lunedì 20 febbraio 2023


 

La delusione “ del già visto “

 

Di Vincenzo Calafiore

21 Febbraio 2023 Udine

Che delusione, che peccato.

Con animo positivo e buoni sentimenti ci approntiamo a vivere ogni santo giorno di quel

Teatro dell’assurdo che è la nostra vita quotidiana, della nostra  faticosa eppure reale, mobile civiltà multietnica.

Tutto entro il confine ovattato e accogliente nella nicchia della privacy, nel massimo del confort e della  libertà di espressione; un guazzabuglio, una specie di pentolone in cui si mescolano ingredienti come i sentimenti, amicizia, cattiverie, dissolutezza, spregiudicatezza.

Ogni santo giorno iniziato con la speranza  di un giorno diverso, è invece assolutamente sempre la stessa solfa.

E’ uno spettacolo dello scempio, impreziosito da una sfilata di comici con il pubblico intorno che ride, anche senza sapere il perché, solo che alle donne è stato messo il chador.

E’ una  multi etnicità di facciata, cambiano soltanto i contesti, tutto si riduce alla passerella delle macchiette spolverate di  abbondante volgarità e violate dignità.

“ Cose già viste “ ahimè è il  - leitmotiv del quotidiano, la grande delusione, lo scoraggiamento o meglio la nausea del già visto o del già vissuto.

Si potrebbe pensare come a cose che capitano, in effetti, sulle quali magari si farebbe bene riderci sopra, ma che non danno alcuna novità.

Siamo felici?

No non siamo felici e quando pensiamo di esserlo, in realtà stiamo provando una felicità di facciata……la felicità è un’altra cosa.

L’unico momento originale, almeno, è quello del mattino, quando seduti su un water defecando pensiamo forse alla felicità perduta e mai ritrovata,all’amore che dice di amare e invece poi rimette tutto al destinatario con un “ vaffa”  di contorno, intimo e recondito.

E’ un’idea allora la vita, o un teatro dell’assurdo? Una domanda a cui bisognerebbe rispondere.

Tutto il resto è noia  

 

mercoledì 15 febbraio 2023


 

CRISTO

 

Di Vincenzo Calafiore

16 Febbraio 2023

 

Il dialogo si svolge di notte, quando tornano in mente tutte le parole, i pensieri, e come una marea tornano le visioni; ma la mente potrebbe andare oltre ricondurmi all’età della “ verga”

quando incosciente andavo in contro alla vita.

Ma c’è l’anima è lei la marea che nel buio mi assale, e vuole aprire un dialogo con Dio, lo desidera più di ogni altra cosa, perché indispensabile, perché di vitale importanza e lui, Dio, è là che ascolta pur conoscendo quell’anima e di essa le poche cose buone, le tante da scartare.

Quel Dio che per tanti non esiste, che è una “ invenzione “; quel Dio bestemmiato e umiliato c’è e lo si sente, lo si ravvisa in quello che si fa o si dice, si pensa, lui è lì ….. a mancare sono io.

Ecco allora che giunge la necessità dell’incontro, la necessità di confidargli tutto quello che mi passa per la testa; non so pregare, ma mi piace salutarlo no come Dio, che mi metterebbe paura, ma come un amico, un padre o meglio ancora un fratello, quindi – ciao, ti racconto…. alla fine ciao buonanotte  e grazie – poi la serenità, la pace interiore, è un addormentarsi felice.

La  civiltà che possiede il controllo dell’immensa potenza della tecnologia, è soddisfatta nei suoi bisogni sia elementari che artificiali e quindi meno autentici, avverte ormai da molto tempo che il suo patrimonio intellettuale non ha più risposte concrete da offrire.

E’ una civiltà che rischia di farsi rubare il futuro da un malessere subdolo dell’anima.

La decadenza si vede, si tocca, si manifesta continuamente e si trasforma in paura e indecisione permanente.

Di fronte a questo lento ma inesorabile declino delle coscienze, si avverte che bisogna in qualche maniera correre ai ripari in Dio, per poter continuare a sperare.

Blaise  Pascal  nel suo “ celebre azzardo “ chiede all’uomo di credere in Dio, se lo avesse trovato, il suo premio sarebbe stato il Paradiso, se non ci fosse stato avrebbe comunque vissuto bene, senza perdere nulla.

Oggi, a distanza di tre secoli e mezzo, andrebbe riscritta, al nome di Dio si potrebbe sostituire Cristo!

Pensare di rimanere in Cristo? Si!

L’Occidente  ha realizzato valori etici che sono entrati nel circolo sanguigno, quindi indispensabili.

Vale a dire che amando Cristo si ripudia e allontana Satana.

Vivere è scommettere su Cristo ed è un atto di civiltà, prima ancora che di fede.

C’è uno spazio per Cristo ogni giorno, ci deve essere.

La vicenda di Cristo può essere soggetta a tutte le interpretazioni, ma non potrà mai essere paragonata ad uno evento di democrazia.

L’Occidente ormai in crisi sa che non potrà risolvere tutto con il denaro, ci vuole la fede, il dialogo con Cristo, ci vuole Cristo.

Come disse Immanuel Kant sommo filosofo,il miglior tentativo di compendiare il pensiero di Cristo: << Cristo è l’idea personificata della moralità>> .

Così svanirà quella costante sensazione di sentirsi soli in questo mondo pazzesco e dissoluto, lontani dalla luce di Cristo, nel buio che noi stessi  per nostra stessa mano abbiamo creato!

lunedì 13 febbraio 2023

 

Vincenzo Calafiore

Il giorno dopo, “ Il Giorno del Ricordo

 

E’ calato nuovamente il silenzio, questa giornata da ricordare è trascorsa con i soliti

documentari storici su questo tratto di storia italiana ancora non chiarita a fondo, i soliti discorsi, deposizione di corone; ma nella sostanza non è cambiato nulla nel panorama delle responsabilità attribuite sempre e per la maggior causa al Ventennio Fascista, ma sarà proprio tutto a carico dei fascisti italiani, e perché non ricordare la collaborazione tra i comunisti jugoslavi e quelli italiani a loro favorevoli?

 

Bisognerebbe chiederlo a quei bambini e donne, uomini brutalmente trucidati di chi è la colpa, che ci indicassero una via per giungere alla verità assoluta, ma anche alle complicità di un partito che ancora oggi non ha fatto una revisione storica, limitandosi solamente a zavorrare l’idea, avvalorandola con  la pericolosità della destra italiana e con il possibile ritorno del fascismo in Italia.

Ma questo è un altro discorso.

 

FOIBA DI BASOVIZZA (TS)

 

 “ Il Giorno del Ricordo “ in memoria dei ventimila italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe, dalle milizie della Jugoslavia di Tito e alla fine del secondo conflitto mondiale.

La memoria delle vittime delle foibe e degli Italiani costretti all’esodo dalla Venezia Giulia, dall’Istria, Fiume, Dalmazia è un tema che ancora oggi divide.

Il trattato di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo dal Sud America in Australia, come in Canada e  Stati Uniti.

Pochi riuscirono a sistemarsi e con molta fatica in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del Partito Comunista Italiano che favorevoli alla Jugoslavia, minimizzarono o tennero nascosta volutamente la portata della diaspora.

Emilio Sereni ( PCI ) , che allora ricopriva la importante e determinante carica di Ministro per l’Assistenza post bellica, e sul cui tavolo finivano rapporti e domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia Italiana, anziché farsene carico, minimizzò la portata del problema. Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’era più posto, e in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di “ Fratellanza Italo- Slovena e Italo –Croata “ sostenne la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermò che le notizie sulle foibe erano “ propaganda reazionaria”

La “Foiba di Basovizza” è in verità un pozzo minerario, scavato all’inizio del XX secolo per intercettare una vena di carbone e presto abbandonato per la sua improduttività: esso divenne però nel maggio del 1945 un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti e civili, da parte dei partigiani comunisti di Tito, dapprima destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia e successivamente processati e giustiziati a Basovizza. Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l’invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1947, descrive la tremenda via crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco. Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.

Chi erano le vittime della Foiba di Basovizza?

Italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale. Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, perché in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti delle mire annessionistiche di Tito. Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti, e sloveni anticomunisti. Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico – indicato sulla stele al Sacrario di Basovizza in 500 metri cubi (poi ridotti a 300) – conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime. Una cifra agghiacciante. Ma anche se fossero la metà, questa rappresenterebbe pur sempre una strage immane… e a guerra finita!

basovizza

 

E i carnefici? Individui rimasti senza volto. Comunque è ritenuto certo che agirono su direttive dell’ OZNA, la famigerata polizia segreta del regime titino, i cui agenti calarono a Trieste con le liste di proscrizione e si servirono di manovalanza locale. Nell’invasione jugoslava di Trieste e di ciò che ne seguì i comunisti locali hanno responsabilità gravissime. In quei giorni le loro squadre con la stella rossa giravano per la città a pestare ad arrestare. Loro elementi formavano il nerbo della “difesa popolare”. Il monumento
Il monumento della foiba di Basovizza è molto semplice: consiste in una lastra in pietra grigia, segnata da una grande croce; sullo zoccolo frontale è riportato un passo della “preghiera dell’infoibato” dettata dall’arcivescovo Antonio Santin. A sinistra è posto un cippo, opera di Tristano Alberti, rappresentante la sezione della cavità con alcune quote delle probabili stratificazioni, al cui centro è appesa una lampada votiva in bronzo collocata dall’Opera mondiale lampade della fraternità. All’interno del recinto, sono stati collocati in tempi successivi altri cippi, il pilo porta-bandiera donati dalle associazioni d’arma e dalle organizzazioni degli esuli giuliano-dalmati e due targhe: una individua il punto dove è custodito un elenco degli scomparsi in seguito alle deportazioni, l’altra ricorda le visite dei presidenti della Repubblica italiana. Nel 1980, in seguito all’intervento delle associazioni combattentistiche, patriottiche e dei profughi istriani-fiumani-dalmati, il pozzo di Basovizza e la foiba n.149 vennero riconosciute quali monumenti d’interesse nazionale. Il sito di Basovizza, sistemato dal comune di Trieste, divenne il memoriale per tutte le vittime degli eccidi del 1943 e 1945, ma anche il fulcro di polemiche per il prolungato silenzio e il mancato omaggio delle più alte cariche dello stato. Tale omaggio giunse nel 1991, anno cruciale per la dissoluzione jugoslava e dell’Unione Sovietica, quando a Basovizza si recò l’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga, seguito due anni più tardi dal successore Oscar Luigi Scalfaro, che nel 1992 aveva dichiarato il pozzo della miniera “monumento nazionale”. I massacri delle Foibe e l’esodo dalmata-giuliano  sono una pagina di Storia che l’Italia ha voluto dimenticare! Non si riesce a capire  come mai questa tragedia sia stata confinata nel regno dell’oblio come se fosse una vergogna per quasi sessant’anni!

Come si moriva nelle foibe: I primi a finire in foiba furono carabinieri, poliziotti e finanzieri, nonché militari della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare, in loro mancanza si prendevano mogli e figli. Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosa e crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierati agli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco sui primi tre o quattro della catena umana, i quali precipitavano nell’abisso.

 

 

 

 

domenica 29 gennaio 2023


 

 

 

LOGOS

 

Di Vincenzo Calafiore

29 Gennaio 2023 Udine

 

“ Ogni scrittore spera di raggiungere

il più vasto pubblico possibile,

di attraversare tutti i confini possibili.

Senza sottovalutare però la falsa geografia

culturale che si è instaurata all’inizio

del XXI secolo. “  Vincenzo Calafiore

 

Tutto è standardizzato, le storie in tv o su internet non hanno moralità.

La “ Letteratura “ racconta storie. La televisione da informazioni vere o false che siano, e crea confusione, disamore, disagio.

La Letteratura coinvolge. La televisione con la sua illusione di immediatezza distanzia, imprigiona in una sorta di indifferenza.

Le cosiddette storie raccontate dalla televisione soddisfano la fame di aneddoti e offrono modalità di comprensione che si elidono a vicenda ( ciò è rafforzato dalla pratica di punteggiare con le pubblicità le narrazioni televisive.

Tali storie affermano implicitamente – l’idea – che tutte le informazioni siano potenzialmente rilevanti o interessanti, che tutte sono senza fine e se si interrompono è perché sono state spodestate dal altre più recenti, più sensazionali.

Presentando un numero illimitato di storie inconcluse, le narrazioni proposte dai media, il cui consumo ha drammaticamente sottratto tempo alla lettura, offrono una devastante lezione di amoralità e distacco antitetica e quella incarnata da un –progetto – del romanzo.

Nella narrazione di storie praticata da uno scrittore c’è sempre una componente etica. Questa componente etica non sta nella contrapposizione di una verità alla falsità della  cronaca. Sta nel modello di comp0letezza, di intensità, di emozioni fornito dalla storia, e dalla sua risoluzione che è l’opposto del modello di ottusità, di incomprensione, di passivo sgomento, e conseguente ottundimento dei sentimenti, offerto dal sovrabbondanza di storie  inconcluse disseminate dai media.

La televisione offre informazione estremamente svilita e non vera, una verità che lo scrittore è costretto a sopprimere in nome del modello etico di comprensione caratteristico dell’impresa narrativa: vale a dire, la consapevolezza che molte cose accadono nello stesso tempo ( il tempo esiste perché le cose non succedono tutte contemporaneamente … lo spazio esiste perché non succedano tutte a una singola persona.

Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante. Vuol dire ridurre l’estensione e la simultaneità del tutto a qualcosa di lineare, a un tragitto.

Essere individuo morale significa prestare, essere obbligato a prestare un certo tipo di attenzione. Quando esprimiamo giudizio morale, non stiamo semplicemente affermando che una cosa è migliore di un’altra. Stiamo affermando, in modo ancor più fondamentale, che una cosa è più importante di un’altra.

Ma forse il primo passo verso la saggezza e l’umiltà sta nel rassegnarsi ad accettare l’idea, la devastante idea, della simultaneità di ogni cosa, e della incapacità della nostra comprensione morale che è anche quella dello scrittore di assimilarla … !

Gli scrittori, dunque , assolvono un necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale, sia in termini di spazio che di tempo.

I personaggi di un romanzo agiscono in un tempo che è già completo, in cui tutto ciò che vale la pena salvare è stato preservato, lavato da ogni incrostazione; ed hanno destini estremamente leggibili.

Il destino della Letteratura stessa è qualcos’altro.

Attraverso la scrittura…. Le parole…Logos lo spazio è sconfitto, il – qui- e il  - là – sono in constate contatto tra loro, come io e te!

Ci vorrebbe ogni giorno un equinozio di primavera, il giorno d’equilibrio perfetto tra luce e ombra … tra cuore e anima!

 

giovedì 26 gennaio 2023

27GENNAIO 2023

 

 

Vincenzo Calafiore

 

La riflessione

La cosa più offensiva o meglio l’aspetto più brutto e denigrante della bestia umana è : l’ipocrisia.

E’ come l’olio sull’insalata ( un condimento necessario…per l’insalata), è il nostro aspetto peggiore, contro cui ogni giorno combattere, con l’intento di nasconderla, o per lo meno vincerla, è come cercare di svuotare il mare con un bicchiere.

 

«L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria». Primo Levi

AUSCHWITZ.

Pare che questa storia sporca e lurida, disumana in tutti i suoi aspetti,  appartenga soltanto a quei milioni di uomini e donne, bambini, di tutte le etnie passati per il camino e a quei pochi sopravvissuti ormai quasi scomparsi che riescono a parlarne alle nuove generazioni con l’intento che non si ripeta.

Mi chiedo, cosa succederà dopo?

Chi ricorderà a noi animali-umani questa data e il suo immenso significato?

Non succederà nulla, tanto sarà tutto come prima, in questo giorno, ci saranno film che ricorderanno la Shoà, ci saranno i soliti discorsi, un ipocrita bla bla bla, i soliti dotti che con voce ferma, e con un’appropriata qualità di linguaggio per l’occasione, racconteranno il fatto storico, come se loro stessi avessero vissuto quell’esperienza disumana, ci faranno commuovere, magari anche piangere e le fatidiche vane promesse del – mai più – regolarmente smentite nel quotidiano divenire dei giorni, dalle guerre silenziose, dei piccoli olocausti di cui nessuno ne parla, il genocidio che si consuma nel Mediterraneo grazie ai trafficanti di uomini.

Insomma che cosa è cambiato dal 27 Gennaio dell’anno scorso a oggi?

Che senso dare a questa giornata da 23 anni regolarmente smentita?

27 Gennaio del 1945 i Russi entrarono ad Auschwitz, nel Lager-simbolo della memoria storica e in particolare, nell’immaginario collettivo, del delirio di onnipotenza di Adolf Hitler. Così sta accadendo in Iran …. con l’onnipotenza delle dittature, e così sta accadendo in altre parti del mondo, di cui la signoria onnipotente dei media non se ne occupa o non vuole occuparsene.

Il Fuhrer assisté drammaticamente alla fine del suo Reich millenario, dal bunker sotto Berlino, destinata a divenire un rogo.

 

 

AUSCHWITZ !

Il Lager-simbolo del sistema concentrazionario nazista ed espressione profonda della crisi della civiltà e della ragione, ancor di più  lo è in questo odierno.

Il Lager-simbolo della Shoah, evento qualificabile come “ bestiale “ no umano, anzi troppo bestiale, che sottratto alle leggi della Storia, si trasforma in evento metafisico inspiegabile.

Ma quante Auschwitz non scritte, nascoste dalla nostra ipocrisia nella storia?

Vorrei avere un motivo, un solo motivo, per considerare questa giornata

“ vera “, dedicata alla memoria, questa giornata che avrebbe dovuto ricordare all’animale umano di fare in modo che cessino le guerre sparse per il pianeta. E invece tutto ha continuato a scorrere come prima, come se il giuramento dopo Auschwitz  non fosse stato mai pronunciato …. La guerra della Russia contro l’Ucraina, la repressione iraniana, le dittature sommesse, il genocidio del Mediterraneo, l’Afganistan.

Vorrei trovare un significato no ora, adesso, ma domani, quando non ci sarà più nessuno a raccontare l’esperienza devastante dei prigionieri all’interno dei Lager. Che richiama alle relazioni complesse fra storia e memoria, attraverso le testimonianza dei pochi sopravvissuti.

 

Quelli che uscivano in quei giorni da Auschwitz, scrisse Primo Levi ne,

“ La tregua “ non salutavano, non sorridevano, apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, era la stessa vergogna che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono e che la sua volontà sia stata nulla.

“ Rimemorazione “ che non può, non deve, non dovrebbe diventare routine, ma dovrebbe servire per riannodare i fili della storia della tragicità della SHOA’.

 

La verità è che da Auschwitz non è mai tornato nessuno.

Shaloom Israel!

 

Chi leggerà e spiegherà alle nuove generazioni questa pagina di storia della stoltezza sanguinaria della bestia umana?

Chi racconterà alle nuove generazioni sempre più smartphone, sempre più a testa in giù a guardare il mondo da un display di  un tablet, e sempre più cellula dipendente?  

Chi dirà loro del 27 Gennaio? 

Raccontare lo smarrimento e l’angoscia, che non sarebbero così intensi se tutto non fosse in gioco, ossia il senso stesso della vita e l’essenza di Dio.

Hans Jonas infatti nel concetto di Dio dopo Auschwitz, aveva affermato:

… il suo vorrebbe essere più che un paradosso che certamente Dio dovrebbe essere incomprensibile se con la bontà assoluta gli venisse attribuita anche l’onnipotenza. Dio non è intervenuto, non perché non volle, ma perché non era nelle condizioni di farlo.

Auschwitz è più di un interrogarsi, non si ripeterà più o e destinata a ripetersi come una modalità inscritta nel DNA del genere umano.

Nell’insonnia della ragione adesso come ieri si rinnova la rimemorazione della apertura dei cancelli di Auschwitz, dove si compì in larga misura lo sterminio.

Ma tutto questo interrogarsi  scandaloso per certi versi, questo sofferto balbettio ci riporta all’assurdo di quella storia. Non è dalla filosofia che potrà giungerci la salvezza, questo può in qualche modo ripetersi.

Non ci sono demoni scriveva Primo Levi, gli assassini di milioni di gente indifesa, sono come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano; pensare sempre che qualsiasi dittatura contiene in sé  Auschswitz.

Dopo Auschswitz si possono scrivere poesie solo su Auschswitz !

 

domenica 22 gennaio 2023


 

 

Mediterraneo, è libertà

 

Di Vincenzo Calafiore

23 Gennaio 2023 Udine

 

La domanda è, o meglio le domande sarebbero tante:

è giusto contrastare l’invasione, i nuovi barbari?

Ed è giusto difenderci dal mondo? Non solo dall’Africa, ma anche dall’Europa.

Che ci impone le sue regole, ma anche le stoltezze; ma che non è disposta a condividere i costi di quanto impone ma anche delle sue scelte comunitarie e la sua moneta: l’Euro? Una moneta senza stato.

O semplicemente un Marco mascherato sul quale incombe il profilo minaccioso di Schauble, accanto a quello non meno inquietante della Merkel ce li siamo dimenticati?

Viviamo tempi difficili e inquietanti, indecifrabili, dove si fatica a individuare il pericolo e dargli un nome e un volto, la libertà. Per questo la sfiducia cresce sempre più e contemporaneamente nella sociale, si assiste al declino delle istituzioni e poteri, nel mentre la convinzione che rimanere nell’Euro, per noi, sia vantaggioso  è condivisa da pochi, mentre la maggioranza a priori la rifiuta, in realtà siamo il popolo più euroscettico.

Il problema è che oltre a sentirci indifesi ci sentiamo senza autorità che ci proteggano, senza ideologie che ci offrano certezze, ma soprattutto senza frontiere.

Perché senza confini perdiamo l’identità, e l’identità serve a distinguere noi

“ italiani “ dagli altri. Serve a capire di chi ci possiamo fidare.

La globalizzazione ha complicato e modificato, stravolto tutto, ci espone e siamo sempre più inter-dipendenti dalle crisi politiche, economiche, sociali sparse su tutto il pianeta terra.

A queste, aggiungiamoci pure il flusso, quotidiano dei migranti, sbarco dopo sbarco, morti dopo altri … ma c’è ancora la pietà?

Il troppo buonismo della chiesa, l’irresponsabile Caritas, ricadono inesorabilmente sulle nostre spalle, con un peso economico da sostenere.

Cose che hanno dato voce a un certo Grillo, che distribuendo a destra e a manca i suoi famigerati “ vaffanculo” è entrato trionfalmente nei palazzi del governo, e non solo lui, ma anche a Salvini che invita alla reazione contro questa invasione e non importa che provenga dall’Africa, o da qualsiasi altra parte; invita a difendere i confini, la propria identità, per tornare ad essere “ padroni a casa nostra “ come lui afferma.

Meglio allora rilanciare la “ Questione Meridionale “ per ricordare forse a noi stessi che l’Italia non esiste che questa che c’è  è una pura invenzione, semmai c’è la ricca e opulenta Padania e  il povero rappezzato Sud, …le due Italie. Sarà così fino a quando non sarà riscritta la storia dell’Unità d’Italia, fino a quando non si dirà la verità su Giuseppe Garibaldi il corsaro, fino a quando non si dirà la verità delle stragi, delle deportazioni, delle violenze, dei campi di prigionia , delle marce forzate al nord, e pareggiati i conti sospesi con il Sud.

Questo bisogna ricordarlo … che il Nord esiste e prospera perché c’è un Sud che è tenuto in parte e sottocoperta per non vedere la luce.

Così noi orfani di frontiere e confini, di vere bandiere e di ideologie, non sappiamo chi siamo!

Non ricordo chi, ma qualche ornitologo ha detto:  - gli uccelli devono affrontare i pericoli di una morte probabile per scampare a una morte certa - , gli animali umani appartengo anche loro alla natura anche se con un certo privilegio, così da poterla chiamare causa umana questa migrazione causata da diverse mutazioni o cause economiche.

Questa migrazione non finirà mai se non pone fine alle guerre, dall’Afganistan alla Ucraina, e dare così una speranza a chi langue sotto dittature spietate e non vede altra via di fuga, che il Mediterraneo da Kos a Lampedusa!

 

martedì 17 gennaio 2023


Riordinare la memoria

 

Di Vincenzo Calafiore

17 Gennaio 2023 Udine

 

“ Quando le parole riescono a scardinare

le grate della sofferenza quotidiana

abbandonano i luoghi bui e profondi

del “ rimosso “, consentendo così ai ricordi

di emergere, con tutto il loro carico

di emozioni e sensazioni che il tempo

non ha mutato, ma semplicemente custodito! “

                              Vincenzo Calafiore

 

Attorno a un’immagine, scriveva Italo Calvino nella sua lezione sulla visibilità, ne nascono delle altre ed è come se si formasse un campo di analogie, di simmetrie, di contrapposizioni.

La scrittura poi cercherà l’equivalente dell’immagine visiva, in uno sviluppo tendenzialmente coerente, tendenzialmente, perché in realtà è una molteplicità di possibili che si connette tra sensazioni e pensiero, perché la somma di informazioni,, di esperienze, di valori solo potenzialmente si identifica in un mondo dato in blocco, senza un prima e un poi.

Il paesaggio della memoria finisce con l’apparire distante, alternativo alle visioni e alle sensazioni del presente.

Ed è nell’abitare questa distanza che forse sarà possibile cogliere lo spessore della mobilità delle forme che si accompagna al diverso percorso mentale.

La vita che si è persa, la vita che non abbiamo vissuto, la vita ritrovata?

In un paesaggio-memoria che scandisce l’accaduto o gli accadimenti con tutta l’irrevocabilità del giudizio e che fissa inesorabilmente ciascuno alla sua personale storia.

Un paesaggio che non è così semplicemente, come appare ad un primo sguardo.

E’ come una forza estranea e indistinta, seduta da qualche parte, provvedesse a riordinare i ricordi dando loro significato e freschezza come una storia del giorno prima.

Ma oggi, in questo tempo sbandato e mondo sottosopra che significato dare a quanto fa quella forza estranea e indistinta?

Quando le parole riescono a scardinare le grate della sofferenza quotidiana  abbandonano i luoghi bui e profondi del

“ rimosso “, consentendo così ai ricordi di emergere, con tutto il loro carico di emozioni e sensazioni che il tempo

non ha mutato, ma semplicemente custodito!

Rivivono così, luci e ombre del passato, di un’età dolceamara che parla attraverso immagini che si sovrappongono, si distinguono o si alternano, proprio come in un sogno, che trova però al risveglio le conseguenze dei nodi irrisolti della propria esistenza.

Può allora sembrare che il  “ soggetto” sia pronto ad affrontare il duro compito di riconciliarsi con il tempo: guardando con indulgenza alle ferite, cioè alla fine ritrovare la parte di sé smarrita, perduta.

Ci si scopre così capaci di emozioni e sentimenti, che sembrano nuovi e invece ci appartengono e sono fortemente connaturati.

Forse per meglio definire potrei utilizzare l’epigrafe di Stendhal:  “la scrittura è come uno specchio portato lungo una strada “ – La strada come metafora della vita. Lo specchio, iconostasi tra soggetto e oggetto, tra segno e significato, come metafora della mente.

W. Auden scrisse: un nuovo stile di vita è un cambiamento del cuore! E’ un qualcosa di più di una ricercata idea letteraria. Proprio perché la mente si imbeve di ricordi, di sguardi, di pensieri, del respiro dell’anima.

Anche lì dove gli angeli non osano mettere piede ( M.C. Bateson ) !

Anche se non diciamo il nostro passato, è lì, come le linee di una mano, scritto negli spigoli dei giorni perduti, nelle griglie del tempo, nelle assenze, nelle lontananze …  è tutto lì !

Purtroppo dice Baudoleaire ne “ Il Cigno” , il tempo cambia più in fretta del cuore dell’uomo!