lunedì 16 ottobre 2017


Il bestiario
bronzino_invidia.jpg
Di Vincenzo Calafiore
17 Ottobre 2017 Udine

E corriamo senza sosta o un senso verso un dove che non c’è.
Ci arrabattiamo per un pugno di cose che non servono a nulla oltre il momentaneo godimento.
Invidiosi più che mai.
Vuote e insipide, insignificanti marionette al servizio del padrone.
Stupidi da non comprendere cosa sia la felicità che non è certo quella cantata da Albano, e la inseguiamo continuamente in tutto quello che facciamo perfino nel sesso con tutte le sue deviazioni.
Siamo talmente stupidi da non comprendere che la felicità potrebbe essere altro o in un altro altrove e non certamente in questo ormai quasi desertificato di umanità.
L’uomo chiese una volta all’animale: Perché mi guardi soltanto, senza parlarmi della tua felicità? L’animale avrebbe voluto rispondere e dire: La ragione di ciò è che dimentico subito quello che volevo dire, ma dimenticò subito anche questa risposta ( Nietzsche ).
Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre attaccato al passato: per quanto lontano egli corra e per quanto velocemente, la catena lo accompagna. È un prodigio: l’attimo, in un lampo, è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo.  Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via — e improvvisamente rivòla indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice «mi ricordo» e invidia la bestia che dimentica subito e vede ogni attimo morire realmente, sprofondare nella nebbia e nella notte e spegnersi per sempre. Così l’animale vive in modo non storico: perché esso nel presente è come un numero, senza che ne resti una strana frazione, non sa fingere, non nasconde nulla e appare in ogni momento esattamente come ciò che è, non può quindi
essere altro che sincero. L’uomo, invece, si oppone al peso sempre più grande del passato:
questo l’opprime o lo piega da parte, rende più greve il suo cammino come un fardello invisibile e oscuro che egli può apparentemente rinnegare e che nei rapporti con i suoi simili rinnega perfino troppo volentieri, per suscitare la loro invidia. Perciò lo commuove, come se si ricordasse di un paradiso perduto, vedere il gregge che pascola o, in più intima vicinanza, il bambino che non ha ancora niente di passato da rinnegare e gioca in beatissima cecità tra i recinti del passato e del futuro. E tuttavia gli si deve disturbare il gioco: solo troppo presto viene richiamato dal suo oblio. Impara allora a comprendere la parola «c’era», quella parola d’ordine con cui la lotta, la sofferenza e il tedio si avvicinano all’uomo per ricordargli che cos’è in fondo la sua esistenza — qualcosa di imperfetto mai perfettibile. Quando infine la morte porta l’oblio desiderato, essa sopprime insieme il presente e l’esistenza e imprime così il sigillo su quella conoscenza — che l’esistenza, cioè, è soltanto un essere stato senza interruzioni, una cosa che vive del negare e del consumare se stessa, del contraddirsi.
Se ciò che mantiene in vita il vivente e che continua a spingerlo a vivere è, in un certo senso, una felicità, cercare una nuova felicità, forse nessun filosofo ha più ragione del Cinico, poiché la felicità dell’animale, come perfetto Cinico, è la prova vivente del diritto del cinismo. La più piccola felicità, purché esista ininterrottamente e renda felici, è senza paragone una felicità maggiore di una più grande che si presenti soltanto come episodio, come capriccio, per così dire, come pazza idea, fra malessere, desiderio e privazione. Ma sia nella più piccola felicità che in quella più grande è sempre una cosa che fa diventare felicità la felicità: il poter dimenticare o, con espressione più dotta, il poter sentire, mentre essa dura, in modo non storico. Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri.
La “ felicità” è dunque pienezza di vita a cui tendiamo e tale pienezza della vita è il problema dell’essere stesso.
Quale felicità dunque? La felicità dei ricchi, dei forti, dei potenti?  E’ felicità quella che scaturisce dalla vita stessa, riconoscendola e apprezzandola, la felicità di godere tutto, di amare generosamente, senza un ritorno o un tornaconto, senza compromessi, quella che vive profondamente nell’animo, la felicità in un sorriso a cui si accendono gli sguardi degli altri, si schiariscono i visi scuri e ostili a volte! E non si tratta di una felicità spirituale o materiale né di un godimento momentaneo e di una vita contenta dimezzata  da quella pianta invasiva come la gramigna: l’invidia, pianta priva di radici che rincorre ciò che non si ha o quello che di buono agli altri capita, di ripetere cose sentite, che storpia e copia malamente per ottenere forse neanche un tozzo di pane che la soddisfi o che soddisfi per poco il vuoto di se stessa!!


lunedì 9 ottobre 2017

E, guardarti con gli occhi di un funambolo

Di Vincenzo Calafiore
10 Ottobre 2017 Trieste
( 100 pagine in una, un romanzo da farsi)

“ … e se poi ti accorgersi che io non sono più dove mi vorresti, se ti accorgersi che io ormai sono la fune
su cui tu un giorno  farai i tuoi primi passi, allora e solo allora capirai quanto distanti siamo stati nel palmo di una mano…”
                         Vincenzo Calafiore


E’ perché ti guardo con gli occhi di un funambolo che sono ancora qui ad attenderti questa sera come tutte le sere passate, quelle che verranno;
ecco perché i miei occhi ti amano, ti cercano più del cuore, più dell’anima.
Perché sei tu, ad offrirmi un braccio per non cadere, la tua mano per rialzarmi.
Perché tu sei quel filo d’argento su cui scorre lenta e pericolosamente la mia vita sospesa su un baratro di civiltà in brandelli.
E’ grazie a te che ogni sera sono andato ad arrampicarmi su quelle scale di seta per scorrere come una parola sul quel filo d’argento tra me e il cielo, tra e te tra tanta gente senza parole perché le sono state rubate.
Parole che ritrovo sui muri di vecchie celle di campi di sterminio, nelle prigioni di stato, nei sotterranei di quelle megalopoli sfamate da un sistema che poi pian piano farà sparire coloro che le conservano nella memoria.
Così sospeso sul quel filo tra la follia e la saggezza rimango a guardare il mondo come da una finestra affacciata sul nulla, con la paura di scivolare e caderci sopra in un volo nei vortici di un senso di smarrimento e perdizione.
Starti vicino è come essere sogno di un sogno ancora più bello,
amarti o poterti amare è come correre su un tappeto di nuvole svaporate.
Amore di rose e di spine.
Sono nato e cresciuto su una fune tesa tra un sogno e i sogni più belli, ho vissuto bordeggiando una vita immaginaria in cerca di un profumo che ricordo ancora, per tornare là  dove un sogno prematuro avrebbe voluto trovarmi.
Ma tu che sogno sei?
Chi sei tu quando pian piano mi lasci scolorire negli angoli tuoi orlati di solitudine?
Chi sei tu che mentre mi ami già pensi a un altro giorno che chimera farà di te ?
Cosa resterà di te se non sei capace di volare nei cieli che s’apprestano negli occhi tuoi?

Ora lascia che sia il ricordo a far di te amore come quando gridandolo a volte ci riuscivi.  

venerdì 6 ottobre 2017





Amor che desiderio sei…

Di Vincenzo Calafiore
6 Ottobre 2017 Udine






“ anche quella volta Lei c’era e mi riparò
 dalle mie tempeste sotto le                                                  
sue ali. Amor che desiderio sei,
così grande più della verità, più grande
più profondo ancor più quando
ti sussurro t’amo! Con te non sono un uomo innamorato,
ma uomo felice sì. Ti appartengo e non ho scelta. Ogni volta
che accade mi svuoto e mi riempio di noi e in quel noi
c’è la parte più intima, la più vera, l’unica! “
                         Vincenzo Calafiore

Quando ami o l’Amore stesso non si lascia recintare dalle parole, il linguaggio è una convenzione umana, l’Amore è un qualcosa che va oltre l’esperienza limitata dei sensi. E’ dunque quasi impossibile il tentativo più straordinario mai compiuto dall’uomo per dare compiutezza a qualcosa di inesprimibile.
Le domande che ( semmai ) ci si pone è un sentire che sgorga dalla testa e risuona nel profondo là dove i pensieri non possono giungere e violare, ove regna incontrastato l’intuito. 
Chiedersi cos’è l’Eros e chi è Eros?
E’ amore, amore di qualcosa, desiderio di qualcosa che si desidera. Ma se lo si desidera significa che non lo si possiede, ne consegue dunque che amiamo ciò che non possediamo o potremmo possedere.
Allora l’energia dell’amore dunque si esaurisce con la conquista oppure esiste o potrebbe esistere un modo per trattenerla?
Certo, un povero ama la ricchezza perché non la possiede. Però anche un ricco può amare la ricchezza e un sano la salute. Nel senso che amano poterle avere anche in futuro: in una dimensione temporale, cioè, in cui non le possiedono ancora. Perciò è possibile continuare ad amare una persona anche dopo averla conquistata. Succede quando desideri conquistarla anche in futuro. E’ la tensione verso un obiettivo non ancora raggiunto che tiene in vita Eros. 
Bisogna sempre essere affamati, direbbe Steve Jobs. L’amore vive finché si fanno progetti e sogni in suo nome. Finché si coniugano i verbi al futuro. Finché coloro che si amano non smettono mai, almeno un po’, di mancarsi. 
Desiderio e piacere secondo Platone
La ricerca della verità che anima il pensiero del grande filosofo greco si imbatte nella necessità di definire i sentimenti umani. Tra questi cos’è il desiderio? Cos’è il piacere? Le frasi che seguono ne forniscono, in forma di metafora, il significato che vi attribuisce il filosofo. Da tempo dunque è connaturato negli uomini l’amore degli uni per gli altri che si fa conciliatore dell’antica natura e che tenta di fare un essere solo da due e di curare la natura umana. Se ad essi proprio nel momento in cui giacciono insieme si accostasse Efesto con i propri strumenti e domandasse “Cos’è dunque, uomini, che volete che vi succeda l’un l’altro?” e, trovandosi essi in difficoltà, chiedesse ancora: “Forse agognate questo, di congiungervi indissolubilmente l’uno con l’altro in una sola cosa, così da non lasciarvi tra di voi nè di giorno nè di notte? Perchè se bramate questo, sono pronto a fondervi insieme e a comporvi in una sola natura fino al punto che da due diventiate uno solo”. Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell’altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l’un l’altra, se ne morivano di fame e di torpore per non voler far nulla l’una separatamente dall’altra. Abbietto è l’amante volgare innamorato più del corpo che dell’anima: non è un individuo che resti saldo, come salda non è nemmeno la cosa che egli ama. Infatti quando svanisce il fiore della bellezza del corpo del quale era preso “si ritira a volo” ad onta dei molti discorsi e delle promesse. Chi invece si è innamorato dello spirito quando è nobile resta costante per tutta la vita perchè si è attaccato a una cosa che resta ben salda. Che cosa strana sembra essere questa che dagli uomini viene chiamata piacere; e come sorprendentemente essa, per sua natura, si trova con quello che sembra il suo contrario: il dolore. Ed essi tutti e due insieme non vogliono coesistere nell’uomo, ma se poi qualcuno insegue l’uno di questi e l’afferra, egli, in un certo modo, è obbligato a prendere anche l’altro, come fossero attaccati ad un sol apice, pur essendo due. Socrate ha conoscenza dell’ordine del razionale, tratto dal caos, ma sul tema dell’amore ha imparato tutto da una donna, Diotima, e ora può dialogare.
Ha imparato, lui che non sapeva nulla, che amore è un demone possente che sta tra i mortali e gli immortali. Dunque un vicenda che sta tra gl’umano e quello sfondo pro-umano,abitato indifferentemente dagli animali e dagli uomini..Gli dei,infatti, sono dentro di noi,per cui l’uomo ha la sensazione di una possessione <,quindi l'io razionale subisce una dislocazione (atopia). L'amore diviene dunque qualcosa che dispone dell'io, che apre alla crisi, che lo toglie dal centro della sua egoità, dall'ordine delle sue connessioni,facendogli vivere un'esperienza di altro genere.. <figlio di povertà e bisogno, eros non è affatto delicato e bello, ma duro ispido,scalzo, senza tetto..riposa dormendo sotto il cielo aperto, nelle vie,in strade ignote. Ma è anche figlio di Poros, la via, il passaggio, il guado, facendoci tornare alla follia, che ci ha sempre abitato, vicina al distacco dalla terra, di cui come cerchio, facevamo parte integralmente.. Ci ricongiunge alla parte divina. E' misterico, occupa lo spazio tra vita e morte. Morte come dissoluzione dei suoi confini, limiti, configurando nuovi modi di rinascere. Platone erge amore a simbolo della condizione umana, e non è solo vicenda di corpi avvinti, ma ha in sè la traccia, la cicatrice,la memoria antica di quella lacerazione e costante ricerca di quella pienezza, per cui ogni amplesso è memoria, sconfitta, tentativo di ritorno all'Amore.






mercoledì 4 ottobre 2017

La fortuna
               ( Buena Suerte )
Di Vincenzo Calafiore
5 Ottobre 2017 Udine

La “ fortuna” è uno di quei temi o concetto o uno dei concetti vecchi come il mondo, forse uno dei più sfruttati e anche tra i più fraintesi; c’è chi l’assimila al fato e cade nella peggiore peste che è il fatalismo e c’è chi la vorrebbe come dire condizionare e ricorre alla superstizione o alla scaramanzia, c’è chi non crede.
A prescindere che noi siamo quello che abbiamo voluto essere,
che forse non saremo i registi del nostro destino, ma gli autori.
Quelle persone che come me si ritengono fortunate sono o saranno più disposte al cambiamento, saranno più pronte a cogliere le opportunità, più attente agli eventi… a cogliere l’attimo.
Se ci si disinteressa del copione, non ci si dovrebbe lamentarsi dello spettacolo, accettare con serenità è invece un modo intelligente di seguire il destino, e trasformare così una vita normale in un qualcosa di unico e travolgente.
La fortuna in verità è inseguita da tutti e non tutti riescono nemmeno a sfiorarla  o afferrarla; è una chimera.
I greci la chiamano Tyche, i romani fortuna egualmente la immaginano una dea bendata che influenza i destini degli esseri umani in modo imprevedibile.
Macchiavelli, invece scrive nel “ Principe” che la fortuna è donna ed è necessario volendola tenere sotto, batterla!
Ma la vera fortuna sarà quella di alzarsi dal letto,
di potersi scaldare al sole o vedere la neve cadere,
di commuoversi e piangere,
di amare e essere amati,
di stringere a se la donna che si ama
di baciare,
di dire ciao,
avere un amico o un’amica,
sentirsi dire: come stai o ti amo
di entrare i chiesa e inginocchiarsi davanti a Dio
di essere caritatevole,
di non odiare
di non fare distinzioni di razza.
Ma più di tutto morire in pace con gli uomini e con Dio.
Non è fortuna avere ricchezze se poi si è poveri dentro
Non è fortuna essere belli e affascinanti se appena aprono bocca fanno scende il latte dalle ginocchia o rimpiangere l’intelligenza.
I talismani non servono a nulla se non ad attenuare l’ansia!
La parola greca symphorà vuole dire avvenimento, incidente, caso, utilizzata per indicare la fortuna ma in senso negativo con il significato di disgrazia, sventura; e quindi una grande ricchezza in realtà è una symphorà poiché comunque si vivrebbe soli e senza amore. Chi si ritiene fortunato è solitamente estroverso, sorridente e guarda negli occhi, incontra moltissima gente! Questo genere di persone ( me compreso) sono o saranno più aperti a nuove esperienze, viaggiano di più con la fantasia e non si sentono costretti dalle convenzioni, evitano la routine e si aspettano sempre sicuri dei fatti positivi perché pensano positivamente.
Oggi prevedo che sarà una giornata di sbadigli!!!! E per fortuna non sarò solo perché a farmi compagnia ci saranno i fantasmi dei vivi che fanno di tutto per attirare l’attenzione come funghi velenosi, belli e attraenti, mortali!


Per l’Amore, per la vita
Di Vincenzo Calafiore
4 Ottobre 2017 Udine

“ … l’amore dunque  è nel nostro essere
è dunque il desiderio più genuino e profondo
che alberga in noi e riconduce al desiderio più intimo:
quello di ricomporre l’unità originaria perduta.”

Per Platone amore è “ delirio” e follia. Se qualcuno considera l’Amore “bello” afferma Diotina è perché ha pensato che  Amore fosse l’amato, non l’amante : l’oggetto dell’amore- l’amato – appare indubbiamente bellissimo, ma Amore è il sentimento che afferra l’amante e lo fa soffrire e delirare, è tormento e dramma nella ricerca dell’amato.
Proprio per questo Amore svolge una funzione positiva: esso è desiderio di ciò che non si ha, desiderio del Bello e del Bene.
Nel Simposio come pure nel Fedro, l’amore appare come un ponte tra il sensibile e l’intelligibile, una forza che permette di trascendere la condizione umana ed esprimere nostalgia e tensione verso l’assoluto.
Si può quindi affermare che l’amore è un’esperienza che consente all’uomo di superare i limiti esistenziali e conoscitivi.
Affermare quindi che l’amore è desiderio di possedere il bene per sempre.
L’amore è sempre questo, ma viene spontanea una domanda:
in quale modo o azioni lo zelo e la tensione di coloro che lo perseguono possono essere chiamati amore?
Quale sarà mai questa azione o quel modo: è la percezione nel bello, secondo il corpo, secondo l’anima.
Tutti siamo pregni nel corpo e nell’anima, e quando giungiamo a una certa età la nostra natura fa sentire il desiderio di procreare.
Non si può partorire nel brutto, ma nel bello, si!
L’unione dell’uomo e della donna è procreazione!
Ma è impossibile che queste avvengono in ciò che è disarmonico a tutto ciò che è divino; il bello invece gli si accorda; così avvengono in ciò che è disarmonico.
Il brutto è disarmonico a tutto ciò che è divino; il bello invece gli si accorda, così che Bellezza fa da Sorte ( Moira) e da levatrice (llitia) nella procreazione.
Per questo quando la creatura gravida si accosta al bello diventa gaia e tutta lieta si espande, partorisce e procrea, ma quando si accosta al brutto, cupa e dolente si contrae. Si attorciglia in se stessa e si ritorce senza procreare, ma trattiene dentro il suo feto soffrendo.
Di qui s’ingenera l’impetuosa passione per il bello nell’essere gravido e già turgido, perché il bello libera dalle atroci doglie chi lo possiede.
E, a ben vedere, l’amore è amore del bello, di procreare e partorire nel bello!
E sia dunque Amore, la nostra vita:

Per Amore, per la vita!
Tornare a vivere
Di Vincenzo Calafiore
2 Ottobre 2017 Udine


La senti l’aria fresca che scende dai monti? E’ il respiro del cielo, è una carezza che arriva da lontano, come i tuoi segni, i tuoi tratti romantici nascosti agli occhi di chi non può capire o non sa guardare con gli occhi dell’amore.
Così tu sogni e sei sogno d’amore per chi ti sa guardare.
Vorresti l’amore per donare amore e questo ancora non è nel tuo orizzonte e come Penelope disfi la solitudine per ricominciare il giorno dopo a tessere nei tuoi silenzi l’amore che vorresti!
Nella tua stanza ovattata di ricordi vorresti dimenticare la bambina che sognava di fuggire da una prigione malinconica pregna di cose che non capivi; sei fuggita e ancora devi tornare.
Il cielo si raggomitola agli orli di un orizzonte a cui è difficile arrivarci, pare che voglia piovere mentre brucia lento il fuoco dentro, consuma piano i giorni così gli anni mentre in cuor tuo sai che la felicità è una chimera, un inganno che la mente propone per non morire.
Vivi perché sei entrata nella vita in punta di piedi per riconquistare ciò che è andato perduto.
Sai la beltà è un fiore che dura un giorno! E’ degli uomini sciocchi che non sanno andare oltre la soglia, uomini che si perdono appena dietro un angolo.
Tu sei una donna speciale, come verbena cresci su muri secchi e come tutte le donne spesso guardi il vuoto attorno pensierosa e triste quando vorresti una carezza, vorresti fare l’amore e rimanere abbracciata sentirti stringere forte perché è bello, perché senti di essere prima amata e poi desiderata.
Immagini al risveglio trovare i suoi occhi dentro i tuoi,
immagini un bacio sulla guancia o sugli occhi,
ti fermi a guardarlo mentre lui non ti guarda e senti la felicità esploderti dentro!
Pensi a quanto sarebbe meraviglioso vivere nel suo quotidiano come lui vivrebbe nel tuo.
Pensi a un campanello che squilla e trovarti davanti a una mano che stringe un fiore per te.
Ma è solo un sogno e sai che potrebbe realizzarsi solo se un uomo saprebbe leggerti!
Chissà se quelli che i hanno conosciuta ricordano le attenzioni per conquistarti e che non sono durate in eterno, ma che glielo hanno ricordato le tue spalle, quando voltandoti te ne sei andata!
Che bugia l’amore!






Tornare a vivere
Di Vincenzo Calafiore
2 Ottobre 2017 Udine


La senti l’aria fresca che scende dai monti? E’ il respiro del cielo, è una carezza che arriva da lontano, come i tuoi segni, i tuoi tratti romantici nascosti agli occhi di chi non può capire o non sa guardare con gli occhi dell’amore.
Così tu sogni e sei sogno d’amore per chi ti sa guardare.
Vorresti l’amore per donare amore e questo ancora non è nel tuo orizzonte e come Penelope disfi la solitudine per ricominciare il giorno dopo a tessere nei tuoi silenzi l’amore che vorresti!
Nella tua stanza ovattata di ricordi vorresti dimenticare la bambina che sognava di fuggire da una prigione malinconica pregna di cose che non capivi; sei fuggita e ancora devi tornare.
Il cielo si raggomitola agli orli di un orizzonte a cui è difficile arrivarci, pare che voglia piovere mentre brucia lento il fuoco dentro, consuma piano i giorni così gli anni mentre in cuor tuo sai che la felicità è una chimera, un inganno che la mente propone per non morire.
Vivi perché sei entrata nella vita in punta di piedi per riconquistare ciò che è andato perduto.
Sai la beltà è un fiore che dura un giorno! E’ degli uomini sciocchi che non sanno andare oltre la soglia, uomini che si perdono appena dietro un angolo.
Tu sei una donna speciale, come verbena cresci su muri secchi e come tutte le donne spesso guardi il vuoto attorno pensierosa e triste quando vorresti una carezza, vorresti fare l’amore e rimanere abbracciata sentirti stringere forte perché è bello, perché senti di essere prima amata e poi desiderata.
Immagini al risveglio trovare i suoi occhi dentro i tuoi,
immagini un bacio sulla guancia o sugli occhi,
ti fermi a guardarlo mentre lui non ti guarda e senti la felicità esploderti dentro!
Pensi a quanto sarebbe meraviglioso vivere nel suo quotidiano come lui vivrebbe nel tuo.
Pensi a un campanello che squilla e trovarti davanti a una mano che stringe un fiore per te.
Ma è solo un sogno e sai che potrebbe realizzarsi solo se un uomo saprebbe leggerti!
Chissà se quelli che i hanno conosciuta ricordano le attenzioni per conquistarti e che non sono durate in eterno, ma che glielo hanno ricordato le tue spalle, quando voltandoti te ne sei andata!
Che bugia l’amore!






venerdì 29 settembre 2017


Il dubbio
Di Vincenzo Calafiore
30Settembre2017Udine

Più che mai c’è necessità di anima che di futilità.
C’è necessità di sogni per poter continuare a credere a questa vita che s’approccia come prostituta sin dal mattino agli angoli di vie colme di numeri che vanno e tornano da diverse altre vie.
Avere un sogno è come avere un sacchetto di monete d’oro legate alla cintola, è la condizione o la tempesta perfetta per una navigazione serena.
Mi chiedo che fine abbiano fatto quei sogni che stanchi di attendermi sono andati sperduti chissà in quale landa della memoria; eppure chi ha un sogno tra le mani magari non sa cosa farsene e c’è chi questo sogno lo baratta per qualcosa di effimero.
E’ l’ amore!
Un mare senza sponde,
un oceano inesplorato, un cielo in cui è anche difficoltoso volare, ma si vola e si toccano le vette più alte del piacere, della beatitudine, della felicità!
Davanti a uno specchio contornato da lampadine fioche cerco di rifarmi il trucco e di ripassare a memoria le battute, rivivere i segmenti su cui muovermi che da qualche parte nello scenario mi porteranno; da un lato appoggiato alla parete il copione, un toma grosso e pesante.
Lo guardo con gli occhi annegati nelle lacrime irritati dal trucco e mi rendo conto di aver oltrepassato già la metà!
Dio come sono vecchio!
Prigioniero e schiavo di un burattinaio freddo e calcolatore, colui che stabilisce dove e quando e come tu devi metterti in viaggio, dove andare e quando arrivarci, non importa come, non importa se ancora giovane, se felice o infelice, comunque lui pretende che quel giorno a quella ora tu dovrai esserci e che farai di tutto per non mancare l’appuntamento.
Ma io un appuntamento importante l’ho perduto tanto tempo fa e non c’è stato verso di poterlo più riproporre e questo di adesso mi vede impegnato su un palcoscenico sconosciuto o è sempre lo stesso e magari sono cambiati solamente i fondali scenici.
Con cura e una matita ben appuntita tratteggio ed evidenzio gli aspetti per non deludere,
riscaldo la voce intonando un canto imparato sin da bambino, la mia voce raggiunge il proscenio e si fermano ad ascoltare attori e comparse, comprimari, si fermano ad ascoltare echeggiare la mia voce che raggiunge la platea!
E’ irritato Mangiafuoco, si irrita e batte il suo bastone a terra facendo tremare, trema tutto tranne la platea che avendo pagato un biglietto ha diritto alla “ scena” e nulla mai la potrà privare.
Lui Mangiafuoco non ama tanto gli artisti di strada come me e per meglio sollazzarsi nei suoi spettacoli agli artisti di strada unisce le sue marionette, prostitute e puttane a lui devote e votate: le sue schiave, le sue schiere di schiave e schiavi.
Che sanno solo lamentarsi e brontolare nel buio delle celle ove Mangiafuoco dopo ogni spettacolo chiude fino alla prossima rappresentazione, mentre noi artisti di strada finito lo spettacolo usciamo dal teatro per riprendere il nostro cammino.
Tu, che cosa sei?
Tu che mi stai ad ascoltare sei un’artista di strada o una marionetta?



mercoledì 27 settembre 2017

Di settembre

Di Vincenzo Calafiore
27 Settembre 21017 Udine
( Cento pagine in una, racconti
da inventarsi )


Settembre se ne sta andando con le sue tinte dipinte nell’aria e nei vetri, negli occhi.
I giorni sono volati via tra le spire del respiro della vita, che come vento li ha ammucchiati come foglie morte in un angolo sperduto; c’è nell’aria silenzio e colori che vanno sempre più sfumando come un arcobaleno, come un sogno, come un desiderio.
Che peccato non poterti sfiorare o stringere in un abbraccio.
Che peccato non poterti baciare, chiamare per nome, tenderti le mani.
E’ così strana la vita quando l’amore va dove non dovrebbe andare….
E’ così impossibile resistere senza il calore di un abbraccio.
Il fanale rosso di un’auto che va  su una strada vuota è un punto di riferimento a cui andare per una salvezza probabile nel probabile quotidiano, soggiogati e drogati da un pensiero che poco conosce l’amore, la gratitudine.
E’ così a poco a poco, più passi a ritroso che in avanti, scivolando piano verso un nulla arrogante, mi allontano sempre più dal pensiero che sa tutto di lei.
Poco rassicurante l’imbrunire che invita la notte a scendere su una platea vuota di memoria, in cui sovrapposizioni e opposti trovano lo spazio per raggirarsi e incontrarsi visibilmente e mai fisicamente.
La mente mia va oltre i confini o ve si ammassano sempre più esperienze di vita in attesa d’essere riesumate; così torno davanti a un foglio bianco che vorrei riempire di parole buone per farla tornare questa vita che a volte mi sfugge di mano.
Di settembre accade di trovarsi su una strada e non avere una meta, un riferimento a cui andare con la certezza che una porta si aprirà o potrebbe aprirsi…; siamo un po’ tutti foglie di un vento che rivoltandoci più volte ci fa perdere e ritrovarsi fuori dalle mura di città sconosciute più di sciacalli che di uomini.
La pienezza era per me averla accanto, sentire risuonare la sua voce nelle stanze della mente;
la felicità più grande stava in quelle mani che la cingevano come fosse grano appena raccolto,
l’ebbrezza è il suo profumo che rilasciava per farsi trovare.
Questi verbi del passato e del presente, del tutto settembrini come l’animo mio, sono o vorrebbero farmi essere dove io vorrei essere.
Ma se questo amore invece va da un’altra parte,
se questo amore non la raggiunge o neanche la sfiora
qual è il mio significato?
E’ così strana questa vita assieme alla sua musica,
è così diverso poi il desiderio dall’amare?
Pensieri che si ammucchiano come foglie agli angoli degli anni senza tempo e colmi di quel sentire anche l’impossibile: lei !


martedì 26 settembre 2017

Come vele vuote di vento


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Di Vincenzo Calafiore
27Settembre2017 Udine
( Cento pagine in una )


“  .. certo che ti amo!
ti amo con gli occhi, con le mani, con le labbra!
Ti amo e basta, non chiedermi perché!! >>

Cento passi è la misura che mi divide dal mare che guardo ogni sera dalla finestra da cui mi affaccio.
In questa casa ormai sono rimaste poche cose assieme alle fotografie appese al muro e quelle raccolte su un comò; foto che raccontano frammentariamente momenti di vita bloccati in una eternità pari alla mia.
Ma oltrepassando la soglia di una camera che da quando lei ha lasciato non è stata più oltrepassata c’è un armadio ancora con i suoi vestiti; e questa sera ho il desiderio e la necessità di oltrepassarla, aprire quell’armadio e annusare quei vestiti che a guardarli sembrano vele vuote di vento.
E pensare che fino a qualche anno addietro qui sentivo nell’aria l’odore forte del caffè, la musica, e lei mi sembrava una ballerina di cristallo tanto leggera e leggiadra era agli occhi miei.
Per lei tornando a casa raccoglievo o rubavo un fiore da un balcone o davanzale di una finestra, per lei tornavo a casa con quel desiderio intimo di fare l’amore e magari anche la notte su un materasso steso dinanzi alla finestra dove arrivava il chiarore della luna.
Su quel materasso a volte ci si addormentava guardando il cielo e si fantasticava magari di raggiungere Orione, ci si divertiva a dare un nome alle stelle che le nostre dita riuscivano a toccare.
Dopo che il sole si era tuffato fra le braccia dell’orizzonte, si sciolsero i fili argentati che trattenevano la luna, la quale come una mongolfiera pian piano si librò nel cielo illuminando dapprima il mare fino a raggiungere la riva e curiosare tra gli scogli; ci trovò lì abbracciati stanchi e felici dopo l’amore:
<< …. Ai miei figli vorrei dare i nomi delle stelle che conosciamo… >> disse Lei, Arianna!
<<  … ai tuoi figli…. Non sono anche i miei figli? >> Le risposi.
Intanto il mare come Penelope ricamava e cancellava gli aspetti fatati di una sabbia che distesa come una donna si faceva accarezzare.
Fra noi ci fu improvviso silenzio, poi Arianna riprese a parlare:
<< Sono i miei figli perché sono parti di me, perché sono io dar loro la vita e sarò io a tenerli dentro di me fino a quando loro vorranno andarsene.>> Mi disse a bassa voce e poi guardando il mare accarezzare la sabbia aggiunse:
<< … voglio avere tre bambini ! >>
<< Perseo, Cassiopea, Siria >>
Sarebbero stati i nomi che una notte avevamo deciso di dare ai nostri figli.
Un colpo di vento più forte fa sbattere un’anta della finestra contro il muro, la tenda si gonfia come una vela, così capace di sollevare la chiglia della mia nave arenata su un banco di sabbia affiorante; mi alzo dopo aver posato in un posacenere pieno di cicche il sigaro e vado alla finestra.
Il mare si era gonfiato e minacciava tempesta, venni travolto dalla stessa paura di quella sera, quando si portò via Arianna.
Sono rimasto davanti a quella finestra spalancata con la pioggia che mi bagnava come fossi su una barca in mezzo al mare; lo stesso mare che un tempo mi diede ciò che di più bello avesse, una infinita dolcezza negli occhi e nelle mani, sulle labbra nei capelli di una donna che mi faceva uomo.
Succede di notte con un mare calmo e liscio come l’olio, di immergersi e nuotare verso un nulla a cui sentire di andare, e sapere di non poterci arrivare e continuare a nuotare fino a quando le forze lo permetteranno.
Così è la vita come una stanza coi muri che pian piano vanno perdendo gli intonaci, e cominciano a cadere i quadri, si sollevano i bianchi ammuffiti fino a diventare polvere che cade a terra come le foglie degli alberi in autunno fino a quando l’albero rimane spoglio.
Così gli anni a uno a uno silenziosamente se ne vanno e si diventa bianchi e curvi, curvati dal peso dei ricordi che come mare disegnano e cancellano la memoria fino a non ricordare più nemmeno il proprio nome.
Ma uno si, come pure un certo: ti amo! Che non risuona più fra queste stanze vuote di vita.


sabato 23 settembre 2017

Così ti dissi che ci vuole coraggio…..
Di Vincenzo Calafiore
24Settembre2017Udine


Se tu amore mio conoscessi la mia prigione avresti più coraggio di vivere, e come un pirata andresti all’arrembaggio di questa vita, è solo di coraggio che si tratta.
Amore! Saresti il luogo, il labirinto di mare e di cielo, di luna e di sole a cui giungerei con le mani allacciate.
La mia malattia mal conosciuta e che non si sa curare è Amore.
Loro dopo avermi spezzato hanno rimesso assieme i pezzi per farmi sopravvivere, e hanno perso, io ho vinto perché io ancora vivo e vivo di te.
Ma loro, gli altri prigionieri, gli altri morti in giacca e cravatta e scarpe lucide, profumati e arroganti, con le mani che non riescono a trattenere sabbia, sono i peggiori aguzzini, tutti legalmente torturati e torturatori, prigionieri di un sistema ancor più atroce, violento.
Hanno avuto il coraggio di farsi conquistare e hanno il coraggio a loro volta di spezzare gambe e braccia possenti e fragili, ali per non fare volare, di sfaldare carni dolci da accarezzare, di ammucchiare e spezzare corpi fatti per reinventare l’amore e per esplodere di felicità.
Hanno avuto coraggio di fare violenza alla sola specie che abbia saputo rinunciare alla violenza e che ha potuto vivere la natura; la sola specie capace di dare amore e ricevere in cambio violenza e sopruso, sfruttamento e schiavitù.
Così Amore io ti parlo e ti racconto la mia condizione entro la quale, contro la quale vivo e scrivo, scrivo di te!
Ti ricordi quella sera, quando ancora con le mani fasciate ti portai in riva al mare?
E’ lì che vado sempre, è lì che sempre torno, così quella sera ti portai nel mio regno. Dallo zaino presi una candela che accesi tra gli scogli ove ci riparammo, poi ti lessi “ La semaine de la comète” straordinario libro che parla di libertà e di repressione, di amore e di odio attraverso la storia di una rivolta di fanciulli detenuti, nella colonia paterna di Mettray, da cui partirà l’ordine del massacro. Dei fanciulli rivoltosi se ne salvò solo uno, Noberto, il capo, capace di dare organizzazione e prospettive razionali alla rivolta… quelli come me con quella malattia addosso vengono da lì, dai seguaci di Noberto sconcertante anche suonatore di flauto, evocatore di mondi incantati cui si può accedere facilmente solo chi abbia chiari occhi di mare e orecchie di Pan.
Da quella sera non siamo più tornati!
Il fatto è che la libertà mi ha preso la mano e allora mi è successo un fatto strano; riesco a capire tutto oltre le parole e le frasi, ogni difficoltà di significato, o di una parola o di un volto, o delle mani, non è difficoltoso per me in quanto tutte le immagine delle vite passate e quelle che verranno erano e sono davanti ai miei occhi nitide e chiare, come le prigioni che mi hanno accolto, come la parola “ libertà “ scritta di rosso, lo stesso colore del sangue di quanti come te e come ci hanno creduto e ci credono, ecco perché amore mio tu stai nella stessa mia prigione negli stessi chiari occhi!
Ecco perché tu sei mare, quel mare che ancora adesso mi travolge e mi annega d’amore: è questa la vita, solo questa è vita!


giovedì 21 settembre 2017

Che te ne fai?
Di Vincenzo Calafiore
21 Settembre 2017 Udine


La mente torna dove i ricordi si ammucchiano come foglie in un angolo o come mare alla spiaggia, provocando malinconiche realtà ormai affievolite o che sono andate sfumate nella fuliggine di un tempo implacabile.
E’ lo scenario a cui spesso mi affaccio come da un balcone o come quando mi affacciavo a guardare il mare per pensare, per sentire il grande respiro della vita.
Immancabilmente mi si presenta la nuda e cruda e raccapricciante realtà, il Mangiafuoco delle favole che torna sempre e tutto cambia.
Il pensarti è il canto solitario d’una megattera, è il desiderio di cercarti o di ritrovarti, di incontrarti magari in qualche stazione in attesa di prendere un treno che mi porterà a te.
Io e te altro non siamo che prigionieri di un amore che per questo amore evadono o vorrebbero evadere scalando i muri alti delle prigioni a cui costretti viviamo.
E’ così che si ama?
E’ così che si desidera?
E’ a questa maniera che si va incontro alla vita?
Se amare significa solitudine o tristezza,
lontananza e desiderio di ricongiungersi,
se l’amare è questo allora io Amo.
Vorrei in qualche modo svegliarmi e rendermi conto che non è un sogno, che Mangiafuoco è stato sconfitto!, che finalmente la vita non è e non sarà una finestra spalancata sul nulla.
Allora, comprensibile sarà il disaggio e lo sconforto quando “ lei “ pone davanti a scenari improbabili, di conflitti più per effimeri interessi che per la pace, di disuguaglianze e di ingiustizie, di carceri e carcerieri capaci di torturare e uccidere un’altra vita.
Ricorro all’oppio di sempre: all’amore! Per sentirmi bene, per riuscire a dare una giustificazione alla permanenza dell’uomo su questa zolla di terra sospesa in un oceano di altri oceani.
E anche qui in questo amore, c’è vita e c’è speranza, quella che ti porta a letto e rimane a frullare in testa, la speranza che porta sogni, la speranza che dona e non leva che è a sua volta sconfitta già ai primi albori quando giungono gli echi di lontane battaglie.
La miseria di tutte le miserie e povertà a portata di mano.
La povertà che vede donne svendute sui marciapiedi e chiese sempre più vuote di anime e di passeri; sull’altra sponda invece l’opulenza e muri alti, recinti, innalzati a difesa di un qualcosa che rimarrà e passerà di mano.
Dunque che te ne fai di tanta ricchezza quando la potresti condividere.
Che te ne fai dei tuoi muri e dei tuoi recinti che non ti salveranno dalla fine e dalla tua solitudine, dal gelo che ti circonda?
Che te ne fai della mano di un bambino che ti cerca, di un suo sorriso,
che te ne fai di una donna se non sei in grado di capirla e amarla come lei vorrebbe?
E’a sera, quando cominciano ad accendersi qua e là le luci che si compie il miracolo, come greggi che tornano all’ovile, noi torniamo a casa, nel calore della famiglia. E chissà se colui che si è macchiato le mani di sangue avrà il coraggio di guardare negli occhi la sua sposa o un figlio, chissà quanti invece si godranno quel preludio prima delle tenebre.
Ma c’è un conforto più grande, l’unico, la possibilità di ricongiungersi con Dio, con la sua bontà, col suo cuore, l’essere abbracciati dal suo amore grande e infinito.
E’ il momento più bello il più intimo, quel poter colloquiare con Dio per andare incontro al sonno con serenità e pace nell’anima.
Ciò che manca nei giorni è questo: l’amore divino, la sua mano rassicurante, c’è invece il desiderio del suicidarsi con le proprie mani, condannati a vivere con la paura che il bel sogno del vivere possa finire in qualsiasi momento a causa di qualche pazzoide.









sabato 16 settembre 2017



Come dagli occhi di un gabbiano

Di Vincenzo Calafiore
17 Settembre 2017 Udine

“ come dagli occhi di un gabbiano t’amo!
E t’amo come una prigione, come desiderio, come sogno. T’amo e non c’è più terra, solo mare sempre
in movimento, sempre diverso, sempre più gabbiano
nei tuoi occhi infiniti…. “

La pioggia scivola sui vetri patinati di nicotina, c’è un via vai dietro le quinte, cambi scena repentini turbano le mie ballerine nude che si aggirano senza pudore, come perle sfiorite dietro gli occhi.
Quasi a non riconoscermi son volati via in un colpo d’ala gli anni; nel mio incantato giardino sfiorito nell’abbandono, ed è quasi sera e sono qui a dirti :
Buonanotte Amore!
Buonanotte a te ovunque tu sia,
buonanotte a te che te ne stai da qualche parte dell’infinito a cui stento andare nonostante i colpi d’ala per innalzarmi sempre più nel tuo cielo.
E guardo questo amore come un mare,
ti guardo come mare come dagli occhi di un gabbiano!
E tu dove sei Amore che di me sai e conosci i desideri, il coraggio di vivere, il mio tornare.
Sei le mie prigioni turche o quelle di Kabul senza luce senza mare!
Care le mie puttane ballerine, profumate e incipriate fino all’ultimo tocco,
care le mie puttane prigioniere di un bordello dei bassi fondi di Napoli, che si animano nella mente e come marionette ubbidiscono ai miei desideri, al mio compiacimento voluttuoso, sempre appese a un muro cadente come è decadente il pensiero di poter tornare a volare sopra un cielo ancora da farsi.
Io ti trovo Amore mio in quelle strofe di poesie di bambini con un mitra nelle mani, ma tu spiegami, dimmi perchè sono come  uno di quei prigionieri che hai conosciuto e amato nelle strade, nelle piazze, nelle galere, nei campi di sterminio, nei manicomi, negli ospedali di questo mondo visto dagli occhi di un gabbiano che appena lo sfiora alto per restare a volare.
Per amarti o poterti amare, vivo da prigioniero che non accetta nessuna prigione che vive in un mondo suo rovesciato, come  nei miei occhi rovesciati all’indietro.
Io che mi sono perduto avventurato nella rischiosa strada che porta a un Regno dell’Oltre da cui si può anche non fare ritorno, potrei amarti ancora, potrei volare, potrei sognare.
Tutto nasce e muore in me come su una strada larga e sempre più larga rompe gli schemi per dare spazio a una visione da sogno, da acido, da follia; e mi pare anche più profonda la cognizione del dolore nel lasciarti andare, nell’aspettarti in qualche alba propizia.
Ti ho vista spogliarti nella lunare passione, immersa in un sogno che non mi abbandona: Amarti!
Gaia e serena danzare agli occhi di una fiaba da raccontare e raccontarmi fino al serrarsi degli occhi sui tuoi seni tondi come il mondo.
Quante volte davanti ai tuoi occhi mi sono sentito come un libro mai letto!
E quante altre volte da un oblio ho potuto vederti sorgere improvviso come un bagliore di vita!
Lo scrivere è per me un modo di lottare e sconfiggere l’isolamento, lottare e vincere il tempo anche solo per un istante, un modo per ricongiungermi con le mie puttane con vecchi, barboni, pazzi che sono come me e come me ti guardano come dagli occhi di un gabbiano.
Ora non volo più,
ho smesso di scrivere.
Buonanotte a te che te ne stai rinchiuso in una preghiera, più volte recitata.
Io ti guardo come dagli occhi di un gabbiano e provo a volare.


giovedì 14 settembre 2017

E’ quasi l’alba

Di Vincenzo Calafiore
15 Settembre 2017 Udine

Succede, e succede quasi di notte, solo in quel mare nero come la pece sentirlo incresparsi e poi pian piano crescere; la barca dapprima dondola su se stessa poi uno scossone la fa tremare tutta è un’onda bastarda sul fianco, s’inclina e rischio di imbarcare acqua, poi si raddrizza e la carena si quieta non ci sono più scricchiolii, scivola tagliando le onde di prua come un guerriero.
E ci vuole coraggio!
Ci vuole coraggio a rimanere con gli occhi spalancati al buio in cerca di un qualcosa verso cui andare, non ci sono porti ne baie in cui riparare; così  certi ricordi fanno capolino e poi entrano con tutto il loro passato, con tutto l’odore di muffa, la rabbia che si contrae dinanzi a una incredulità, alla sorpresa di chi non se l’aspetta.
E’ un vento capace di cambiare gli scenari sereni di un tramonto che nulla faceva presagire eppure all’improvviso è tempesta, e gli occhi annegano dentro un bicchiere di neve.
L’assenza è un vuoto incolmabile, un vortice che trascina ai fondali dell’anima ove non si odono rumori è un mondo di ombre che si muovono nelle ombre di una vita quasi senza valore o significato.
Eppure poco tempo fa ero stato in quel mare, l’avevo attraversato pure agilmente con zattere prive di remo e di timone, così alla deriva tra i no a cui fui sottoposto, e i pochi e insignificanti si che quasi non ricordo ne forme ne peso.
Ero tornato più o meno felice come quando dopo una lunga traversata lungo le coste del paese delle aquile fino a Corfù e da lì fino a Tindari dalla Madonna Nera a cui chiesi nella sua casa di poche cose di aiutarmi a fare ritorno.
Così è stato dopo tante tempeste entrare nella chiesa di San Giuseppe, la casa dei passeri, dove restai inginocchiato per parecchie ore a guardarlo fisso negli occhi; parlammo a lungo e poi all’improvviso le vele si svuotarono di vento, il mare divenne subito piatto e liscio come l’olio: mi sentivo finalmente in pace con me stesso.
Io che credevo di aver vinto il buio andai senza alcuna difesa in contro alla vita, alla mia quotidianità, al mio essere istrione sulla scena aperta di un palcoscenico che ha ingoiato quegli attori incapaci di recitare o che hanno sbagliato la loro parte.
Da invisibile che sono mi muovo recitando bene la mia parte, trattenendo le paure, il respiro corto, l’affanno che sormonta la gola costringendola alla lentezza, al respirare piano; è un morire lentamente da clown con la sua faccia sbiancata dal terrore d’essere risucchiato dal nulla.
Tendo le braccia per stare in equilibrio su quel filo di vita sospesa sul baratro del niente, dalle mie mani cadono giù le cose che ho rubato, senza rumore scivolano giù nel vuoto di una voragine scura, così la vita con tutti i suoi anni che senza rendermene conto sono già scivolati via senza rumore, senza chiasso.
In quella solitudine ho potuto saggiare le frustate di un destino mai immaginato o pensato e pure mi ci sono ritrovato infilato come radice priva di linfa vitale.
Da quel palcoscenico una volta individuatomi mi sono detto che la vita comunque va vissuta mentre gli occhi annegavano sempre più.
E’ in verità un falso come è falsa ogni cosa, ogni speranza, ecco perché ci vuole coraggio a rimanere con gli occhi spalancati nel brulicar del buio.
Ecco perché da istrione che sono mi basta poco per recitare, mi basta una parola per inventarmi un mondo e viverlo, viverci da clandestino, e mai da marionetta, in questa pagliacciata, in questa solitudine raccapricciante come un incubo: è quasi l’alba!

Ed è quasi l’alba quando da quella linea scura che mi ha inghiottito, vedo spuntare il sole e penso di essermi salvato, sì ma solo da una notte immagino incenerita dal sole, dall’amore.