giovedì 18 ottobre 2018

ITALIA


ITALIA
Di Vincenzo Calafiore
19 Ottobre 2018 Udine

“ Il senso di questo, lo potrà capire
chi ha avuto per anni l’Onore di issare
il tricolore al vento e ripiegarlo la sera
con la sacralità che aspetta a una bandiera:
il Tricolore! Non è solamente un simbolo
che identifica una Nazione, ma è lì,
in quel vessillo che è racchiuso il significato – Italia-
                                                                                              non ché l’Onore e l’Orgoglio d’essere,
                                                                                              sentirsi italiano, e vivere nel Paese più
                                                                                              bello del mondo: L’Italia. “
                                                                                                                     Vincenzo Calafiore

In classe quando entrava l’insegnante ci si alzava in piedi; non avevamo niente oltre una lavagna rotta e banchi di legno sgangherati, il calamaio.
La prima cosa che si faceva erano il segno della croce e cantare l’inno nazionale, poi si poteva iniziare.
Per anni ho guardato da una finestra di un ufficio il Tricolore sventolare alto nel cielo, ho portato il tricolore al braccio, ho ripiegato il tricolore oltre che a issarlo su nel cielo; e questo per me è sempre stato motivo di orgoglio perché io ci credevo ieri come oggi in quel Tricolore era ed è per me : Orgoglio, Onore!
Ma oggi, che mi piaccia o no, questa è l’Italia, la mia Patria, anche se non è più quella che i miei ideali e valori me l’hanno sempre inculcata in testa, mai tradita, mai delusa, mai disobbedito.
Questa di oggi è quella che italiani per tornaconto personale, arricchendosi, hanno tradito, rubando denaro nelle Pubbliche Amministrazioni.
E’ l’Italia che “ La Politica “ ha ridotto così per la sua supremazia, per il suo interesse e dominio politico.
Una volta c’erano degli industriali che hanno fatto grande l’Italia e lo hanno fatto come quelli del Piave, oggi ci sono industriali che spostano le fabbriche in un’altra Nazione ove è possibile arricchirsi ancora sfruttando quella gente e lasciando allo stesso tempo italiani senza lavoro:
“ chi se ne frega “ !
Forse la chiave di tutto questo degrado morale e politico sta tutto in questo “ Chi se ne frega”.
Io direi potendo a questi “ italiani” di passare una giornata nel “ Il Sacrario di Redipuglia”
e meditare che cosa è veramente l’Italia, colloquiare con quei – morti – che da lì ancora sono monito e significato di un grande amore per la patria, la loro – Italia – fatta.
I peggiori nemici di questa “ Meravigliosa terra “ siamo proprio noi gli italiani, quando permettiamo la deturpazione dei nostri monumenti, quando sotterriamo rifiuti velenosi invece di smaltirli legalmente, siamo noi che concediamo alle mafie  la possibilità di spadroneggiare con le collusioni, le infiltrazioni, col diventare servi nelle loro mani.
Siamo noi a deturparla questa Italia con le evasioni fiscali, con l’essere divisi politicamente come fossimo in guerra perenne; è così che in questo clima di eterna rivalsa l’una fazione pur di non darla vinta all’altra si disfano e si rifanno governi che non governano, leggi che non si capiscono e si prestano all’inganno …. E così via via in un’ infinità di madornali errori epocali e occasioni di unità perdute!
Questa è e sarà l’Italia che dovremmo consegnare alle future generazioni, alle quali non è stato tramandato nessun principio  e alcun dovere morale e patriottico!
I colpevoli siamo stati noi, perché noi l’abbiamo voluta e ridotta così.
Ora mi dicono che il mio Paese non è più vivibile, che è meglio espatriare, fuggire! Ecco lasciamo che tutto fugga, lasciamo che vadano via le industrie, lasciamo che degli stranieri con la scusa di investire e dare lavoro, vengano in Italia a fare i loro interessi e una volta raggiunto lo scopo chiudano baracca.
Lasciamo pure che i nostri gioielli vengano venduti a investitori stranieri, a questo un tempo ci penso il Prodi della situazione, il grande demolitore e rottamatore dell’Italia …
Lasciamo pure che i nostri figli e chi ospitiamo si facciano l’idea che qui ogni cosa è possibile perfino violentare le donne, rubare, frodare, prostituire e spacciare, contrabbandare ogni tipo moralità per il vil denaro e poi piangiamo i morti, o abbandoniamo intere popolazioni dopo ogni sisma, Amatrice tanto per ricordare, Aquila,  solo il Friuli è stato ricostruito e ci sarà pure un motivo, domandatelo alle vostre coscienze, ma chiedetelo anche a Genova che saprà rispondervi.
Ma recatevi a Trieste e fermatevi in Piazza dell’Unità e alzate gli occhi al cielo!
Vedrete sventolare un Tricolore …. È lì l’Italia che più amo, è lì che più di ogni altro luogo mi sento italiano è una magia che si ripete ogni volta!
Mi ritornano in mente le note dell’Inno Nazionale, e un immaginario sorvolo della città delle Frecce Tricolori l’Orgoglio Italiano in tutto il mondo, che colorino il cielo coi colori della bandiera….  

“La Patria non è un’opinione. O una bandiera e basta. La Patria è un vincolo fatto di molti vincoli che stanno nella nostra cane e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica. È un legame che non si può estirpare come un pelo inopportuno. Oriana Fallaci. “



lunedì 10 settembre 2018


Selenati Mariangela


Di Vincenzo Calafiore
11 Settembre 2018 Udine

“ Nati non foste a viver come bruti- Dante Alighieri “.

Quando si parla di “ Arte “ , non si intende l’analisi di un quadro, a volte fredda,il più delle volte relegata a una visione personale, anche seguendo un certo codice d’analisi, da cui scaturisce poi la cosiddetta – critica - .
Parlando o scrivendo di Arte, secondo il mio personale pensiero, è parlare di amore e di bellezza, grazia.
La pittrice o l’artista?! Meglio la Signora Selenati Mariangela ha in se  la bellezza e la grazia.
La bellezza e la grazia della vita, emana e contagia chi le sta vicino; e queste riesce a trasmetterle in ciò che fa o crea, incanta poi chi si sofferma davanti a un suo lavoro.
Questa mia, non vuole essere assolutamente ne una critica ne una recensione, ma l’intenzione è quella di compiere un “ viaggio” in questa – figura- complessa e straordinaria allo stesso tempo, come lo può essere quella di chi scrive, o che dipinga, di chi scolpisce pietra o legno.
Non voglio analizzare nessuno dei suoi dipinti, sia esso acquarello che olio, quel che voglio o meglio quello che voglio esprimere riguarda riguardano gli aspetti umani ( più importanti), la grazia e l’Amore … l’Amore per l’Arte.
Di lei e della sua capacità, della sua perfetta armonia, parlano  e in maniera eloquente i suoi lavori esposti presso la Home Gallery di Claudio Demuro in Tolmezzo; che a quanto pare ha un forte senso nello scoprire nuovi talenti, e la Signora Mariangela Selenati a quanto pare ha tutte le carte in regola per essere ritenuta tale: un talento.
 L'arte figurativa, a differenza dell'arte astratta, riguarda la rappresentazione di immagini riconoscibili del mondo intorno a noi, a volte fedeli e accurate, a volte altamente distorte.
Caravaggio dipinse le sue tele con estrema disinvoltura e toccante realismo, ritraendo con eguale maestria azioni misurate e gesti improvvisi, emozioni profonde e reazioni fulminee. Ciò che tuttavia più caratterizza i suoi capolavori, e quelli di molti altri artisti, è la straordinaria abilità – che sopravvive ai secoli – di comunicare in modo semplice e diretto con l’osservatore. Coinvolgendo la mente, il cuore, il pittore crea una condizione di dialogo “empatico” fra l’opera e chi la guarda, affinché quest’ultimo trascenda dalla sua condizione per partecipare attivamente all’evento narrato nel quadro.
Questo è quanto accade a chi si soffermerà a guardare un’opera della Selenati.
Nelle scienze umane, il termine “empatia” indica la capacità cognitiva di percepire ciò che un altro individuo sta provando. Certamente, l’empatia dipende dal nostro cervello e non è circoscritta solo alla comunicazione diretta fra gli individui della nostra specie, ma sembra avere un ruolo dominante anche nel nostro rapporto con le creazioni artistiche.
In quanto oggetto con forma e colori, un dipinto non richiederebbe di per sé alcuna reazione empatica, oltre al piacere di ammirarlo: di base, la percezione di un colore o piuttosto di un volto ritratto sulla tela, è mediata da specifiche aree del cervello che si attivano seguendo la stimolazione. Ovviamente, questo alternarsi di attivazioni non rivela granché sul motivo per cui l’arte figurativa abbia avuto un ruolo così importante nella storia evolutiva del genere umano.
Lei, ne ha le doti e le dimostra, le afferma con la sua “ copia “ della – Maddalena Addolorata di Caravaggio - che dice tutto, sulle capacità artistiche di Mariangela Selenati, come dire: “ se è riuscita a fare una copia della Maddalena Addolorata….” . Senza nulla togliere, senza nulla aggiungere.
A lei, la scelta dunque  di quale strada intraprendere e, continuare, insistere e persistere fino al raggiungimento della Grazia e della Bellezza, proprie e nell’Arte.





















mercoledì 5 settembre 2018



Come sabbia negli occhi
Di Vincenzo Calafiore
4 Settembre 21018 Udine


Accadono cose che sono domande,
passa un secondo, un giorno, oppure anni,
e poi il cuore o la vita rispondono. “


Amarte da lontano!

Non lo sai, non lo puoi sapere quanto mi manchi.
Dovrei ora dopo tanti anni imparare a vivere senza di te,  “dovrei” ma è come ti dicevo: impossibile dimenticarsi!
No, lo sai, io non piango sai, non ne sono capace!
Ecco appena adesso ti ho detto una bugia, tu sei dentro gli occhi miei, in fondo al cuore ….
Mentre mi rado davanti allo specchio, lo vedo il mio volto trasfigurarsi  negli occhi inumiditi se appena tu passi come lampo nella mente.. mi dico che non è possibile, non può essere possibile che io pianga perché so che tu non tornerai mai più.
E’ duro vivere senza te e non lo so come vivrò senza dimenticarti, senza smettere mai di cercarti, di desiderarti.
E’ appena giorno,già cominciano a rinforzarsi ai miei margini la voglia e il desiderio, è una trincea che sta cadendo, cedendo vita alla mia attesa, al mio cercarti; già ci sono sogni che svaniscono ai primi albori.
Tu come solo tu sai essere, sei sempre lì, in quei viaggi e fantasie, in quel sentire ormai la stanchezza sorprendermi alle spalle, che piega le ginocchia come non mai adesso ho bisogno di te, dai nostri estremi separati.
Accadono cose che sono domande, passa un secondo, un giorno, oppure anni e poi il cuore o la vita rispondono!
Accade che ti amo oltre le lontananze, le assenze, le cose inventate, le cose fatte per ingannare il tempo dell’attesa, per non morire dentro ….  sto già morendo!
Le mie notti bianche  da un mare che agitandosi mi affoga come una riva, tu come un sogno vieni e rimani lì fino a quando ti dissolvi in quel no che come macigno pian piano sgrana le ore e i giorni.
E’ vita che se ne va srotolandosi nelle infinite somiglianze e immaginazioni sofferti dal cuore, è tempo che potrebbe fare ritorno, vorrebbe trovarmi dietro l’uscio su una sedia con lo sguardo perso chissà in quale angolo di cielo; magari hai ragione tu, magari sbaglio io o forse siamo noi a non voler tornare allo stesso distacco, alla stessa domanda:  “ razza?, Umana! “
Fin troppo umani, fin troppo uguali… noi che aspettavamo la luna sotto una quercia!
Amore che d’infinito vesti gli occhi, dove muoiono i sogni?
Quell’abbraccio che ti faceva mancare il respiro, è qui sospeso in aria, ti attende, allo stesso modo di come la sabbia attende l’onda….
Ritornerò nei tuoi occhi, lo so, non temere; non andar via… per un po’ ho pensato di venire da te e sussurrarti quanto sei bella, ma ho bisogno di lasciarmi andare, di sentirmi solo, di essere brutto, di piangere come un idiota ….. quando mi pare ripartire per altri mari e ritornare al sorgere del sole.. potrebbe accadere domani o oggi stesso, tra un anno, ma accadrà!
Che un giorno ti incontrerò e ti dirò che non sono mai uscito, che sono rimasto seduto su quella spiaggia, che eri davvero bella e in men che non si dica finiremo per baciarci in un angolo di strada che diventerà uno spicchio di sabbia ancora calda, ancora tinta di tramonto!
“ Chissà se un giorno riuscirai a ricordare come cambiava il mio sguardo, quando incontravo te…. ! “ …. Chissà.







Che … tristezza
Di Vincenzo Calafiore
5 Settembre 2018 Udine

Tempo, corpo, emozioni, leggere un’età difficile..”

Lasciarsi alle spalle i soggettivi percorsi vitali è da sempre un compito arduo, difficile, se non altro per la necessità di ridefinire se stessi sui nuovi parametri che attestano la crescita e il cambiamento.
Un’evoluzione qualsiasi comporta, rinunce più o meno gravose, oltre che una riqualificazione dei rapporti con gli altri.
L’età più difficile per antonomasia è l’adolescenza, in quanto il “ soggetto” si trova nella condizione di dover crescere, modificando tutto un mondo di rapporti a lui vicino; oggi più complesso il relazionarsi col mondo esterno depositario di mode e di disvalori che certo non fanno bene alla crescita poiché lo impegnano a un duro lavoro continuo di ridefinizione difficile da concepire nel continuo confronto con i modelli  esterni più imposti che scelti.
Succede che il soggetto si omologhi, si perdono certi valori, parametri.
Non è facile “ osservare” per capire, i mutamenti, le decadenze, il distacco, perché sarebbe importante leggere i fatti e azioni dall’interno, dalla parte dell’anima e dalla sensibilità del soggetto che ha l’unica colpa d’essere figlio del suo tempo.
Un tempo che disorienta mentre propone il nuovo, perché lo stesso nuovo innalza a valore assoluto.
Allora ha senso parlare di fatica di crescere, in riferimento agli ostacoli che il soggetto incontra nel suo auto progettarsi.
Forse bisognerà auspicarsi una società che no ponga ostacoli o che  distrugga l’individualità!
Una delle nozioni fondamentali per il soggetto è quella del tempo che interviene nella vita di ciascuno con ritmi particolari che distinguono il – tempo vissuto- , ossia la percezione che ciascuno ha di come esso scorre.
Il tempo per il soggetto è – estremamente variabile-: se si trova in compagnia dei suoi pari esso scorre veloce, se invece è da solo e triste sembra fermarsi per fargli avvertire la sua solitudine come una condizione esistenziale.
Anche la nozione di – corpo- s’inserisce nella crescita, per la sua fonda mentalità nel processo di costruzione dell’identità.
Il – corpo – amato e venerato, più spesso odiato perché non conforme ai modelli imposti che diventano imperativi.
Il corpo quindi diventa l’elemento essenziale di valutazione immediato che il soggetto offre o esibisce al mondo esterno, ancor prima del contatto con gli altri.
E’ tristezza e grave errore tuttavia ridurre il valore di un essere umano al corpo soltanto, così come lo sarebbe non prenderlo nella giusta considerazione.
Non è facile per il soggetto continuamente esposto a questi modelli esterni imposti, al rischio di ergere il suo fisico ad obiettivo d’interesse primario; per cui il corpo diventa un problema che incide o inciderà sul vissuto.
Non si può tuttavia prescindere dal considerare i rapporti che il soggetto intrattiene coi beni di consumo, che possono diventare tanto importanti da condizionare le relazioni interpersonali.
Così il –corpo- diventa o sarà oggetto di culto per la sua valenza talvolta sacrale, per il suo contribuire al senso di identificazione e sicurezza, un mezzo attraverso il quale il soggetto sente di appartenere a un gruppo e al suo tempo.
Forse varrà bene che il soggetto si accetti così come madre natura lo ha fatto, cercare di vivere in armonia con il suo corpo e non farsene un’ossessione e cadere nel diabolico gioco delle diete, delle privazioni e frustrazioni che una società impone coi suo modelli di snellezza, magrezza, che a volte o sempre più portano all’onoressia o alla tristezza del vivere con l’ossessione del sentirsi grasso e quindi scartato, messo in disparte o a volte ridicolizzato a causa di una forma che la natura ha voluto e che il sistema odierno invece impone ad ogni costo e con ogni mezzo.
Forse il soggetto accettandosi così com’è vivrebbe un tempo e una vita certamente migliore, magari con un po’ più di attenzione nell’alimentarsi senza il supplizio del pesare il cibo o del pesarsi ogni momento, o di rimettere il cibo appena consumato, per evitare di leggere una cifra diversa del proprio peso su una bilancia!



Se si potesse tornare in dietro

Di Vincenzo Calafiore
4 Settembre 2018 Udine

In questo momento in un altrove lontano tanto tempo fa, c’è un falò acceso su una riva di sabbia bianca e sassi consumati dalla risacca che come Circe li ha trattenuti con un incantesimo fino a trasformarli; e sono li a rotolare, su e giù come una nenia, come un canto di risacca.
Poco più avanti un capanno improvvisato, di canne, che ha riparato bambini dal sole cocente; allora c’era vita, allegria, in quell’aria magica e povera, semplice.
Barba bianca e capelli ricci che saltavano fuori da un vecchio cappello blu scolorito dal sole e dalla salsedine, un sigaro serrato all’angolo delle bocca e occhi da gabbiano, mio nonno! Stavamo lì seduti sulla riva ad ascoltare la risacca mentre il sole si tuffava in mare nascondendosi dietro un sipario di nuvole arricciolate agli orli.
“Il mare … immenso come la vita, una volta che l’hai guardato non potrai più farne a meno e camminerai per strade da cui potrai guardarlo sempre… ! “
Questo mio nonno me lo ripeteva spesso quando ci trovavamo davanti al mare da maggio a settembre.
Così è stato e sarà per sempre.
Su quella spiaggia si trascorreva la giornata intera fino a notte inoltrata, il più delle volte quando le barche facevano ritorno si comprava il pesce ed era festa.
Bastava poco o quasi niente e si era ugualmente felici!
E allora cosa è cambiato?
Perché avere sempre in testa queste visioni, questi ricordi lontani e non ricordare quasi niente di oggi o di appena ieri?
In questa stanza, in cui abitualmente siedo, mi sento e sono un uomo-tartaruga che si porta addosso le abitudini, una vita, i sogni, ricordi, finisce per spostarsi con tutta la sua casa, rimanendovi ovunque si trovi.
E’ andata perduta la poesia della vita, sono andate perdute le sue magie.
E’ andato perduto il – mare – oggi più che mai vetrina, passerella per sfilate di moda e non solo.
Nell’aria ancora le risate, negli occhi i giochi sulla sabbia; ricordo ancora tutti i nomi, uno a uno, di quegli amici che sono svaniti nel nulla un po’ alla volta assieme agli anni.
E’ un mare che non c’è più, tante parole e canzoni cantate male attorno a un grande falò, mentre le lampare in quel buio parevano delle lucciole o stelle sospese tra cielo e mare.
L’alba ci trovava quasi sempre addormentati sulla sabbia, intirizziti ma felici; eravamo tutti lì poi seduti sul bagnasciuga, pantaloni corti e maglietta sulle spalle, assonnati e on la prima sigaretta fra le dita in silenzio ad assistere al miracolo del sole alzarsi da quel filo d’orizzonte lontano.
Ma ora tra queste quattro mura come una prigione mi ritrovo ogni sera al tramonto a guardare  lontano un altrove mentre stretto alla gola un nodo di nostalgia toglie le parole, la voce.
S’ode in lontananza un forte richiamo, è la risacca appena di là del davanzale; stessi capelli bianchi, stessa maniera di fumare, stesso incanto e desiderio di mare!
Poi quando lo vedo rimango senza parole mentre in lontananza passa una vela, e gabbiani attorno coi loro rauchi richiami.. l’odore del caffè mi riporta, anzi mi scaraventa a terra con le mani e la testa ancora in quel sogno, non c’è più tempo. 


sabato 25 agosto 2018



Sottovoce
Di Vincenzo Calafiore
26 Agosto 2018 Udine


E’ quasi tramonto, è quasi magia,o ci potrebbe essere, potrebbe giungere da qualche emozione trattenuta, da un pensiero o da un desiderio che sta per realizzarsi; sono cose che si aggiungono al quotidiano tanto da divenirne sottofondo, colonna sonora, note di una canzone conosciuta, imparata a memoria; come fosse mia risuona in testa, la ripeto sottovoce: Amapola.
E’ come se quelle parole riuscissero a scardinare le grate di quella solitudine percepita addosso come una seconda pelle.
Riaffiorano da quei luoghi bui e profondi del rimosso, ricordi, immaginazioni, cose, che il tempo non ha mai  cambiato, ma semplicemente custodito.
Così accade che questa mia età “dolceamara” mi parli sottovoce attraverso immagini sovrapposte e lo fa con la sua continuità; ma in realtà quella solitudine fredda e silenziosa altro non è che assenza.
Rivivono, si distinguono, si alternano come in un sogno che trovo al risveglio della mia esistenza.
A volte vedo la mia esistenza come una situazione in attesa, nel quotidiano divenire, durante il quale è come se rimanesse sospesa in attesa o in vista di qualcuno o di qualcosa; solitamente di un approdo, di un arrivo alla meta desiderata.
Quello che mai è andato perduto è l’orgoglio, la mia dignità, l’onore dell’onestà, l’amore, che mi porto dentro come fosse un bagaglio …. Così la mia esistenza è vagone, rotaia, stazione, scompartimento – mondi in cui di continuo si compongono e si alternano improvvisate felicità, rapportate alle stagioni, ai fatti, agli eventi, alle occasioni del vivere sulla scia di un tempo ritardato o accelerato …. Come tutto quello che scorre fuori dagli oblò, mischiato e confuso alla velocità della “ Pegasus” con cui viaggio.
Gli attimi lunghi un’eternità o le eterne attese in un attimo si manifestano e si concludono, nel momento conclusivo di ogni mio viaggio verso l’amore, l’unico approdo, l’unica certezza.
E’ anche partenza verso gli occhi suoi, il suo sorriso, la sua voce, le sue mani!
C’è vita, c’è ansia di attesa, voglia di abbraccio, di bacio, in questo pendolarismo dell’anima e del corpo, che si identifica in un nome, in un volto amato.
E’ anche lì – viaggio – o “ Pegasus” durante i mille passaggi, dall’infanzia e dell’adolescenza alla senile età; quasi sempre emozionante, come il poter amare anche se a volte non corrisposto.
Le ore in sottovoce sembrano scorrere pigramente e tutto sembra uguale a se stesso e tutto potrebbe divenire improvvisamente importante e fondamentale.
Basterebbe la coincidenza di un posto sulla “ Pegasus” una poltroncina e di un tozzo di pane e un bicchiere di vino scambiati con la medesima simultanea familiarità delle parole.
Meglio allora stare dentro la “ Pegasus” sentirlo proprio il pacato meditare o condividerlo con chi sta a fianco o viaggia con me, come bellissima esistenza regalata a volte  all’inerzia del tempo.
Al punto che i giorni, i mesi e gli anni scorrono lenti o veloci dentro o fuori di noi, di me ….  Finiscono per corrodere la vita o ancora peggio: non averla mai avuta una vita.

sabato 18 agosto 2018


 La Vita finisce quando non hai più un sogno
Di Vincenzo Calafiore
19 Agosto 2018 Udine


Non è solo la voglia di “ conoscere- sapere “, quella che insistente ogni notte conduce verso nuovi e sconosciuti universi, in cui non mi sento estraneo come qui in questo angolo di terra sfinita giumenta.
La “ Pegasus “ ormeggiata appena fuori dalla finestra, galleggia a mezza aria; è un forte richiamo, una forte tentazione che alla fine mi fa salire a bordo.
Posso così raggiungere il mio “ Altrove ” che persa in qualche sogno dorme sonno profondo, chissà se mi sentirà giungere o se avvertirà la mia presenza nella sua camera da letto, all’impiedi fermo a guardarla.
In compagnia di Euripide, Aristofane e Socrate, continuo il mio viaggio sospesi in una nuvola di silenzio, silenzio che riempie tante pagine di azzurro di una memoria terribile e urgente.
Tu sei quel mio che nasce da una scrittura quotidiana, per più amore, per più vita!
Nasci da un cuore che ti cerca!
“ Aiutami tu” al gorgo di un’alba compiacente riemerge la mia vita come uno scafo affondato da un fondale oscuro, avvampato di sagome errabonde.
Quel mio volerti e quel mio cercarti, uncinano il mio mondo al tuo con millimetrici segnali espressivi tesi a rendere una felicità ferita dall’assenza, dal non poter condividere nulla nemmeno un respiro di vita.
Amare o semplicemente poter amare è anche un bellissimo passaggio da sé all’altra, come ponte tra sponde diverse, di due, che si amano o che si possono amare, che si possono unire nella comune appartenenza di specie. “ Coloro che si amano “ !
E nulla può essere più vero, autentico, di un bacio o di uno sguardo profondo rovesciato negli occhi…
Tu, sei quell’altrove a cui andare, il senso in più che ha di sé la vita… allora si può viaggiare!
Se sarai con me sì che si potrà viaggiare nel corso di ogni esistenza, approdando con la –Pegasus – di continuo ai lidi più distanti dai propri; spostandoci quanto e come si può, anche di poco dai confini dell’universo conosciuto.
Dolce, dolcissimo, tenero, quel ti amo di ogni dì che si veste e già parla di poesia.
E’ tutto qui, tutto in questo verbo, come fosse una canzone.
Dunque quel mio “ ti amo” come un viaggio, come attimo prolungato di fascino e mistero come misterioso è l’amore, fino al punto da diventare colonna sonora di una vita.
Fino al punto da diventare un fatto di coscienza o addirittura un sentimento ancora più grande di noi stessi.
Nella stessa misura in cui l’altrove non è tanto un luogo, quanto Amore!
E allora penso a quando non sarò più in grado di dirtelo,
penso a quando non avrò più un sogno e se non avrò un sogno non ci sarà neanche vita!
Ecco, questo sei tu: il sogno!
Il sogno che tutti dovrebbero avere, per avere vita, per sentirsi uomo o almeno più umano.
E fino a quando avrò questo sogno, avrò vita.
Viaggiare con la “ Pegasus “  diventa allora un sentimento diverso, una maniera di muoversi nel mondo di dentro, di vivere la propria vita al plurale, di andare da sé verso l’altra, scoprendosi sempre più meno intruso, sempre più complice!