be noi siamo sempre su due fronti, impegnati in una guerra all’insulto da trent’anni; si può essere più stupidi?
Ma lo sai d’essere parte e dipendente di quel popolo di truffaldini che “ magna, magna” non ti hanno lasciato niente se non un sacco di pulci e di cambiali che si troveranno a pagare anche i tuoi buoni spermatozoi quasi morti?
C’è una cosa che non sopporto più ed è l’umiliazione e la beffa  a cui siamo in gran parte sottoposti. Mi fermo qui anche se di secchiate marroni da scoprire ce ne sarebbero a grande quantità, mi fermo qui perché mi viene da rimettere, perché non mi sento protetto ma sfruttato da questo stato, perché provo vergogna e rifiuto di vedere sempre le stesse facce incipriate, in televisione, sono nauseato da tutte quelle trasmissioni da cui s’ode per ore e ore solo che un languido bla bla bla ….. intanto la barca imbarca acqua da tempo e non ci sono secchi per gettarla in mare!! Mentre “ loro” chi se ne frega! Coi stipendi che hanno, con quel che rubano, coi privilegi che hanno…… ma dai, non incazziamoci “ste cose”  ce le meritiamo tutte!
E sai perché? Perché siamo buoni solo a lamentarci e loro lo sanno!!

mercoledì 8 aprile 2015




CERCARSI

Di Vincenzo Calafiore


Non sempre si ha voglia o il desiderio di rimanere su un palcoscenico affollato dalla peggiore solitudine ove si consumano nelle continue quotidianità e usualità le peggiori rappresentazioni di se stessi; succede di staccare le spine che ci alimentano per fare ritorno come vecchi e saggi salmoni all’origine del silenzio, della solitudine per riconquistare territori perduti, per ridisegnare confini e limiti o semplicemente per ritrovarsi e potersi dire “ ciao come stai, o più semplicemente ciao sono tornato”.
Da marionette abituate a dipendere, a camminare seguendo immaginate traiettorie, a seguire determinati usuali percorsi come conigli sempre sullo stesso sentiero rischiando il cappio in agguato.
Chissà perché ad un certo momento accadendo, non è gradito al resto della comunità di marionette che ci circonda e non comprende il messaggio del volersi autonomamente esiliare, chiedere congedo, insomma andarsene fuori dalle balle per il periodo necessario a ricostruirsi, a riparare i danni che questo idiota sistema purtroppo causa, quanto necessario sia.
L’allontanamento volontario, necessario e indispensabile non è concesso, bisogna comunque rimanere in scena, bisogna comunque recitare la propria parte, bisogna comunque sorridere e parlare, pensare, anche quando non se ne avrebbe voglia, desiderio.
Questa condizione manifestata o manifesta, è forma arcaica di repressione.
Questa pressione del “ dover ad ogni costo”.
Questo obbligo di rimanere obbligatoriamente sull’assurdo palcoscenico a recitare è oppressione.
Forse sarebbe giusto imparare a conoscere,
a rispettare le volontà altrui,
la libertà di pensiero e di concepimento dello stesso,
e non per questo sentirsi oppressi da altre presenze che gradirebbero invece l’esatto contrario.
Ecco che allora scatta e chissà perché l’essere giudicati, analizzati, insultati anche dalle distanze.
Forse sarà utile trovarsi nella condizione del silenzio e rimanerci per purificarsi, per eliminare inutili zavorre, per ritrovarsi e tornare in quella normale esistenza che nulla di tutto questo contemplerebbe.
A quanto pare non è proprio possibile, non è concesso in questo sistema di merda, poiché facendolo, ci sarebbero coloro che si sentirebbero esclusi, coloro che si sentirebbero cacciati o  eliminati….. quando in realtà è di silenzio che si tratterebbe.
Di silenzio d’oro.