lunedì 13 agosto 2018


Sogno di mezza estate

Di Vincenzo Calafiore
13 Agosto 2018 Udine

In queste sere “bollenti “ noiose più che mai, rimane che sognare questo momento vissuto nella vuotezza assoluta, da un’altra parte, una spiaggia qualsiasi della mia amata terra, la: Calabria!
Immagino allora un’area di luce e di mare, a cuneo tra faro e faro e le montagne che fanno da sipario a uno scenario fiabesco, da un lato all’altro.
Ti trovi nello Stretto, tra Scilla e Cariddi, attraversato dagli argonauti e Ulisse!
Lo Stretto di Messina, circa tre chilometri nel punto più stretto, tra Capo Peloro e la punta calabra, e qui si incontrano pure  il freddo Mar Tirreno e il caldo Mare Joinio.
Ogni tanto si aprono i leggendari gorghi di “ Caribdys” il mostro omerico < che l’acqua livida assorbe > ( “ Odissea “ libro XII) …
Dallo Stretto passa tutto, storia, profumi, essenze, ma anche il delfino, l’orca, le balene, il capodoglio, i tonni e le mante, gli squali compresi quelli bianchi e in fine il Re dello Stretto, il Signore del mare per eleganza e per nobiltà, il : “ Pesce spada “!
Ogni anno, nel periodo della riproduzione il pesce spada lo attraversa due volte lo Stretto.
La prima volta in aprile-maggio, seguendo la costa calabrese dal Tirreno allo Jonio, la seconda tra luglio e agosto, dallo Jonio al Tirreno, più vicino alla Sicilia.
Il “ fiero cavaliere del periglioso mare “ ama nuotare in superficie e accompagnato dalla sua compagna a cui è fedele fino alla fine.
E’ strano, ma il maschio solo qui, in questo tratto di mare per corteggiare una femmina salta fuori dall’acqua, i pescatori dicono invece che pare voglia giocare con il mare e se essi avvistano una cosiddetta “ pariglia” tendono a catturare per prima la femmina, sapendo che il maschio rimarrà a nuotare nei paraggi fino a quando la sua compagna non sarà morta, a volte per il dolore attacca la barca con la sua lunga mascella spadiforme.
Proprio per questo aspetto drammatico del duello tra uomo e il “ pesce cavaliere”  che Domenico Modugno ha scritto la canzone “ Lu piscispata”.
A volte nel silenzio della notte mi par di udire il canto della risacca, vedere nel chiaro di luna l’incresparsi delle onde, il formarsi o lo sformarsi di scie scintillanti nella scia lunare;
a volte mi pare di udire le voci concitate a bordo della spatara, l’inseguimento del pesce spada e di vedere l’uomo sospeso tra cielo e mare con in mano la – traffinera- scagliarla con colpo sicuro.
Ma, appena colpito il pesce spada è una volta issato a bordo è subito – marchiato- vicino all’occhio con segni scaramantici… il tutto avviene a ritmo di gesti e parole di un rituale sacro, come ai tempi dell’antica Grecia.
In effetti questa forma di pesca nello Stretto risale ai Greci Calcidesi che fondarono Zancle
( Messina) e Reghion ( Reggio) nell’VIII secolo a.C. come testimonia la descrizione di Polibio riportata da Strabone.
Come non sognarla una terra così.
Come non amare un mare così meravigliosamente vivo, pieno di vita, gaio come un giorno di primavera, profumato di settembre; ma anche bellicoso e irascibile, minaccioso fino in casa, d’inverno, quando profuma di pino e di ginepro come l’Aspromonte o la Piana di Gioia Tauro.
Mentre pian piano vedo sparire nel nulla i miei giorni, nella noia e tristezza di un balcone che si affaccia sul nulla, vedo ciò che la memoria, giocando d’inganno mi propone, e in tanto si fa sera e con tristezza vedo che un altro giorno se n’è andato via sulla scia scintillante di un mare nel chiaro di luna….
È quasi vero!


giovedì 9 agosto 2018


In uno schiocco di dita
Di Vincenzo Calafiore
10 Agosto 2018 Udine


“ … sai, appartenere a qualcuno è
o sarebbe la cosa più bella che potrebbe accaderci.
E’ come appartenere a un paese, a un universo, ma
se non ami o non si è amati “tutto” è un paese che si svuota,
in cui non vale più rimanerci….”


Era già da tempo che volevo andare via, cancellando le impronte sulla sabbia che puntano al mare. Ormai nulla è più come prima, voglio dire qualcosa di diverso: non esiste più “ qui “ per me, ed io non esisto più qui.
Capisco benissimo chi si inganna di felicità e che la veda ovunque, in qualsiasi cosa faccia, comunque sempre.
E’ l’inconveniente di chi se n’è andato.
Chi è rimasto in questa “cosa” chiamata vita, ha perso la felicità, chi è riuscito ad andar via non se ne libera.
Sentivo che parlando così tiravo fuori antichi malesseri, forse vecchi risentimenti, tracce di antiche battaglie di una lunga guerra ormai persa. Coglievo una certa aggressività nelle parole e nello sguardo di Anna, forse la distanza che non aveva mai accettato.
Con fare distaccato e melanconico, conclusi: la felicità è un paese di mezzo, non esiste o forse non è mai esistito.
Lei, sorrise, poi pensò – Non esiste nemmeno Anna -  < ti diverti  - fece lei – Fai il misterioso o ironizzi  >. No, dissi compiacente, quasi con la dolcezza dei bei tempi, non voglio prenderti in giro. Guarda lo spettacolo fuori, vedi il sole che si sta abbassando?
Tra poco sarà all’orizzonte, taglierà ogni cosa che svetti in alto, attraverserà quelle nuvole, si confonderà con esse poi andrà a cadere nel mare.
Anna ascoltava, silenziosa, contratta, io continuo: Vedi le nuvole bianche e dense che lo circondano, lo nascondono e lo scoprono; sono in alto, sopra le nuvole, vado e torno… come meglio mi piace, quando sono stufo di stare e aver a che fare con gente vuota come canne al vento.
Quando sono qui mi nascondo, non esiste più nulla perché io non ci sono più, so come diventare invisibile e apparire quando lo desidero.
Anna mi interrompe e  chiede se può mettere un disco.
< Il nostro primo disco>….. disse quasi scandendo le parole …. Mi guardo attorno, affacciato dal balcone … pensai alle nuvole d’inverno.
Certi pomeriggi, quando mi alzavo dalla scrivania, le fissavo con intensità e ansia come accade quando si aspetta l’arrivo di una persona cara.
Avevo voglia di accarezzarle con la mano, prenderle e metterle stese sul mio letto, tanto erano basse e vicine. A volte avrei voluto fissarle da qualche parte o tenerle ancorate a terra come fossero una nave; e se costruissi una nave a remi capace di galleggiare nell’aria e magari poterle raggiungere e andare oltre le nuvole….? A volte ho avuto la tentazione di riempire di nuvole, le case abbandonate, le piazze, le vie strette e vuote, i vicoli bui; a volte costruire dei grattacieli alti come quelli di Manhattan, mentre le note di New York City Serenade di Springsteen cominciarono a parlare dei tempi che furono.
Bruce lo avevo ascoltato a Roma, quando studiavo all’Accademia e quando ancora il futuro the boss era conosciuto da pochi amanti della musica d’oltre oceano.
L’estate, quella famosa estate tornai a casa con il 33 giri, lo feci ascoltare a chiunque venisse a trovarmi e soprattutto ad Anna, proprio nel periodo in cui la nostra storia stava per finire.
Quella musica … una dolce mescolanza di vicende e di inquietudini, mi ricordavano Robert De Niro e Martin Scozzese, musica per accompagnare le notti belle e silenziose, lunghe e solitarie, a cui piano piano andai e ancora ci sono dentro.
Le mie notti bianche, come quella Serenade, sono diventate la colonna sonora di paesaggi sfrangiati e senza centro, di case vuote e in abbandono, di rughe chiuse e desolate, di un bisogno di vita così come i canti di partenza e di distacco lo erano stati per generazioni di emigranti, che partivano col sogno di tornare e finivano col non tornare più.
Certe volte con quella voglia di fuggire su una nave a remi lontano da questo mondo ormai tutto uguale e tanto somigliante.
Quella canzone accompagnava e accompagna ancora adesso che ho i capelli e la barba bianchi, la solitudine e le fughe nella notte rimanendo seduto ore davanti a una scrivania.
Anna, non mi ha mai chiesto dove trovi le storie che racconto, ma non le ha mai neanche lette, forse non sa, che ora come ieri è possibile essere invisibili o andar via su una nave a remi lassù nel blu oltre il blu!
Soltanto con uno schiocco delle dita!


venerdì 3 agosto 2018


E’ quasi sera
Di Vincenzo Calafiore
4 Agosto 2018 Udine

“ … potrei non svegliarmi domani dal mio sogno,
potrei essere chissà nel suo essere, nella sua magia
che giocando d’inganno mi fa gabbiano in quell’istante
di quel – ti amo – appena sussurrato, appena sfiorato da
un insolito desiderio di rimanerci per sempre … “
Cit. di Vincenzo Calafiore

Più volte al giorno, dalla mia finestra a occidente, posso scorgere un mare distante e penso che sia il “mio mare” ( ma è solo immaginazione ).
E’ questo l’unico segno che mi rammenta il mondo dal quale provengo, un segno discreto, e così lontano da non turbare neppure fuggevolmente la quiete in cui sono immerso.
E’ come se io fossi personaggio di un romanzo rinchiuso chissà dove  che dalle grate della sua prigione immagina di vedere il mare.
Ma i personaggi provengono dall’attenzione e dalla fascinazione di certe esperienze del vivere … dell’autore!
Chissà chi è il mio….
A un certo punto della vita si avverte il bisogno, l’urgenza, di creare una vita alternativa, rispetto a quella che è o potrebbe essere, può essere la vita reale … magari imparare a leggere le persone, magari ci sediamo nel buio di un cinematografo, oppure si sta a fianco di un altro, in una coda di gente in attesa… e basta che qualcuno dica una cosa qualsiasi o compia un qualche movimento, perché scatti un qualcosa e si comincia a leggere il linguaggio del corpo e ci si comincia a chiedersi che cosa ci sia di non detto in ciò che ci rivela.
“ Come fai a stare ancora qui? “ Mi chiese lei, a tutta voce, nel bel mezzo di un lungo discorso fatto di convenevoli e di mezze menzogne, di schermaglie e di parole studiate come succede alle persone con una storia d’amore finita da tempo, ma che continuano a mantenere buoni rapporti e, di tanto in tanto, a vedersi.
Nel bene e nel male, i legami non finiscono mai.
La guardai attentamente, senza alcuna sorpresa. Prima o poi, quella domanda, rituale come i temporali d’estate, come le feste dei santi, come i quando sei tornato?, come stai?, quando riparti?, sarebbe certamente arrivata.
Ero disteso sul letto della mia stanza.
I raggi del sole entravano con intensità in quel lato della stanza; lei mi guardò, mi attraversò tutto, con i suoi occhi neri e sfuggenti. Era sempre bella, la donna con cui avevo avuto una storia, lunga,intensa,tosta; una storia che non ricordavo bene quando era cominciata, e non capivo nemmeno quando e perchè era finita. Hai ragione le dissi dopo un lungo silenzio che mi era servito per trovare qualcosa di intelligente.
“Sono rimasto qui per attenderti, lo sapevo lo sempre saputo che tu saresti tornata da me, nulla è cambiato … forse siamo cambiati noi… “
“ No, rispose con aria un po’ distante e un po’ affettuosa – non è in questo senso che volevo dire… “ , sorrise, si avvicinò ancora più verso il letto, mi accarezzò i capelli non aveva dimenticato i miei punti deboli … avvicinati, le dissi, ti faccio posto.. sentii vicino quella donna, quel corpo, tanto amato.
In effetti, uno non conosce la vita reale della persona incontrata casualmente, con cui si vive, che si ama, si conosce completamente la vita dettata dall’immaginazione che in qualche maniera strana si aggancia all’esperienza dell’amare.
E’ quasi sera, sono sempre qui davanti a una scrivania e, di tanto in tanto guardo il mare fuori dalla finestra, come fosse una valigia di fibre piena di assenze, di vuoti e di attese affabulanti dei ricordi, spesso sorpresi come nell’attesa di lei smarrita chissà dove o in quale letto a dormire.
E’ una visione, chissà.., piena di un via vai di visi, uno scenario antico di colori che tornano a brillare come i miei occhi quando incontrano i suoi, o quando l’attenzione si posa sul fiato breve di un dettaglio, come le sue labbra pronunciate come il filo di un’onda.
Lei è un orizzonte che divide il mare fuori dalla finestra dalle lusinghe dei sogni, le figure sguscianti dalle pieghe dei giorni e i giorni sgranati nella ricerca di un sommerso cristallo d’incantesimi: è l’altalena dell’amare di ieri dentro un oggi ancora uguale, affascinante e dolce come un abbraccio, come quel – ti amo – lungo una vita! Uno spettacolo del transito delle stagioni, di una conoscenza vasta nella quale il mio viaggio retrospettivo abbandona sovente il passo dimesso e sceglie la temporalità di un universo quotidiano posto specchiarsi nelle onde soavi dello stupore: l’amare!
Amarla è una leggerezza di visione che sembra far scendere sulla realtà un sottile velo di magia: non per allontanarmi, ma per trattenermi più a lungo dentro i suoi occhi, e fare delle mie fragilità quel teatro volubile delle immaginazioni che servono per poter vedere sempre l’oltre dell’esistenza.

martedì 31 luglio 2018



Ecco, ti consegno il mio sogno


Di Vincenzo Calafiore
1 Agosto 2018 Udine




In questo alternarsi  malinconico dei giorni, in questo tempo più di transizioni che di sogni, rimane quel mio sentirti, immaginarti dentro,  averti in testa, nel mio cuore.
Lo so, uno scrittore finisce sempre per svelarsi attraverso i suoi scritti e qualcosa di più intimo, più profondo, sfugge e arriva o arriverà alla sua destinazione, io amore, lo spero sempre.
In questo mio tempo di alternanze, e di attese ci sei Tu, un’esistenza dolce che in me fai marea. Dovrei darti del lei invece che quel  -tu- confidenziale, no in questo caso.
Che mi fa ancora sognare e guardare la vita con occhi diversi si fa amare con tutta quella poca dolcezza che un uomo possa avere.
Io lo so che l’unico mezzo per raggiungerti oltre la nostra “ Pegasus” è la scrittura. Sai,
la scrittura è per me l’essenza della realtà che può fare a meno della realtà, che può sostituire ciò che non esiste e rappresentare un’assenza, costringere la realtà o la natura assente a presentarsi nella sua inafferrabilità …  come fa lei quando mi abbandona per un altro sogno che non è il mio.
Io che ancora scrivo e sogno l’amore.
Ma l’arte dello scrivere può, con l’invenzione, far intravedere un bagliore di verità, più della realtà che la cela nella sua esteriorità.
Ecco perché scrivo, scrivo di un sogno lungo una vita e mentre lo faccio la radio trasmette in

cuffia Edith Piaf Edith Piaf - No je ne regrette rien ed è un brivido che mi percuote smuove infinita dolcezza e desiderio di cantarla sottovoce assieme a lei.

Forse non lo sai, ma sono qui per te, per farti viaggiare pur trovandoti seduta davanti a una finestra spalancata sul nulla; forse non sai quanto sia difficile la mia vita, non conosci o non mi conosci così come sono.
Sappilo questo sono io:
Barba bianca e capelli arruffati dal vento, la carnagione olivastra, gli occhi mobilissimi, sempre pronti a seguire le strane traiettorie disegnate in cielo dai gabbiani … che mi basta scrutare il lento movimento delle nubi all'orizzonte ove sei tu per capire se la mia notte sarà propizia di sognare o rintanarmi per sfuggire alla tempesta.
Se mi guardi forse ti colpiranno i miei occhi e quel mio certo modo di farli parlare,  ho la voce, che a un tratto sembra spegnersi in un suono rauco, d’improvviso si dilata quando ti dico t’amo e s’aggrotta quando te ne vai via come un sogno… questo potrei essere io o sono io innamorato della vita e dell’ultimo sogno che mi lascia al primo albore.
Ma potrebbe essere tutto il contrario, sai,Tu vivi e risiedi nel mio cuore questo lo sai e non potrebbe essere diversamente.
Perché sai che ogni cosa, io stesso, veniamo da quel mare, lo stesso che è metafora dell’incertezza e del mistero della vita, la mia vita che segue il ritmo delle onde e l’intensità della luce del sole o della luna per razziare al largo dei mari, sogni ancora sul nascere.
Tu mi incanti coi tuoi occhi da strega, mi incanti con le tue labbra ogni notte e mi trattieni lì tra le tue braccia perduto e dimenticato; mi fai raccontare storie a chi l’amore non conosce coi toni e le pause con cui i vecchi attori incantavano gli spettatori delle tragedie greche. Con la mia voce profonda, roca, e le immaginarie geometrie disegnate nell'aria, quando accoccolati in una nicchia di sabbia ti stringo a me come fossi àncora per continuare ad amarti così come sei, con la dolcezza mia di narratore che narra una fiaba a dei bambini.
E questo mi ricorda lo “ scoglio dell’ulivo”… l’ulivo era frutto d’un patto stretto tra la terra e il mare. Un patto sancito con la complicità d’una rondine che aveva rubato un chicco da una pianta secolare e l’aveva deposto sulla vetta di quell’enorme masso caduto tra i flutti. La terra e il mare, contando sull’aiuto del sole, avevano poi concentrato l loro misteriose energie sull’oliva abbandonata, facendola parzialmente diventare un albero. Per secoli la pianta ha prodotto annualmente il suo prezioso frutto. Un frutto però, di cui nessuno poteva godere, se non il mare, la terra, le rondini.
Così Tu per me, in questo amore, in quel mio ti amo in mezzo al cuore.

sabato 21 luglio 2018


Le parole che non ci sono
Di Vincenzo Calafiore
21 Luglio 2018 Udine

“ … non c’è nulla di peggio che
seguire come fanno le pecore,
il gregge di coloro che ci precedono,
perché essi ci portano non dove dobbiamo arrivare,
ma dove vanno tutti.! “
                                 Vincenzo Calafiore

Hai mai visto un’alba sullo Stretto, hai mai ritrovato le parole che vorresti dire e invece sono rimaste lì avvolte nei colori accesi dello scirocco?
A guardarla sembra di trovarsi in un paesaggio egemone o in una dimensione metaforica, in un ricordo.
L’aria soffocante e chiusa nel pulviscolo rude degli interni di un animo soggiogato, l’aria di parole ora aguzze, ora lisce come uno scoglio, lente come il tempo nel meridione, ora sudaticcio, ora secco e polveroso, salino, scandito più dal frinire di cicale e dai ragli lontani di asini all’ombra di alti eucalipti.
Parole che tendono al viaggio o a un’idea tra favola e realtà, che scandiscono,assorbono,sovrastano le azioni, esaltano le voci di dentro, le selezionano, le fanno luminose, o opache, le dissolvono, le rincorrono per riprenderne una traccia, una memoria, un suono, un profumo.
Ciò toglie autenticità terrena alle varie sequenze che passano per la mente come fosse un film, anzi le pone in una zona di solitaria, petrosa visibilità ove inconsciamente vivo in attesa di un baratto o di un vento forte che divelti i recinti di filo spinato attorno a una chiesa silenziosa animata dai voli di passeri 
Forse avvertito dal lettore un sotterraneo legame con l’autore e il ripetersi ( che fa di una realtà una visione) di immagini, moduli, strutture, su cui si va in tal modo costruendo una sorta di atmosfera in cui fotogrammi veloci spezzano i ritmi, propongono altri temi e sfondi, altre sfide, ma avvolgente una costellazione di luci e colori, sapori, mediterraneità.
Così il filo conduttore di una realtà dentro un sogno sprofondato quasi alla fine del secolo, più che appartenere al vincolante traino quotidiano, è un’alba o un crepuscolo, un tramonto, ma sempre qualcosa di meraviglioso, di inaspettata bellezza che si profilano agli orizzonti smarriti le parole che non ci sono, dei loro colori accesi di scirocco e del loro tagliente guizzo di rapina negli occhi.
Le parole che non ci sono, si sviluppano, si avvolgono su loro stesse, si diramano e vanificano gli episodi di una realtà concreta e immaginata, fumando una sigaretta nell’ombra di una lampada di vetro verde.
Gli occhi cercano i registri, i righi affollati di parole che avrei dovuto consegnarle una sera davanti a un bicchiere di vino  e un piatto di formaggio su un tavolo sgangherato dietro un davanzale che guarda lontano il mare.
E sono autenticamente vere quelle parole che non ci sono, nella loro vitrea immobilità nell’istante in cui gli occhi si incontrano per raccontarsi….
Ma oltre il bianco degli occhi, dietro quel fantastico sipario si radunano dietro la vetrina affollata nel compatto scorrere labiale, ma contratto di visi che sgusciano affannati da un brulichio di pene e di speranze.
E ancora la ragnatela fitta del potere delle parole, gli intrighi delle labbra, la ventosa folata di felicità che gira nei vicoli del cuore; e forse quelle parole che non ci sono insegnano a vedere le figure vicine trasformarsi in incanto di un teatro mai spento.
E invitano a sollevarsi dal fango, dalla miseria umana, dal borgo, dal ciaccolio inutile che trasforma in cicale arse e vuote o insegnano a volare nell’aria come un bambino che corre in contro alle braccia della madre ….. le mie parole che non ci sono!






giovedì 19 luglio 2018


E’ la mia vita
Di Vincenzo Calafiore
20 Luglio 2018 Udine

Ma cosa stavo pensando alle tre del mattino su un balcone affacciato sul niente, mentre fumavo una sigaretta?
Cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?
E’ una cosa ricorrente: perdermi a guardare, immaginare, inseguire visioni fuori dalla realtà che suggestivamente mi fanno entrare nel mio segreto in cui si condensa la magia dell’incontro unico ed irripetibile tra ciò che sta dentro l’anima e ciò che vi si pone davanti, tra un sentire interiore ed una sollecitazione esterna.
Sollecitazione che nel corso di una vita interamente dedicata alla scrittura è venuta via via dalla “ teatralità quotidiana “ di un mondo sempre più meschino, povero.
Sono immagini bellissime di un amore rigorosamente in bianco e nero, un viaggio soprattutto nell’identità nascosta di un amore grande, che lo sguardo sa cogliere con delicate emozioni inesauribili.
Un affascinante viaggio attraverso visioni che riescono ancora a sorprendermi tra le tracce di abbracci e labbra con labbra, così vive e presenti, vere, che mi fanno volare in una dimensione trasfigurata, sublime, universale, fuori dal tempo, dentro una vita: la mia.
Questo amore che mi porta via!
Come mare al pari dell’anima …
Ma c’è qualcuno e sempre ci sarà a rompere l’incanto ed è come se mancasse aria alle ali che chiudendosi fanno precipitare lì proprio da dove sempre cerco di scappare, evadere come fossi prigioniero.
Un mare quindi a cui affidare pensieri che vagano attraverso l’anima e portano un legame segnato dal distacco o temporalmente lontano.
E’ la mia vita un’immensa distesa di acque su cui si perde lo sguardo quando l’orizzonte scompare, e il nulla sembra avvolgere l’animo con un brivido di smarrimento. La mia vita come una madre presente e distratta da non fornirmi alcuna direzione o un orizzonte a volte, a cui andare se parlo o scrivo di carezze di braccia caduti lungo i fianchi dinanzi a un’arresa.
Provo a non vergognarmi della mia malinconia né nascondo l’amore che mi appare in sogno senza dirmi niente, senza fare un passo verso me, nemmeno un gesto, né un tienimi nel cuore… meglio chi vive come un pezzo di ferro tra milioni di vasi di cristallo ed improvvisa  vita senza amare.
Sarà forse meglio così che la mia vita che scala le montagne e poi ridiscende per tornare in quel splendore trasparente chiamato mare.
Ma c’è la mia davanti a quel balcone sul nulla e penso che dopo il buio torni ad accendersi la luce, che si accendino i sentimenti si spengono i fuochi notturni.
Ma la verità che sono pazzo di lei, sono pazzo in un mondo piatto e sconosciuto, in questo mondo di odio e amore ci sono io che intanto fumo un’altra sigaretta.
Sarà così sempre la mia vita, come destino che accende e spegne … tutto questo rumore che si sente … è la mia vita bella, a cui dico che importa del mondo tanto verremo noi due perdonati e ripagati da un bacio sulla bocca un giorno o l’altro; anche se tutto sembra già visto, già fatto, già vissuto, interpretato da altri in un fatiscente teatro come fosse loro.
Ma tu sai, si che lo sai, non ho più i miei vent’anni, ne ho molti di più e questo vuol dire che sono quasi alla fine e quindi vita volami addosso come onda, come un tango appassionato, o come un valzer; piuttosto fammi inciampare piuttosto che buttarmi giù dal cielo. Uccidimi ma parlami, abbracciami e poi raccontami e spiegami perché tutto ogni mattino mi appare nuovo, con te che arrivi quando io penso di andarmene via!
E davanti a uno specchio mi vedo senza riconoscermi con quegli occhi con la notte dentro, con tutta la mia genialità che il tempo non sfiora mai.
Io e te due vecchi pazzi sul ciglio di un baratro o di un prato di cicale in un inno alla vita… e mi viene in mente Seneca con la sua felicità, Freud con il suo al di là del principio del piacere… una buona camel e un bicchiere di vino davanti a un tavolo macchiato e bruciato da sigarette dimenticate.
Io e te due pazzi che danzano nella dimenticanza di un sogno alle sbarre.
Tutto arriva con te.








martedì 17 luglio 2018


Tanto meravigliosa da non poterne fare a meno



Di Vincenzo Calafiore
18 Luglio 2018 Udine


……. ma lo sapevo … da prima…
che esisteva un uomo, un uomo diverso! “


Aspettarti come si aspetta un treno in una qualsiasi stazione ai confini di certezze abbandonate nelle sue stesse lontananze.
E’ un treno che corre silenziosamente tra nuvole di pensieri cupi di tempesta, e vola sbuffando tra le nuvole, fino alla prossima stazione ove qualcuno da tempo s’è perso nell’attesa, forse ci si potrà abbracciare su quel marciapiede umido di pioggia.
Così adesso lo sai!
Così adesso lo sai che c’è un abbraccio, adesso lo sai che ci sono occhi che da molto tempo attendono di vederti scendere i gradini di quel vagone polveroso di viaggio attraverso un tempo sciupato, andato perduto, e una vita ancora da riempire di felicità breve e densa come un fulmine che alla fine lascia volti nudi e meravigliati di vita.
Ma tu felicità chissà su quale treno della notte passerai senza fermarti e se ti fermerai chissà per quanto!
Io ti ricordo così, ovunque sei, se mi cercherai chissà dove, e non ti accorgi che sono qui vicino a te nello stesso scompartimento di un treno che porta la felicità…. Adesso lo sai!
Mi manca sempre un sogno per tenere su la vita prima che sbandi verso l’inferno come un sogno finito, tradito!
Anche io sono stato tradito dall’esile speranza di vederti spuntare da qualche nuvola sberlecca mi troverai coi capelli sbiancati dalla lunga attesa e tu sembri appena nata ieri, come mai?
Tanto meravigliosa da non poterne fare a meno, come un’oda lunga e larga come braccia che prendendomi mi porta sempre più lontano da una riva ormai priva di granelli di sabbia.
Si sono sempre qui dentro questa vita in disparte ad attenderti e non passare velocemente come la felicità.. basterebbe saper nuotare in quel mare grande prendendola con leggera presa come un cuore a cui attraccare o lasciarsi trasportare dentro due occhi piccoli blù come il mare o neri come la notte quando mi guardi da quell’ovale appeso al muro che ti imprigiona!
Come un sogno raggiungerti, come un cuore a cui puntare e per’ora di sogni ce ne sono pochi, forse per questo motivo i sogni sono vecchi bianchi che rimbalzando nelle lontane memorie ti ricordano e ti amano sin dall’inizio di questo mio sogno.
E sei prigioniera su un carro che piano piano trainato va senza lasciarti vita, prigioniera di un sì frettoloso, ora più che mai pesantemente ti trattiene dall’essere farfalla o sogno di un amore grande che ancora deve venire, un sogno per non morire come legno abbandonato dal mare su una riva alla quale non andrà mai più.
Se tu fossi qui! Lo vorrei, ti vorrei dentro una pioggia di parole che come melodia puntano al cuore per salvarci da questo mondo di celluloide…
e allora noi due per essere felici basta un niente magari una canzone o chi lo sa, una parola pregna d’amore e cortesia, che sia una carezza se chiudiamo gli occhi e poi con gli occhi chiusi chissà cosa sarà, questa vita che ci impara ancora a sognare!