domenica 20 agosto 2017

                         Domenica era sempre domenica

Di Vincenzo Calafiore
20 Agosto 2017 Udine

Di  “ Domenica “ mia madre si alzava molto presto per mettere sul fuoco la pentola di terracotta che usava solamente per cucinare il suo insuperabile “ ragù “ che lasciava andare a fuoco lento fino a mezzodì .
Il profumo stuzzicava le narici e invogliava al desiderio, faceva desiderare che giungesse presto l’ora di pranzo; uno alla volta ci si svegliava e papà compreso andando in bagno si passava dalla cucina attratti da quel profumo e con quel cucchiaio appoggiato su un piatto si assaggiava quella bontà; nel tempo questa cosa diventò una tradizione.
E abbiamo continuato a farlo anche quando la casa cominciò piano a svuotarsi e davanti ai fornelli non c’era più una donna bellissima e piena di vita ma una donna coi capelli bianchi e uno scialle sulle spalle, sempre bella, sempre con quella luce negli occhi.
Fini anche quella tradizione quando lei ormai stanca decise di raggiungere il suo uomo dall’altra parte del fiume; in quella casa vuota di tutto non ci sono più tornato.
Allora la domenica era la giornata in cui si rimaneva in famiglia, e la radio trasmetteva immancabilmente : Domenica è sempre domenica cantata da Riva.
Oggi quella domenica è solo che un ricordo, e la domenica di oggi paragonandola con quella di una volta altro non è che una bruttissima fotocopia.
Non si sta in casa ma si prende l’auto per andare qualche parte come se la casa fosse diventata una tana dove andare solo a dormire e da abbandonare durante le ore di luce; le famiglie che rimangono in casa a trascorrere la domenica assieme ormai forse non esistono più.
Come sono cambiati i tempi! Anzi come abbiamo potuto cambiarli in nome di un progresso che altro non è che regresso; di quelle domeniche è rimasto oggi solo che lo scampanio dei campanili sparsi per la città, un suono che ricorda che “ oggi è domenica “ !
Mentre un tempo c’era in tutte le case una radio che trasmetteva tanta e tanta musica, oggi al suo posto c’è la televisione che non trasmette musica, ma ahimè immagini di guerra e di violenza, brutalità, problemi e solo problemi!
E’ un veleno che piano nel tempo ci ha intossicati e avvelenati costantemente, tanto da farci perdere colore e siamo tutti grigi, tristi, come un cielo da pianura padana avvolta dalla nebbia.
Non ci sono più i famosi corsi in cui si consumavano le famose “ vasche “ in cerca di una ragazza, ci sono strade piene di gente che cammina sui marciapiedi tanto per prendere una boccata d’aria o per consumare tempo guardando le vetrine oggetti e capi di vestiario, calzature di cui si potrebbe anche farne a meno, ma che la legge del consumismo invece vuole che si entri in un negozio ad acquistare qualcosa e fare ritorno a casa con in mano una busta di carta piene e noi sempre più vuoti invece.

Vuoti di anima e di allegria, vuoti di piacere, vuoti di dialogo, vuoti di famiglia, vuoti di casa.
L’Eterna primavera


Di Vincenzo Calafiore
21 Agosto 2017 Udine

 “ La Casa,
non è una tana in cui rifugiarsi per la notte.
Non è una stazione di servizio in cui sostare per rifornirsi e ripartire.”

Gran Ducato Rione Santa Caterina, Reggio Calabria.
Era uno dei più bei Rioni della mia Città, qui ha iniziato a strimpellare strumenti musicali e a cantare Mino Reitano, ma c’era e c’è ancora Stefano Federico, il “mio “ compagno di classe, l’Amico che abita nel cuore.
Ci si trovava alla “ Villetta” per giocare, per andare a scuola.
Pian piano quella “ Casa” cominciò a svuotarsi e vennero chiuse le finestre, la porta, e tutto dentro cadde in un oblio; cominciarono a cadere gli intonaci, i muri si scolorirono come si scolorì la mia vita.
A 16 anni il desiderio di andare via fu forte come un’onda che travolse ogni cosa, così iniziò il mio viaggio con in spalla uno zaino che custodiva la mia eterna primavera.
Le giornate in riva al mare,
il pane caldo
le strade in discesa
le scarpe rotte e maglioni bucati
le ginocchia sbucciate e la vita negli occhi.
Questa eterna primavera che fa capolino nei giorni miei ricorda la mia casa amata e mai dimenticata.
Ma questa è un’altra storia, un’altra vita nella mia vita.
Quanto tempo è passato e la mia casa è sempre là, nel cuore.
In questo giro di pagina molte cose sono andate perdute, io nonostante tutto non mi ci raccapezzo e vivo sospeso su un mare tra due terre diverse, una specie di oblio in cui il più delle volte ritrovo come sa fare un archeologo ricordi o frammenti di essi che comunque mi ricongiungono a quei 16 anni di cui ricordo poco o niente.
Vivo in questa “ casa “ ancora col suo profumo, con la sua vita, con le arie gaie e festose a cui mi aggrappo per non morire una seconda volta.
Ed oggi in una casa di latitudini diverse, con nostalgia sfoglio pagine di un diario che si interrompe e riprende a vivere, è una magia di quegli uomini che come me non hanno casa, né luogo; raccontano storie che sanno di mare e vivono in una prigione da cui riescono a volte a vedere quanto si è disperso.
Ad uno ad uno cadono i sogni e frantumandosi diventano parole di un dialetto mai scordato, è un ponte che collega gli opposti, sapessi almeno in quale opposto vivo!
E’ la dannazione degli intrepidi o di coloro che hanno attraversato il mare su un pezzo di legno in una lunga deriva col tempo di riportare su un vecchio portolano quanto la mente suggerisce, è un raccontare vita o fare vita.
A volte l’alba mi trova con un pezzo di pane caldo fra le mani e io mi vedo in quella dimensione a cui spesso torno…
Ma, vallo a spiegare a chi oggi che non sa cosa significhi “ casa “ o che non sa cosa significhi il voler tornare a casa per rimanerci!
Vallo a spiegare a chi del mare ha paura e si ferma sulla riva a guardarlo.
Vallo a spiegare a chi corre così velocemente da non riuscire più a parlare o a scrivere una lettera, per dire: torno a casa o per dire semplicemente: ti amo, mi manchi, voglio o desidero che tu rimanga con me a parlare guardandoci dritti negli occhi, stringendoci le mani.
Vallo a spiegare a chi della brutalità e della violenza ne fa abiti o vesti da indossare.
A volte se giro la testa per guardare in dietro li vedo tutti lì ammucchiati in un angolo come foglie raccolte dal vento, i miei anni ed è proprio in quel momento che mi rendo conto di avere in mano una chiave vecchia e arrugginita.
E’ la chiave di casa mia come una donna, come una sposa a cui tornare.


venerdì 18 agosto 2017

Brucia la luna
Di Vincenzo Calafiore
19 Agosto 2017 Udine


Sarebbe una notte propizia ai lunghi viaggi, guardare il mondo da un oblò di un’astronave a remi che silenziosa remata dopo remata si allontana da questo mondo sospeso nell’universo.
Ma questa notte con un cielo così pieno di stella da poter cogliere con le mai, è un peccato chiudere gli occhi.
La luna da lassù fa capolino negli occhi, brucia la luna il mare che per l’occasione si è disteso come me a guardarla!
La radiolina a transistor che prima stava trasmettendo della buona musica come di un
“ Notturno d’Italia “ si interrompe per dare spazio al radiogiornale, rientro in casa e accendo la televisione, si parla ancora dei fatti di Barcellona.
Cambia scena e si parla dei fatti di casa.
Sono assalito dallo sconforto nel vedere le stesse facce di politici che ormai non rappresentano più nessuno se non se stessi; ma c’è anche il fatto del giorno: Cattaneo prenderà una buonuscita del valore di 25 milioni di Euro dalla Telecom/TIM ! Per 12 mesi di cosa….?
Lui però dichiara: “La cifra che mi verrà attribuita non ha nulla di scandaloso, né di disdicevole. Ho la coscienza assolutamente a posto” avrebbe dichiarato Cattaneo, secondo quanto riporta Repubblica. Che novità!
Non saprei neanche contarli tanti sono, e poi credo davanti a questa montagna di euro che svenirei!
Ma cosa avrà fatto di così eccezionale, di così importante per ricevere un premio così?
Si sarà spaccata la schiena pulendo le corsie di un Centro Commerciale Bennet o Carrefour, ma no, povero avrà lavorato per una vita intera in un alto forno, o su un’impalcatura a tirare su malta, oppure si sarà fatto il mazzo seduto su una volante della Polizia… ( qui si tratta di una vita di lavoro, mentre i 25 milioni di euro sono per un anno di lavoro)
E’ questo lo schifo!
E’ questa la vergogna di questa Italia in mano a una banda di nani ragionieri che giornalmente la televisione di stato ci propone le loro facce e il loro bla bla inconcludente, senza via di scampo.
Ma la cosa tragica è che loro difendono a spada tratta i loro diritti acquisiti e gli stessi non esistono per la plebaglia italiana.
Sono cose note vissute da tutti con sdegno e nauseante rifiuto, eppure “loro” nonostante ne siano a conoscenza purtroppo sono lì con il loro unico problema conservare il potere, la poltrona; il nostro problema invece è la loro esistenza.
Ma siamo stati noi a volerli,
siamo ancora noi a permettere la loro esistenza,
siamo noi ad andare in piazza ad ascoltarli con le diverse bandiere di partito,
siamo noi ad applaudire, quando invece maledirli,
siamo noi a foraggiarli e poi ci lamentiamo perché mangiano troppo foraggio.
E mentre da qualche parte per giornate intere si sta a discutere di terrorismo, da noi si parla dell’esistenza della bandiera del PD, se esiste ancora il PD,  come quella pubblicità che puntuale ogni giorno alle 12 e alla sera all’ora di cena arriva e fa vedere bambini denutriti e deformati in viso da un labbro leporino, cosa che ti fa passare la voglia di pranzare o di cenare.
Così loro con la loro faccia di cartone che da buoni ciarlatani la sanno raccontare a noi che davanti a un piatto di minestra li stiamo ad ascoltare incantati ed entusiasti alla stessa maniera di come guardiamo la luna bruciare il cielo!









giovedì 17 agosto 2017

La strage degli innocenti

Di Vincenzo Calafiore
18 Agosto 2017 Udine

A Barcellona come a Nizza, lo stesso copione, lo stesso identico scenario di morte, panico.
Vite spezzate non dalla casualità o dall’imprudenza, ma dalle mani di uomini invasati e ciechi votati al terrorismo, uomini a cui la loro vita e degli altri non ha alcun valore per ragioni personali che la loro mente malata vede come soluzione finale.
Questi uomini “ europei “ che sono partiti ad ingrossare le fila del terrorismo islamico, sono volti noti, conosciuti, sono schedati… insomma noti ai servizi di sicurezza nazionale di ogni singolo stato.
La domanda spontanea è : “ se sono volti noti “ perché lasciarli rientrare a casa liberamente come da una vacanza dopo che questi sono stati addestrati a uccidere?
L’altra domanda è : perché lasciarli circolare nelle città sicuri o certi di poterli monitorare con un elevato impiego di mezzi e uomini da parte dell’intelligence?
Quando si potrebbero eseguire gli arresti all’istante, appena già mettono piede sul suolo di casa?
Perché non ucciderli o farli sparire per sempre perché indegni di stare o di vivere in un qualsiasi contesto sociale?
Abbiamo dimenticato:
le fila di uomini in tuta arancione su una riva e li sgozzati come agnelli,
ma abbiamo anche dimenticato:
le stragi di uomini, donne e bambini con le bombe piazzate sui treni come in Spagna è già accaduto, come nelle metropolitane.
Come abbiamo dimenticato:
le bombe piazzate sugli aerei….
Ieri pomeriggio a seguito della strage di Barcellona in televisione ho potuto seguire un dibattito di uomini intelligenti, luminari in psicologia o filosofia, giornalisti e quant’altro, in cui si sono dette delle “ cazzate “ una più grossa dell’altra.
Questi “ luminari idioti “ fra le altre loro cazzate, affermavano che questi guerrieri della morte andrebbero rieducati nuovamente…… riconvertiti!
E’ come convertire secondo loro un predatore a non essere più predatore!
Ma pare una cosa possibile, una cosa giusta?
Questa è una enorme “ cazzata “ una di quelle coglionate che non stanno ne in cielo ne in terra!
Questi “ animali “ peggiori delle bestie che in nome di un loro ideale hanno disseminato morte, questi animali vanno o andrebbero solamente eliminati, come loro hanno eliminato o potrebbero eliminare ancora dopo molto tempo dal loro rientro in patria.
Ma è anche vero che oggi si pagano gli scotti degli errori di una politica ingerente: l’eliminazione di Gheddafi, di Sadam Hussein, tanto per citarne alcuni!
Non potevamo farci gli affari nostri e lasciare le cose come stavano?
Oggi mi pare che tutto conduca a fomentare odio, razzismo.
Da ogni parte c’è violenza e stragi, distruzioni, eliminazioni di massa; ma che sta succedendo a questa immane società? Perché c’è tanta voglia di scannare, di eliminare, distruggere?
Perché mettere dei pazzi a capo di governo?
Forse incoscientemente ci siamo infilati nel terzo conflitto mondiale.
E come disse quel generale statunitense: “ non so come sarà la terza guerra mondiale, ma so come sarà la quarta guerra mondiale: con le clavi!



lunedì 7 agosto 2017

mouth-603273_960_720.jpgL’alba è quasi finita, ma cerca di esserci !






Di Vincenzo Calafiore                
08 Agosto 2017 Udine











E poi ti rendi conto di quanto sia breve la vita... di come si è perduto il tempo in cose inutili... in un attimo tutti i ricordi in testa tornano e rimangono li fino alla fine, fino all’ultimo respiro….. “
                                       Vincenzo Calafiore

A un certo punto arrivi e tracci una riga a terra o su un foglio di carta, inconsapevolmente cominci ad annotare le cose belle e le cose brutte e poi come accade si fanno le  somme; questo accade prima o poi, accade quando meno te l’aspetti e tutto cambia.
Puoi rimanere sulle stesse pagine o come voltare pagina e ricominciare d’accapo.
E’ quello che sta accadendo, tutto è messo in discussione,
sono spariti i registri, l’ordine delle idee, sogni da realizzare quasi azzerati….
E’ un mare che piano piano mi sta sommergendo, come a volermi annegare nei suoi vortici che spingono verso il fondale piuttosto che verso la luce.
E’ una lunga notte di occhi stanchi e di anni svaporati nel nulla, una notte in cui mette paura perfino guardarsi allo specchio di scoprire la persona diversa riflessa, vincere i timori e l’inconsapevole resistenza di aprire invece gli occhi e guardarsi dentro nell’anima e finalmente conoscere l’altra faccia, l’altro aspetto, quello che è rimasto sempre nell’ombra ad attendere pazientemente questo momento.
E’ un’operetta in un grande teatro seguendo le regole di un invisibile regista che ti dice cosa fare e suggerisce come spostarti seguendo un percorso tutto tuo, per non intralciare quello di altri recitanti.
Una parodia a mezza voce dal buio di un retroscena dimenticato, è questa la vita delle comparse che silenziose se ne stanno lì in attesa d’essere chiamate all’opera.
Ho rivisto vecchi film in bianco e nero riconoscendomi pure,
ho rivisto i miei occhi luminosi e i miei anni ruggenti, riprovando anche se in brevità l’ebbrezza della velocità in quelle scene di patos infinito, quando ignaro mi inebriavo di felicità.
Succede di notte che l’ombra di un ricordo rassomigli a un grosso legno a cui aggrapparsi e lasciarsi portare via in altri mari, in altri altrove, in altre felicità che attendono o potrebbero non esserci e allora cos’è che comunque mi costringe a nuotare a mettermi in salvo e per chi, per cosa?
Che la mia vita non fosse stata semplice io questo l’ho sempre saputo, quello che non ho mai capito è la mia felicità!
Perché sono felice?
Da piccolo quando lottavo tra la vita e la morte, a me bastava un quaderno e una matita, e riempivo pagine di parole, come un’ossessione disegnavo sempre lo stesso sole e lo stesso mare, li chiamavano “ scarabocchi “ per me erano tracciati di strade a cui dovevo andare. …
Al Ginnasio ci andavo a piedi e coi libri in mano e poi le lunghe passeggiate in riva al mare facendo finta di avere una ragazza.
Ma a un certo punto il fondale del palco torna ad essere nero ombre e personaggi si confondo e non si capisce più dove sia finita la finzione e inizi la realtà.
E’ tutta dentro una goccia trasparente di vita che scivola piano fino a sparire in un vuoto tra occhio e mento.
Schiudo gli occhi e mi trovo davanti a una visione diversa, mi scopro stanco, tanto rassomigliante a una barca stanca di tanto mare!
Allora in questa mezza alba sospesa tra un si e un no, mi chiedo se valga ancora la pena di mettere assieme parole per farne una canzone o un copione…
Mi chiedo se vale ancora la pena “ scrivere “ !
Richiudo gli occhi e torna la mia mente a una spiaggia quando camminando a piedi nudi e con le scarpe legate al collo e i libri in una mano facevo finta di avere una ragazza a cui consegnavo il mio cuore, fino all’ultimo respiro.
Mi rendo conto di quanto sia breve la vita… di come si è perduto il tempo in cose inutili.. in un attimo tutti i ricordi tornano e rimangono lì fino alla fine, fino all’ultimo respiro… come nuvole restano lì per giorni e giorni prendendo e assumendo le forme che vogliono, ma mai la mia forma: l’Amore! L’amore per la vita.
L’alba è quasi finita, ma tu cerca di esserci.


domenica 6 agosto 2017

Patriottismo

Di Vincenzo Calafiore
07 Agosto 2017 Udine


Incipt:


Per uno come me che per una vita ha portato le “stellette “ sul petto con orgoglio e con onore il significato di patria è ben radicato in me anche per il “ giuramento di fedeltà alla patria “ ancora adesso è così dopo tanti anni che ho appeso nell’armadio la mia uniforme grigio-verde, quello dell’Esercito Italiano.
Uno come me non sarà mai un uomo qualunque, perché ha nel sangue la disciplina, l’ordine, l’onestà, la lealtà, l’abnegazione, l’alto sentimento della Patria.

Ma che significa “ Patriottismo “ ? 
Il patriottismo indica l'attitudine di gruppi o individui favorevole alla patria. Di norma esso si riferisce ad uno Stato-nazione, ma la patria (o madrepatria) può anche essere una regione o una città. Si esprime attraverso una molteplicità di sentimenti quali: orgoglio per i progressi conseguiti o la cultura sviluppata dalla patria, il desiderio di conservarne il carattere ed i costumi, l'identificazione con altri membri della nazione. Il patriottismo ha anche una connotazione etica poiché implica che la madrepatria (comunque definita) sia uno standard o un valore morale in sé, come esprimono formule quali "per la Patria, nel bene e nel male". Ai patrioti si richiede, inoltre, di anteporre gli interessi della nazione anche ai propri ed a quelli dello stesso gruppo di appartenenza il che, in tempo di guerra, può anche significare mettere a rischio o donare la propria vita. Anche per questo la morte in battaglia per la madrepatria è l'archetipo estremo di patriottismo. Il patriottismo personale invece è emotivo e volontario. In questo caso l'individuo aderisce ad alcuni valori morali quali il rispetto per la bandiera.
Quel che accade molto di frequente è da parte mia chiedermi cosa io abbia o dovrei avere in comune con questa società così lontana dai miei principi, dai miei valori; io che ho vissuto e attraversato tutti i tempi della “ mia ex patria “ , cioè dalla Ricostruzione al boom economico.Il miracolo economico italiano (anche detto boom economico) è un periodo della storia d'Italia, compreso tra gli anni cinquanta e anni sessanta del XX secolo, appartenente dunque al secondo dopoguerra italiano ovvero ai primi decenni della Prima Repubblica e caratterizzato da una forte crescita economica e sviluppo tecnologico dopo l'iniziale fase di ricostruzione. Il sistema economico marciava a pieno regime, il reddito nazionale stava crescendo e la gente era rinfrancata dall'incremento dell'occupazione e dei consumi. Si erano infine dimenticati gli anni bui del dopoguerra, quando il paese era ridotto in brandelli. È pur vero che tanti erano ancora i problemi da affrontare, fra cui la carenza di servizi pubblici, di scuole, di ospedali e di altre infrastrutture civili. Ma in complesso prevaleva un clima di ottimismo..D'altra parte, all'inizio del 1960 l'Italia si era fregiata di un importante riconoscimento in campo finanziario. Dopo che un giornale inglese aveva definito col termine “miracolo economico” il processo di sviluppo allora in atto, dalla Gran Bretagna era giunto un altro attestato prestigioso per le credenziali e l'immagine dell'Italia. Una giuria internazionale interpellata dal “Financial Times” aveva infatti attribuito alla lira l' ”Oscar” della moneta più salda fra quelle del mondo occidentale. Un premio che aveva coronato una lunga e affannosa rincorsa, iniziata nell'immediato dopoguerra, per scongiurare la bancarotta e non naufragare nell'inflazione più totale.
Poi chissà perché forse causa la grande sbornia economica, o a causa delle mani bucate dei governi che si sono succeduti cominciò piano l’inarrestabile declino; un po’ come succede a chi ad ogni costo vuole scalare il successo e alla fine una volta raggiunta la cima, inevitabilmente poi seguirà la lunga e lenta discesa … il declino! Ma a questo hanno partecipato politici ancora in vita e bene in salute, non so se della seconda o terza, quarta, quinta Repubblica ( che casino), che hanno cominciato a vendere i “ gioielli di famiglia “ l ‘I.R.I. , la Cirio, tanto per citarne qualcuno, ma come dimenticare la Telecom… e la Telecom –Serbia ? Questi ratti si sono rosicchiati la forma di grana dall’interno lasciando per intero l’esterno… questi politici che son ancora lì a tenersi ben strette la fama e la ricchezza hanno svuotato col loro ingegno e le cose giuste per il popolo, le nostre casse ! ,  infatti hanno sete e fame, questo mi ricorda Caligola! A questi atti simbolici, Caligola ne affiancò altri ben più concreti e dannosi: dissipò il patrimonio ereditato da Tiberio in donativi ai soldati e al popolo e in abbellimenti urbanistici; aumentò le tasse per ripagare gli sperperi di corte; instaurò un regime tirannico e sanguinario. Così facendo si attirò l’odio di tutti: ad assassinarlo il 24 gennaio del 41 d.C. furono quegli stessi pretoriani, appoggiati dalla plebe, che lo avevano portato al potere e che ora al suo posto, senza neppure consultare il senato, acclamarono il cinquantenne Claudio, fratello di Germanico e zio di Caligola. Quello stesso giorno furono uccise dalla guardia pretoriana anche Cesonia e Giulia Drusilla, la moglie e la figlia di Caligola. Caligola subì la damnatio memoriae (condanna della memoria) e il suo corpo fu dato alle fiamme. Non rassomiglia un pochino alla fine di Benito Mussolini? Ma viene anche in mente il detto popolare: “ Si stava bene quando si stava male….. “ !!!






venerdì 4 agosto 2017

C’era una volta l’Italia


Di Vincenzo Calafiore
05 Agosto 2017 Udine
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Forse sarà la mia età di circa 71 anni più o meno, l’età della riflessione, dell’andare piano per strada, nei ragionamenti, a letto nel fare sesso a volte riuscendoci a volte no; ma è anche l’età in cui si ha il coraggio di dire basta alle amicizie sbagliate, ai profanatori della vita privata ( mi rifiuto di usare il termine inglese, fa schifo ), si ha il coraggio di sempre di esprimere il proprio pensiero su quello che dovrebbe essere la “ mia “ nazione : l’Italia!
Ma è ancora mia?
E’ ancora  < Italia > ?
Io personalmente mi rifiuto e non mi sento di appartenere a questa nazione, perché non mi ci riconosco, perché questa non è l’Italia a cui ho dedicato con Onore e Onestà, Fedeltà, la mia vita! Quell’Italia che mi ha fatto tenere sempre alta la testa con Orgoglio, l’Italia dei valori e dei principi, ora non c’è più.
Questa “ Cosa “ gestita più che governata da gente che cambia, stravolge, muta a convenienza, bugiarda, meschina, arrogante, affarista, arruffona, è diventata un Suk in cui chiunque può venire soldi alla mano a fare acquisti.
E’ un vecchio “ Casino “ in cui vecchie e giovani prostitute si svendono per qualsiasi cosa.
E’ uno di quei porti in cui e da cui tutti possono entrare e uscire dopo aver fatto il proprio comodo.
E’ una serva a cui è vietato alzare la testa dinanzi ai padroni vecchi e nuovi.
E’ la comparsa di se stessa in un Circo senza eguali.
E’ un campo di battaglia in cui si combatte spietatamente per sopravvivere e i vincitori sono sempre gli stessi: quelli che hanno più denaro e più potere.
E’ un luogo in cui ci si sveglia non pregando ma imprecando.
E’ il luogo dove una banda litigiosa fa e disfa a danno del popolo sovrano e non a danno suo che mantiene i suoi privilegi, i suoi giochi, il suo potere che usa per schiacciare il popolo o un popolo che nonostante tutto per servitù o schiavismo di un pensiero politico sbagliato o giusto che sia, lascia fare e va in piazza a sventolare bandiere, ad applaudire, in televisione o nelle televisioni ad ascoltare i parolai che con classe raccontano cazzate e continuano a prenderci per il culo.
E’ un paese o una nazione serva di un Europa o di una coalizione che continuamente ci ricorda che noi “ non valiamo un cazzo “ e che dobbiamo stare solo che zitti.
E’ un paese o una nazione che non ha più la sua “ Sovranità “ e se c’è l’ha la usa contro la sua gente e mai contro chi ha trascinato questo paese in un marasma e pantano da cui difficilmente ne uscirà fuori.
E’ un paese o nazione a convenienza.
E’ il paese in cui il malaffare del potere si intreccia con il male affare della gleba.
E’ il paese in cui alle forze dell’Ordine che garantiscono o dovrebbero garantire la legalità e l’ordine gli vengono levati più che dati i poteri e i mezzi per farlo.
E’ il paese dei balzelli, ( Tasse gravose e arbitrarie, vedi il canone RAI. ) 
E’ un paese disciplinato da “ altri “ e non dalle sue leggi, che sono così complicate che alla fine va a finire come in un noto film di Alberto Sordi in cui …..  “ sai, perché hai perso la causa? Perché io so io e tu non sei un cazzo! “
E’ un paese in cui si è autorizzata un’invasione sotto mentite spoglie e ora ci ritroviamo con gente in casa che ci oltraggia ( non tutti in verità ) che contrabbanda, che spaccia, che ruba, violenta, ammazza.
E’ un paese in cui si può delinquere ed essere certi di salvarsi il culo perché la legge glielo permette.
E’ il paese in cui i ladri sono autorizzati  a fare il loro lavoro indisturbati.
Ora datemi una ragione perché io debba sentirmi orgoglioso di un’appartenenza a cosa?


venerdì 28 luglio 2017

Vivere sempre

Di Vincenzo Calafiore
28 Luglio 2017 Udine

“I filosofi hanno molti pensieri i quali tutti valgono fino a un certo punto. Socrate ne ha uno solo, ma assoluto”.

Il lascito socratico è di vitale importanza, straordinario e lo si può sintetizzare nell’invito a prendersi cura dell’anima, intesa come sede delle qualità intellettive e morali dell’uomo.
Prevale in tutto e su tutto la “ coerenza” e in questo senso Socrate fu coerente, quando, invitato dai suoi discepoli a fuggire dal carcere, dove era stato ingiustamente rinchiuso per essere messo a morte, si rifiutò di farlo per coerenza con la sua dottrina, incentrata, appunto, sulla “cura dell’anima” e sulla non violenza. Fuggire dal carcere, secondo Socrate, avrebbe significato rispondere all’ingiustizia con l’ingiustizia e contraddire, di conseguenza, nel momento della prova il suo messaggio di fondo: coerenza tra interiorità ed esteriorità, rispetto delle Leggi, di per sé giuste, poiché l’ingiustizia nasce dal cuore degli uomini, vivere secondo virtù e giustizia.
Ma leggiamo lo splendido passo che conferma a tutto tondo come Socrate giudichi il fuggire una forma di violenza verso le Leggi: “Non si deve disertare né ritirarsi né abbandonare il proprio posto, ma, e in guerra e in tribunale e in ogni altro luogo, bisogna fare quello che la Patria e la Città comandano, oppure persuaderle in che consiste la giustizia: mentre far uso di violenza non è cosa santa . “  (“Critone”, 51 B ).  E, nell'”Apologia di Socrate (30 D- 41 D), contro i suoi accusatori, il Nostro rileva in modo splendido come il virtuoso custodisca nella sua stessa virtù la difesa più alta, la rocca inespugnabile anche per coloro che, senza alcuno scrupolo, mandano a morte un uomo ingiusto: “Io non credo che sia possibile che un uomo migliore riceva danno da uno peggiore. Anito potrebbe condannarmi a morte, cacciarmi in esilio e spogliarmi dei diritti civili. Ma, queste cose, costui e forse altri con lui crederanno che siano grandi mali, mentre io non penso che lo siano. Io credo, invece, che sia un male molto più grande fare quelle cose che ora fa Anito, ossia cercare di mandare a morte un uomo contro giustizia .
Ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte!
Vivere si, non tanto per vivere sommando minuti e giorni, mesi e anni, ma vivere vivendo una vita vera, autentica in cui ricordare di essere un uomo e da uomo rispettare chi si trova davanti o dietro; ricordarsi degli ultimi o di chi non ce la fa. Ricordarsi di rispettare la dignità e la libertà altrui, di amare perché si ama da dentro e no perché amare lo dice un verbo facilmente coniugabile in versi e nei tempi che si vuole. Vivere scegliendo la strada da percorrere nel proprio lungo o breve viaggio che sia e se si va verso il successo ricordare che è come scalare una montagna e che una volta raggiunta la vetta ci sarà inevitabilmente la discesa… il declino e poi la fine nell’oblio. Se si va verso il potere ricordarsi come gestire il potere con  giustizia, eguaglianza e solidarietà. Cose che almeno nella nostra nazione sono andate perdute o forse non sono mai esistite, è vergognoso quanto accade, è vergognoso lo stato in cui versa la maggior parte di noi a fronte di una ricchezza sfrenata e spropositata. Nulla hanno a che fare quella gente che ci governa con gli insegnamenti di Socrate, forse non ne conoscono neppure l’esistenza; cosa dire altro di questa classe politica che non sia stato detto eppure loro sono lì con le loro maschere di legno che non arrossiscono e non provano vergogna dinanzi a nulla, sono lì a disporre per altri e non per se, come dire, facile spendere e spandere con i soldi degli altri! Dovrebbero essere tutti invece condannati  
Il tema della condanna di Socrate viene da Platone affrontato ( oltre che nell' " Apologia " e nel " Fedone " anche nel " Critone " , dialogo che prende il nome da Critone , un agiato ateniese coetaneo di Socrate e , come ci dice Senofonte , suo discepolo devotissimo . La scena si svolge nel carcere in cui Socrate deve soggiornare in attesa della morte : Critone arriva in carcere al sorgere del sole per avvisare Socrate dell'arrivo della nave da Delo : prima del suo arrivo , infatti , non potevano aver luogo le condanne capitali . Critone cerca di persuadere Socrate ad evadere : tenta di convincerlo dicendo che se non fuggirà la gente biasimerà i suoi amici per non averlo aiutato : ma Socrate gli dice che le persone più accorte , invece , oltre ad apprezzare i suoi discepoli perchè hanno provato ad aiutarlo , apprezzeranno anche lui perchè non ha trasgredito la legge ; Critone dice poi che tutte le difficoltà pratiche che la fuga comporta sono superabili ( il denaro per corrompere le guardie del carcere non manca e neanche le persone fuori da Atene pronte ad aiutarlo ) e che rimanendo in carcere Socrate danneggerà se stesso , i figli ( che abbandonerà senza poterli allevare ) e gli amici ( che gli sono molto affezionati e che se la prenderebbero comunque con Critone che non é stato in grado di farlo evadere ) . Poi prende la parola Socrate , che si ostina a preferire la permanenza in carcere : a sua difesa dice che la vita di un uomo deve essere coerente con le sue dottrine : la legge non va violata in nessun caso ( Socrate l'ha sempre sostenuto nel corso della sua vita ) : Socrate ha sempre rispettato le leggi e non vuole violarle proprio ora : una legge , anche se ingiusta , non va trasgredita , ma bisogna battersi per farla cambiare in meglio , a vantaggio proprio e degli altri concittadini . Socrate , poi , é ormai vecchio e trasgredire le leggi dopo aver condotto una vita corretta , il tutto per vivere solo i pochi anni di vita che gli resterebbero , sarebbe un'assurdità , un'incoerenza : gli conviene morire , ma poter dire di essere sempre stato coerente . Il problema di fondo è se evadere sia giusto oppure no : per Socrate chiaramente non lo è , e commettere ingiustizia è gravissimo e più dannoso per chi la commette che non per chi la subisce : per Socrate é addirittura più dannoso il trasgredire le leggi rispetto all'essere uccisi . Critone , però , gli fa notare che la gente comune é favorevole alla sua evasione e che é d'accordo con Critone stesso ; ma Socrate dice che non si devono seguire le opinioni di tutti , ma solo di colui che effettivamente sa : lui é convinto di sapere ciò che fa e quindi vuole procedere per la sua strada . Anche vicino alla morte Socrate continua a filosofare e pronuncia una celeberrima frase :” non bisogna tenere in massimo conto il vivere come tale , bensì il vivere bene , ed il vivere bene è lo stesso che il vivere con virtù e con giustizia “.


mercoledì 26 luglio 2017


Quanto mare

Di Vincenzo Calafiore
27 Luglio 2017 Trieste
Affrontalo questo mare, affrontalo ora che hai braccia e gambe, nuota contro le onde come fa il pescespada, trafiggile come fossero nemiche attraversale indenne come terra di mezzo. Fallo prima che esse ti travolgano e ti portano giù nei fondali bui, nel ventre del mare, come della vita, per portarti via dalla vita.
La sera, prima di attraversare la tua anima raccoglie le tue cose come fossero pietre preziose non per un baratto ma per conservare dignità, per rimanere quello che da sempre vuoi essere:
uno schiavo libero da catene che fin’ora non ti hanno permesso di attraversare il mare da una sponda all’altra come fosse un miraggio a cui andare senza inganno.
Ma sai che inganni e visioni, alludono e non ti fanno quell’onda che vorresti essere!
Allora prendi il tuo coraggio e fanne remi, robusti, capaci di vincere le peggiori tempeste, le onde più alte,e di portarti dall’altra parte in salvo in un altrove ove tu puoi volare.
Non arrenderti mai perché tu sei un uomo o donna, e non importa, quel che conta è la tua vita!
Dunque vai in contro a questo mare come tu sai fare, senza paura, vai e nuotaci dentro fino alle sue viscere, lasciati avvolgere e nuota senza fermarti mai fino a quando troverai la spiaggia che più ti piace per essere amata o amato, e non svenduta o svenduto, per essere cielo a cui guardare o andare, per essere aria da respirare fino a quando ci sarà vita.
Sii magia e incanto.
Vita, io mi lascerei morire dentro il tuo mare.
E ci guardiamo da sponde lontane a volte senza cielo, a volte senza orizzonte, e resto lì ad attendere chissà quale marea pensando che tu possa giungere chissà da quale mare… così sono andati perduti giorni, anni, in un’attesa mai finita… di una felicità recondita.
Ci cerchiamo con la paura addosso di annegare, ci allontaniamo e ci ritroviamo con un’altra marea senza sapere che già assieme abbiamo attraversato un mare da estranei, da rifugiati, da esiliati, da prigionieri, da esuli… tu ed io assieme come ombre che si cercano.
Eppure c’è amore, in questo annegare lento; c’è amore nelle braccia che spingono i nostri corpi, nelle mani che diventano remi, negli occhi che si cercano e come lucciole illuminano la  solitudine che asfalta e affossa.
Ma per fortuna c’è lei che come vita mi attende, una vita da vivere in una reciprocità embrionale.
A volte guardando laggiù in cerca di qualcosa che a te possa condurmi, trovo quanto potrei farti dono, le parole che riuscirei a dirti, i baci e le carezze che vorresti !
Vieni e fermati fai di me la spiaggia che tu vuoi che sia, non andar più via, non lasciarmi nelle spire di un vento che da ogni parte mi porta tranne che sul tuo mare!
A volte mi pare di sognarti e nel sogno ti racconto cose che già conosci, ma sono le mie poesie senza rime ne punteggiatura, poesie che di te raccontano con quanta maestria cambi ogni dì la scena!
  


     Di giorno in giorno

Di Vincenzo Calafiore
26 Luglio 2017 Udine
Non si fa in tempo a stringere in un abbraccio ciò che ami che già non c’è più, le cose cambiano repentinamente senza accorgersene, a volte senza dolore, senza parole; cose che non tornano più.
A guardare il mare è sempre lì come un amico sincero, è lì ad aspettare e se va via torna come onde alla riva; allora chiedersi perché invece negli uomini o con gli uomini come umanità non accade alla stessa maniera?
Forse la risposta sta nel non saper amare o nel sapere accudire ciò che più conta e anteporlo ad ogni aspetto a cui la quotidianità purtroppo impone o propone.
Ma tu nella verità mia non sei mai andata via, e se qualcuno è andato via sono proprio io, l’uomo che curvo se ne va col peso di quanto è stato lasciato macerare.
Era ciò che avevo in testa, tornare, ma verso chi o che cosa ancora in questa età tardiva non lo so neppure io e nonostante ciò  desidero dare ascolto a quel desiderio che mi spinge a tornare; in questo sono più brave le tartarughe che tornano sempre sulla stessa spiaggia a depositare le uova che poi saranno altre tartarughe che faranno ritorno assieme al mare a quella spiaggia.
La mia solitudine è un castello che imprigionandomi costringe a passare per gli stessi corridoi o ad attraversare le stesse stanze alle cui pareti sguardi minacciosi di cose sonnolenti seguono come ombre i miei passi; così nasce la mia vita?
A questo orizzonte che se solo appena sfioro, si animano e tornano in vita i vecchi e stanchi di memoria ricordi che invece vorrebbero essere da questo ingoiati, per finire, ed essere dimenticati in quell’oblio che è la quotidianità.
E’ amore sciupato, è vita sciupata in un continuo rincorrersi in una scala immaginaria mai verticale; è una specie di canzone che risuona in testa, cantata con parole sbagliate, senza tonalità, senza colore: l’ addio.
Ma è poi così necessario rimanere come spiaggia ad aspettare il mare?
E’ così necessario amare o amare è necessario per vivere?
Se tu sapessi quanto io ti abbia amato, non avresti abbandonata la spiaggia ove tutto ha avuto origine; se tu sapessi veramente amare saresti tornata come rondine al nido!
All’alba aprendo gli occhi spero ogni volta di trovare ciò che ieri c’era, la paura di leggere un
“ no “ è una presenza fisica che schiaccia sotto il suo peso, poi mi rendo conto che io in realtà vivo da sempre dentro un no e così svanisce la paura per lasciare posto alla certezza della spietata quotidianità che toglie il respiro, annulla ogni sogno ancora sul nascere.
Sogni che non svaniscono e sono lì impigliati nelle sue maglie, dormienti, in attesa delle tenebre per riprendere a vivere lo stesso scenario, lo stesso patos.
Dimmi che questo è amore!
Dimmelo affinchè io possa dare una ragione al mio esistere.
Dimmi che m’ami anche quando andando via lascio di me segni che come tracce a me ti porteranno ovunque io sia, perfino in te, nei tuoi labirinti opachi o nella penombra di un si in attesa, come una spiaggia il mare!


venerdì 21 luglio 2017

Di Vincenzo Calafiore
22Luglio2017 Udine

“ … la vita non accarezza,
accarezza se stessa contro di noi…!

Cos’è che mi fa tornare in dietro?
Perché in me c’è sempre quel desiderio di incontrarti?
Così come tu vuoi hai fatto della mia vita una riva che tu facilmente come mare raggiungi, a volte come una tempesta, a volte con la serenità, quella che solo a guardarmi sai dare.
L’amore è il canto delle anime!
Lo dici spesso quando insieme andiamo su quelle strade ancora inesplorate senza paura come se le nostre anime sapessero dove andare.
Sono così trascorsi i miei anni e sono come i tuoi occhi ancora mi vedono; in verità ormai sono come una fotografia che pian piano si scolora, un uomo che di notte tira su le reti sperando di trovare un sogno impigliato o che ritorna nei luoghi ove ebbero inizio le grandi traversate dell’anima.
Per fuggire all’ iniquo!
Tu sei quel sogno per cui vale la pena di lottare per trattenerlo, sei quel viaggio da fare ogni giorno senza corpo, più di anima, più di desiderio, più di amore.
Forse se ancora è possibile Amore, il suo luogo sei tu, un luogo di mare e di cielo, al centro di ogni cosa, o nelle nostre mani che si cercano e si vorrebbero intrecciare come radici di un sogno più grande.
Lontano da te è un agonizzare per una malattia che tanti giurano sia l’amore, che solo le tue labbra sanno curare; mi hai rimesso assieme pezzo dopo pezzo dopo il lavoro di macellai occulti, per farmi sopravvivere e continuare a vivere nei sogni che vuoi tu.
A volte rimango prigioniero delle stesse prigioni di altri prigionieri, gli altri morti vivi, che si aggirano nelle favelas di città di immense solitudini, nelle rovine, nei rifiuti; noi i prigionieri che lottiamo per una giustizia che non c’è, per riavere la dignità e la libertà, contro le umiliazioni e le mutilazioni.
Noi che fuggiamo per non essere torturati e impiccati o per non sparire per sempre nelle prigioni buie di un no della vita!
Io che torno a te ogni notte, dimmi tu amore quale sia il mio senso, il mio significato, che significato ha la mia esistenza se poi tu non ci sei?
A  volte hai la forza e coraggio di spezzarmi le gambe e le braccia,
a volte mi accogli al tuo seno come una madre,
a volte mi dimentichi come un bagaglio chissà in quale stazione sperduta.
Da qualche parte la nostra fiaba è un dono d’amore: ecco, perché ti Amo.
Non potrei scrivere, raccontare, inventare vita senza l’Amore o di donare amore … e poi chi è capace di prenderlo, lo prenda.
Certo, mi piacerebbe che tu leggessi le mie storie, anzi vorrei che tu le leggessi.
Spiegarti che sono uno scrittore che a volte la sua fantasia non riesce a trovare una grammatica adeguata ( diceva, mi pare Rodari che pure la fantasia e l’amore abbisognano di una loro grammatica), spiegarti la mia provenienza, dove ho vissuto.
Spiegarti le mie prigioni.
Dirti o poterti dire che molte storie che parlano di te, le ho raccontate per anni a memoria, per le strade, agli angoli dei tanti incroci, negli scantinati bui che diventavano teatri, prima di scriverle, modificandole e rimodificandole a seconda delle osservazioni dell’anima!
Le favole tue le ho scritte più o meno tutte insieme, la gioia e la felicità sono comune ad esse.


martedì 18 luglio 2017

La Repubblica

Di Vincenzo Calafiore
19 Giugno2017 Udine
















“adempire i propri compiti non esteriormente, ma interiormente, in un’azione che coinvolge veramente la propria personalità e carattere, per cui l’individuo non permette che ciascuno dei suoi elementi esplichi compiti propri di altri né che le parti dell’anima s’ingeriscano le une nelle funzioni delle altre; ma, instaurando un reale ordine nel suo intimo, diventa signore di se stesso e disciplinato e amico di sé medesimo e armonizza le tre parti della sua anima". (Platone, La Repubblica, libro IV,443 c-d)


Di cosa oggi un cittadino italiano dovrebbe essere orgoglioso?
-          Di essere italiano?
-          Di vivere in una Nazione in cui non prevale la giustezza sociale?
-          Di non avere una classe politica che degnamente lo rappresenta?

Di cosa io dovrei essere orgoglioso? A questa domanda oggi non saprei proprio rispondere.
L’Italia che io ho servito una vita con grande Orgoglio e con immenso Onore oggi non esiste più, questa è una corporazione politica ereditaria, cioè un qualcosa che si tramanda e si perpetua nelle mani e nel ventre di quella classe politica che ormai stabilmente e prepotentemente domina peggio di una dittatura bianca il mio paese o la mia Nazione ( ma è un paese o una Nazione? Una volta si chiamava Nazione… )
Questa classe politica che ha creduto bene di svenderla lasciando che venga invasa da altra gente, clandestini e pregiudicati, che qui possono liberamente circolare, rubare, violentare, spacciare, malavitare, spadroneggiare senza avere rispetto del popolo e della nazione che li ospita.
Dovrei essere orgoglioso della mia Nazione in cui in tutti i livelli di potere prevale silenziosamente la corruzione?
Una Nazione in cui si va in galera prima condannato dalla stampa e poi dalla giustizia?
In cui se rubi poco le porte del carcere si spalancano e se rubi tantissimo rimani ai domiciliari o rimani a governare?
Dovrei essere orgoglioso di una Nazione che costringe persone alla fame nera, o a rovistare tra i rifiuti?
Dovrei essere orgoglioso di uno Stato che leva le case ai propri cittadini per consegnarle agli immigrati; che consente l’occupazione abusiva di edifici e complessi?
Dovrei essere orgoglioso di uno Stato che naviga nel “lusso “ e “ agio “ a discapito dei cittadini? ( pensioni, stipendi dei parlamentari etc etc. ).
Dovrei essere orgoglioso di uno Stato che non bada a fare tagli indiscriminati alle forze dell’ordine invece di privilegiarle? Uomini che avendo giurato fedeltà obbediscono con grandi sacrifici!
Dovrei essere orgoglioso di uno Stato che permette a una banca di rubare i risparmi e nessuno ne è responsabile?
Dovrei essere orgoglioso di questo Stato che sta svendendo la Nazione?
Dovrei assistere senza nulla poter fare, al su degrado?
No, questo non è lo Stato che ho conosciuto io.
Le virtù fondamentali dello Stato sono o sarebbero quattro:
1)      La saggezza, incarnata dai cittadini, dalla classe dei governanti
2)      Il  coraggio, incarnato dalla classe dei combattenti
3)      La temperanza che appartiene a tutte e tre le classi
4)      La giustizia.


Post scriptum:
Socrate ne era fermamente convinto: il male è generato dall’ignoranza.
Vissuto nel V secolo, il suo modo di fare filosofia considerato troppo invasivo e diretto non piacque alla maggior parte dei suoi concittadini.
Per Socrate la filosofia era un vero e proprio modo vivere.
“Nessuno compie il male volontariamente” e “la virtù è conoscenza” sono due dei pilastri fondamentali del pensiero socratico.
Socrate aveva cieca fiducia nella ragione. Secondo lui l’uomo, naturalmente incline alla felicità, l’avrebbe potuta raggiungere solo attraverso il bene, e il bene, poteva essere fatto solo attraverso la conoscenza e la ragione. Il male, di conseguenza, era fatto involontariamente e per ignoranza.
Come detto prima quindi, il male è generato dall’ignoranza. Se un uomo è ignorante, è chiaro che è portato a compiere il male e quindi non potrà mai essere felice.
C’è qualcosa nella convinzione di Socrate che a parer mio non quadra.
Chi è a conoscenza del bene, cioè colui che potrebbe prendere la strada “giusta” può decidere di non seguirla scegliendo l’opposto: la strada del male. Questo non sempre accade per ignoranza ma anche per volontà. È la volontà che spinge l’uomo a optare il bene o il male.
Socrate non ne aveva tenuto conto.
L’uomo è libero di scegliere, niente gli impedisce di prendere la strada sbagliata, quella che avrà conseguenze negative.
Se così non fosse, come si spiegherebbero tutti i massacri e i “buchi neri” della storia? Si potrebbe credere che le stragi compiute da questo o quell’altro fossero state fatte per ignoranza; io credo più per volontà. Hanno scelto di farlo, consapevoli delle proprie azioni e delle conseguenze. Secondo il ragionamento socratico dovremmo definire ignoranti, privi di cultura e conoscenza tutti i Re, dittatori, uomini di politica che nella storia hanno compiuto cattive azioni, ucciso, massacrato, sperperato odio e terrore fra gli uomini; o semplicemente tradito la loro patria o la fiducia del popolo. Non l’hanno fatto per ignoranza, magari qualcuno sì, forse anche per pazzia; però la maggior parte l’ha fatto per scelta.
Penso sia palese che tutti gli uomini abbiano come obbiettivo comune la felicità. Ma ognuno di noi può raggiungerla attraverso strade differenti, secondo la propria volontà.
Se un uomo sceglie la strada sbagliata non è detto che lui la consideri tale. Così come se un uomo sceglie la strada giusta, qualcuno potrebbe non considerarla tale.
In questo caso entrano in gioco anche i diversi punti di vista delle persone e le diverse percezioni di bene e male.
Il pensiero di Socrate quindi, oggi può apparire paradossale e riscontrare divergenze in diversi punti.
Molto probabilmente sono cambiati i modi di pensare degli uomini, le concezioni di significato e le abitudini. In questo modo il messaggio che Socrate voleva inviare agli uomini arriva a noi falsato dalle nostre percezioni.
Egli sbagliava nell’essere convinto di saper distinguere in maniera precisa il bene e il male. Il bene e il male sono concezioni soggettive nella maggior parte dei casi. Socrate ragionava in modo oggettivo, come se un “qualcosa” doveva per forza essere bene o male, giusto o sbagliato, bianco o nero.
Non teneva in considerazione dei diversi costumi e mentalità dei popoli, dei diversi pensieri degli uomini del suo tempo. Sbagliava in questo. Ciò che per lui era giusto, doveva esserlo per tutti.
Per esempio: un genitore può ritenere giusto (quindi bene) accontentare il figlio nel comprargli un nuovo giocattolo, in questo modo lo vedrà felice; un altro genitore può ritenere ciò sbagliato (quindi male) in quanto il figlio sarà viziato.
E’ un banale esempio per dimostrare come la percezione di bene e male può cambiare da persona a persona e di come Socrate sbagliava nella sua concezione obbiettiva.