sabato 5 settembre 2015






Il teatro della Sete

Di Vincenzo Calafiore

Certo, è cosa accertata che oggi si “ sopravvive “ e non si vive, di questo verbo ormai non ne ricordiamo neppure la coniugazione, i suoi tempi; viviamo per somma, per abitudine tanto siamo ormai assuefatti a una maniera che nulla ha a che fare con il verbo “vivere”.
Le immagini con le loro storie nascoste ci giungono nell’immediatezza e con la stessa le dimentichiamo oscurandole in parti di memoria che alla fine le cancellerà; ma ci sono immagini che restano e mordono la coscienza ogni momento della giornata, di chi ancora l’ha.
Da troppo tempo ormai assistiamo a queste immagini raccontate dai mass-media che non lasciano la parola ad esse affinché si raccontino e ci facciano conoscere la vera storia, la sacrosanta verità che viene rapidamente rilasciata da volti anonimi di gente che scappa dal proprio paese scacciati dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla fame, e vengono spinte da quel grande desiderio di “ casa- famiglia, pace e serenità” a cui noi dell’altra sponda ormai siamo abituati e non ci facciamo neppure caso.
L’assurdo è proprio questo da una parte c’è un mare di gente che mira a queste cose, e dall’altra parte c’è gente comodamente adagiata ed ebra di tutto.
Arrivano a noi con qualsiasi cosa che riesca a galleggiare sul mare, dopo aver svenduto tutto perfino la loro vita, per trovare il più delle volte una morte certa e quando riescono a toccare terra si trovano davanti l’ignobile ottusità, il rifiuto dell’ospitalità e dell’accoglienza in nome di una certa sovranità territoriale.
Non abbiamo ancora capito che ormai non esisterà più la sovranità territoriale, non esisteranno più italiani o inglesi, francesi o tedeschi, poiché questo flusso migratorio non si fermerà e alla fine come giusto sia le razze si mischieranno per farne una sola razza, mista, senza alcuna distinzione di colore della pelle.
E’ questo il futuro che ci attende, sarà questo il futuro dell’umanità, e accadrà nonostante i muri e i fili spinati alle odierne frontiere.
Se vogliamo continuare a vivere dovremo imparare a dividere, ad accogliere, e cercare con queste famiglie e con queste speranze, ideare e costruire un mondo nuovo completamente diverso da questo finora conosciuto, permeato di false illusioni, di vaghe speranze, di egoismo sfrenato, del tutto ad ogni costo, della mancanza di fede e di fratellanza, di poca umanità.
Che farsene di un mondo simile in cui il “ vivere” è un dover vivere?  Poi non si sa!
Bisognerà guardare a questa invasione con occhi diversi e non come se questa gente di etnia diversa venga nella nostra bella casa ad imbrattare o a levarci il mangiare di bocca, guardarla con gli occhi della speranza, anche se, e non bisogna negarlo, fra questi ci sono dei violenti che stuprano e rubano, uccidono chi li ha accolti. Bisogna che la politica non ne faccia un cavallo di battaglia per una maggiore acquisizione di voti e di consenso, ma che questa promulga delle leggi atte a evitare che quegli atti di violenza non accadano. 
Fare in modo di uscire sia dalla crisi economica cercando di levare non solo al popolo, ma anche a loro stessi, affinché ci sia una giusta ed equa retribuzione economica e ridistribuzione dei beni primari. Solo così forse potremo vivere in pace con la nostra “ coscienza “, senza dimenticare quell’immane apocalittico cimitero che va dalla Libia alle coste italiane e greche, e l’immagine di quel corpicino che il mare nella sua pietà ha voluto restituire per dargli una degna sepoltura.
Vorrei che tutto questo “ peso “ ricadesse su quelle organizzazioni come l’ONU e di quei capi di stato  che fino a ieri hanno preferito girarsi dall’altra parte come se il problema fosse esclusivamente a carico di nazioni come l’Italia e la Grecia, peraltro non tenute in considerazione e multate pure!
Che schifo. 

giovedì 27 agosto 2015


Conosco il tormento che c’è in me
è di solitudine nella lontananza che
mi separa.
Che farne dei miei silenzi
di tutto ciò che passa per la mente
castelli di carta che il vento porta via.
Non può la mia mente andar via
da quanto ci siamo detti, di come ci siamo amati,
delle promesse, mi fa tornare, mi costringe
a respirare i luoghi della solitudine,
la tua lunga assenza.

mercoledì 26 agosto 2015



Demos


Di Vincenzo Calafiore



Bisogna guardare e leggere “ il passato” per meglio comprendere il presente e rendersi conto nel contempo che le “cose” che riguardano il governo degli uomini non sono mai cambiate, perché evidentemente non abbiamo voluto fare tesoro degli errori e delle cose buone del nostro passato.
Dobbiamo per forza maggiore rifarci a quanto è giunto a noi dall’antica Grecia, culla della cultura e della democrazia; ieri, Pericle divenuto stratega (  alta carica delle gerarchie militari dell'antica Grecia, corrispondente all'odierno capo militare o generale ) nel 460 a.C. governò Atene per trent’anni. Portò Atene verso la democrazia radicale, favorì la piena parità dei diritti politici dei cittadini, introdusse il compenso in denaro per tutti coloro che ricoprivano cariche pubbliche permettendone l’accesso anche ai più poveri. Incrementò l’assistenza sociale accollando allo Stato anche l’educazione degli orfani, pagò sussidi a mutilati e invalidi, assegnò una paga ai soldati in servizio e favorì l’emigrazione dei contadini concedendo loro terre nelle colonie.
Oggi qualcuno ha governato l’Italia per vent’anni senza nulla concludere.
Il discorso di Pericle. Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così. La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Uguale, a come siamo governati noi italiani.
Chiunque vada al potere a prescindere il “ colore “ per non essere sconfitto politicamente, interviene attraverso il suo egemone, che in parte riluttante, non può tuttavia rinunciare a dar mostra del suo ruolo di garante del giusto ordine costituito. Si capisce dunque che molti problemi nascono dal confronto di sempre del vecchio col nuovo ed il tentativo del vecchio di non lasciar esistere il nuovo, facendo apparire come ingiusto il suo recente potere: ingiusto perché nuovo.
Noi ormai è già da un quarto di secolo di promesse mancate, di fiducia vanificata, di stima siamo nonostante tutto governati da persone imbevute più dal desiderio di mantenere le poltroni, la notorietà, gli agi,il potere conquistati che da quello di fare qualcosa di buono per il popolo, ciò ha generato nel tempo un indebitamento che difficilmente potrà essere estinto, e nonostante ciò è chiara la divisione tra potere e popolo: il potere capace di far vedere ciò che è nero bianco, capace di modificare ogni cosa a suo vantaggio non è stato in grado di adeguarsi ai sacrifici e severe misure economiche imposti al popolo. Quindi in conclusione avere un concetto statico e/o negativo della storia, pensarla in termini di immobilità, non comprenderne il perenne ritmo propulsivo, l’inevitabilità del mutamento significa, sul piano politico,privilegiare l’ordine già costituito, che è sempre in ritardo sul presente e rifiutare la realtà che vive all’interno di quel ritmo e che è fatta di nascite  e morti, di crescita e di decadenza poi, e di collasso, come sta già accadendo.

lunedì 24 agosto 2015





Meglio il dialogo

Di Vincenzo Calafiore


Si assiste ogni giorno a spettacoli di efferata violenza verso le donne violentate in spiaggia, o per le vie delle “sicure” città, verso gli animali, il patrimonio culturale, verso l’umanità. I telegiornali ormai sono diventati dei veri e propri bollettini di guerra, certo, messe assieme queste cose ci lasciano in un cupo stato d’animo, e quasi senza futuro.
Nascono come funghi “movimenti” che a loro modo vorrebbero o avrebbero la pretesa di rappresentare un certo dissenso ormai diffuso nei cittadini verso una classe politica che dovrebbe rappresentarci al – governo – e invece incitano alla disubbidienza, alla violenza.
E’ un cosa sbagliata, sbagliatissima, da evitare con ogni mezzo e scegliere al suo posto il dialogo.
Si sa la violenza chiama a se altra violenza, a sua causa sono scaturiti il primo e secondo conflitto mondiale e forse il terzo è già alle porte!
Se cresce continuamente il malcontento nel nostro paese la causa andrà ricercata in coloro che pare non vivano su questo pianeta chiamato Italia, e non si rendono conto di quanto siano stanchi la maggior parte degli italiani di loro e della loro imbarazzante presenza. E’ vero anche che nulla fanno questi signori della politica ad evitare e a evitarci la loro incompetenza, la loro ingratitudine, il loro strapotere.
Ad esempio sono tre anni che è in ballo la storia dei nostri Marò, ma colui che si inchinò allora, al governo indiano, rispedendoli a casa loro e consegnando quindi la loro vita nelle loro mani è ora un senatore a vita, prende i suoi bei quattrini, si gode gli agi messi a sua disposizione fregandosene del danno e della figuraccia fatta fare a una intera nazione.
Gli esempi sarebbero tanti e vale la pena ricordarli, e a cosa servirebbe? Tanto non cambierebbe nulla ugualmente.
Ma il pensiero va a quei “movimenti” molto estremi, pericolosi quanto la rabbia, e il rancore che riescono a seminare per il loro segreto e intimo tornaconto personale, le dittature oltre ad avere vita breve sono state sempre funeste e la storia recente è ricca di esempi; se a questi aggiungiamo pure il malcontento e la mancata democrazia, la mancanza di dialogo il gioco è fatto!

domenica 9 agosto 2015



Un tempo non lontano

Di Vincenzo Calafiore



L’alba si presentò come una sposa, coi capelli ingarbugliati e pelle vellutata, col sorriso sulle labbra e una leggera brezza che piegava leggermente le cime degli alberi. Io mi sono alzato male, accade ormai da tempo e ancora adesso non sono riuscito ad abituarmi al mio viso senza neanche la smorfia di un sorriso, perché questo mi è stato portato via così alla stessa maniera a milioni di italiani. Io purtroppo nel corso della mia vita ne ho viste tante, ho visto le cosi peggiori, ho visto l’ipocrisia, ho sentito false promesse, false verità; ma ho visto troppe bandiere sventolare nelle piazze per cause fatte ritenute giuste mentre in realtà la vera causa stava da un’altra parte.
Sono ormai un dinosauro, roba da museo, ma ho ancora delle cose da dire affinchè le nuove generazioni sappino con chi hanno a che fare.
Ho visto le rovine e da queste rinascere città, botteghe di artigiani e c’era nell’aria una grandissima voglia di rinascere, di riscatto, di moralità.
Ma ho visto anche distruggere ciò che era stato ricostruito, la Cirio….. perduta, l’IRI distrutto, alcuni esempi.
Poi ho visto abbandonare i rioni, i paesi, le campagne e treni carichi di contadini che andavano a Torino con tutte le speranze racchiuse in delle valigie gonfie e scatole di cartone legate con gli spaghi più strani, erano i treni che partivano pieni e tornavano vuoti per ricaricare gente da scaricare ai piedi di un miraggio chiamato FIAT.
E’ da una vita che sento dire le stesse cose, per il Sud. E’ una vita che ci prendono per il culo, è una vita che ci fanno l’elemosina, offendendo la nostra cultura, la nostra dignità, la nostra storia, la nostra operosità e invece siamo stati bollati come incapaci, peso per il grande nord, colonia per lo stato che di memoria corta ha forse dimenticato che il nome della nazione Italia identificava un tempo la Calabria, non ricorda che la guerra di indipendenza l’ha pagata debiti compresi degli stati confederati, la Calabria e se noi ora chiedessimo i danni e gli interessi del prestito?
Non sorrido più perché lo schifo e la delusione sono diventati dei pesi insopportabili; non sopporto più vedere una massa di gente che se ne sta lì in quei palazzoni ben stipendiata e con tanti privilegi perenni, tutti alla faccia di un popolo che non è più in grado della più minima reazione.
E’ un popolo strano l’italiano che si preoccupa più del campionato di calcio che del suo avvenire, o del fatto che non riesce più a mettere un franco da parte!
E’ un popolo senza stimoli, capace di adagiarsi a qualsiasi situazione giusta o ingiusta che sia che gli viene imposta.
Ma ci sono le telenovele, le lunghe trasmissioni in cui si parla tanto senza venire a capo di niente, ci sono i grandi discorsi dei nostri politicanti che parlano tutti la stessa lingua se si tratta di intortarci…. Ma provaci almeno una volta a levargli un solo centesimo dalla tasca….
E sono tutti la denunciati e processati, ladri con tanto di certificato DOC, camaleontici con quel motivetto in testa che fa: …… oggi quà e domani là ! Passano da un partito ad un altro come una puttana da una stanza d’albergo in un motel .
Che cosa dovremmo aspettarci da loro? Miseria e debiti a parte? Un bel niente!
Chissà se prima di morire vedrò la loro fine e il cambiamento radicale dell’Italia vestita finalmente di onore e di orgoglio! Chissà… e intanto il cuore mi si stringe nel pensare che mio nipote forse sarà o farà parte di qualche generazione perduta. Pensateci Italiani!

mercoledì 29 luglio 2015



                       LA MORTADELLA


Di Vincenzo Calafiore


Sono momenti questi di “ transizione “ verso cosa non si sa, rimane il fatto che ormai dobbiamo affidare e governare la nostra vita alla provvisorietà; simbolicamente, è come se noi guardassimo da una spiaggia qualsiasi l’orizzonte in attesa di vedere un qualcosa che potrebbe salvarci e invece niente.
All’orizzonte non c’è proprio nulla se non le solite pacchianate all’italiana; ma non è così per tutti se pensiamo alla nostra illuminata classe politica potremmo sbizzarrirci risparmiando denaro pure.
In realtà dovremmo non menzionarla né pensarla, e pensare invece a come sbarcare il lunario, tanto siamo almeno consapevoli che questa massa di parolieri le cose per meglio giostrarci, illuderci, prenderci per i fondelli, le sanno fare bene e sanno pure dove andare a trovare il denaro per levarsi qualche sfizio. Mentre noi poveri siamo e poveri rimaniamo ci barcameniamo obbligati a trovare una soluzione quotidiana alla nostra sopravvivenza stessa.
Paradossalmente siamo come un cane che cammina dentro una nuvola di moscerini e con le zecche anche nelle parte più intime, che si scrolla e si gratta agli angoli dei muri senza nulla risolvere.
C’era stata la possibilità di fare una colletta per fare ritornare quello che andò in scena con le sue comparse chiedendoci lacrime e sangue, noi ancora siamo lì mentre loro si sono ben sistemati! , ma questo signore non dobbiamo dimenticarlo è colui che rispedendo i due marò in India si è guadagnato la pensione a vita con tutti gli annessi, questa è o sarebbe una delle tante porcate.
A volte siamo attaccati da una forte bile, bevendo un caffè al bar discutiamo animosamente sui se e sui ma, a volte ci illudiamo di essere in grado o di poter cambiare lo stato di fatto senza renderci conto che pur avendo un bel pezzo di carne non possiamo mangiarlo se non a morsi privi del necessario per tagliarlo….
Sappiamo pure coscientemente che due generazioni di italiani sono andate perdute.
Possiamo permetterci il lusso di fare gli scioperi quando non potremmo permettercelo.
Subiamo l’egemonia politica di una classe di imbecilli e incapaci.
Siamo coscienti di vivere dentro un grosso Centro Commerciale, ove vengono a fare acquisti, l’ultima vendita ben fatta è stata quella del colosso italiano del cemento che d’ora in poi parlerà tedesco.
Dovremmo esserne felici e contenti, fieri, ma siamo un popolo di ingrati e ci lamentiamo noiosamente sempre, non siamo mai contenti; perché poi ? Abbiamo un governo che ci difende, possediamo una delle più efficienti macchine della giustizia che tutela tutti noi, siamo i possessori di una cosa importante: la libertà !
Si, quella di andare affanculo!