sabato 15 novembre 2014


MIO FRATELLO

 

Di Vincenzo Calafiore

 

Avere la piacevole sensazione svegliandomi, del giorno buono, lo sento dentro e così poi si manifesta, prende piega dal momento che appoggio i piedi a terra.

Camminare a piedi nudi fino in cucina è piacevole, così mi preparo il caffè e rimango lì davanti alla caffettiera come davanti ad un oracolo….

Mentre in testa frulla qualche pensiero.

Non è un “qualche pensiero” è mio fratello.

Colui che da ben 69 anni non è stato mai capace di chiamarmi per nome, di non condividere nessuna mia cosa. Colui che poi negli anni a venire, una volta che io, per mia volontà, abbandonato gli studi e la mia famiglia mi misi in viaggio sulla mia strada che non conoscevo e non sapevo dove questa mi avrebbe condotto.

Fu un vero atto di coraggio, avevo appena 15 anni.

Tutte le mattine così per una vita intera.

Tutte le mattine con quel pensiero conficcato come un ago chissà in quale zona del mio cervello che ha rilasciato solo veleno.

Mio fratello!

Che bello poterlo dire nelle circostanze che accadono e si susseguono nel corso della nostra breve esistenza, magari agli amici, ai conoscenti, a chicchessia: mio fratello, o mia sorella, la stessa identica cosa. Non mi è stato concesso.

La lontananza. Per comodità o per vizio, le si addossa la colpa del disastro, può essere, ma forse la verità andrebbe ricercata in noi, ed io lo feci ogni santissimo giorno, anche nel loro lento scorrere.

Ma la domanda che mi ponevo e mi sono posto fino nell’ottobre del 2014 era ed è stata sempre: perché non c’è mai stata in lui la necessità di chiedersi…. “ ma mio fratello o mia sorella, è indifferente, come sta, come se la passa, sta bene, sta male, è felice o infelice?

Be, il mio viaggio su quella strada intrapresa non è stato agile, come per tantissimi altri coraggiosi o coraggiose, come me.

Sono stati anni, ma moltissimi anni, di solitudine, di lunghissimi silenzi, di privazioni, di divieti, di fame e di miseria. A volte sono stato preso dalla paura dell’ignoto, sono stato umiliato nella mia dignità di uomo, sono stato privato della mia libertà, tutto sacrificato a quel mio cosiddetto – avvenire - .

Io per raggiungerlo attraversai l’Italia intera tutto in un tiro, per riprovare il piacevole senso della felicità, per risentire un po’ il calore della mia vita spezzata. Così per anni, tanti anni! E lui, mio fratello invece era da me sempre più distante, sempre più irraggiungibile; finivano le mie brevi, brevissime vacanze e su, con l’auto tutto un tiro per tornare a casa “mia” sempre più solo, sempre più deluso e amareggiato.

Si è proprio come si suol dire: mi sono fatto uomo da solo, come tutto quel che ho, anche la mia poca cultura.

Ma io la mia vita zeppa di errori e di contraddizioni, la mia vita di miseria e di dignità, di amore verso coloro che mi stanno attorno, dei tantissimi amici, degli studi completati, dei miei traguardi tagliati, l’amo, l’amo tanto.

Mio fratello è stato quel compagno di banco assente, un compagno mancato alla fine da me abbandonato; si alla fine e al numero civico nr 69 ho detto basta.

Per poter vivere serenamente i miei ultimi giorni,

per ritrovare la pace,

per risentire la mia vita o per riprendermi la vita.

Di mio fratello non ho che vaghissimi ricordi, forse lui non avrà neanche questi. E sta accadendo in me un miracolo: vedo una gomma che pian piano, con lo stesso moto del respirare lento, sta cancellando la sbiadita immagine ancora giacente nella mia testa. E’ una strana sensazione, più di sollievo che di dolore, perché alla fine del mio viaggio ho potuto comprendere che solo ero all’inizio e solo sarò alla mia fine. Si, perché questa verrà, è dietro l’angolo, ma potrò andarmene non sbattendo la porta in faccia a nessuno, perché ho tutto l’amore del mondo attorno e in me, ma socchiudendola piano, come il mio pensiero vuole sia.

 

lunedì 10 novembre 2014


 

MA L’AMORE…….

 

Di Vincenzo Calafiore

 

Mi sono chiesto più volte che significa, Amare. A ragion veduta mi sono dato anche delle risposte nel corso della mia vita, e nessuna a tutt’oggi in questa mia età nuova è  stata soddisfacente ed esauriente.

Forse questo verbo coniugato giustamente o ingiustamente è talmente grande e vasto che non potrà trovare mai lo spazio sufficiente d’essere contenuto dalla bocca né dall’anima o probabilmente noi stessi che lo pronunciamo quotidianamente non ne abbiamo ancora compreso interamente nella sua pienezza l’immenso che è.

Come tale quindi per noi  addentrarci sarebbe come ritrovarsi perduti in un vasto mare.

E’ umanamente impossibile determinarlo, impossibile quantificarlo, poiché di questa galassia  fanno parte a loro volta altre similari galassie con i loro pianeti:

i sentimenti che individualmente sono degli universi a se.

A riguardo sono state scritte tantissime canzoni, dedicati film, poesie, monologhi, commedie, e nonostante ciò ancora adesso dopo tanti approfondimenti, dopo tanti libri, se dovessimo chiederci cosa sia l’Amore risponderemmo con vaghezza come arrampicandoci sugli specchi.

Che cosa strana è l’Amore.

Che magnificenza!

Una malattia che una volta contagiati cambia la vita, in questa condizione tutto diviene sopportabile, perfino la dilagante indifferenza. Già…. L’indifferenza il male peggiore che ha colpito e si è ormai radicato in questa società anonima; sotto i suoi occhi si perpetuano genocidi, si abbandonano vite, si compiono stupri, si lascia nella miseria.

E come è possibile parlare di Amore?

Che controsenso è questo, che siamo.

Svegliarsi al mattino e già parlare d’amore sarebbe bello, si inizierebbe la giornata nella maniera giusta, in contrapposizione con l’immoralità e le miserie a cui quotidianamente si è sottoposti, con partecipazione o no. Senza questo grandissimo sentimento sarebbe come vivere in mezzo ad un deserto di tutto, ma a guardar bene forse in questo ci siamo già inoltrati da parecchio tempo, altrimenti tanti eventi, tanti episodi non sarebbero accaduti, avvenuti.

Dunque parlare d’Amore è come parlare di Dio, perché è lì che esiste e non certamente nella nostra misera condizione umana. Quindi……

Allora cominciamo a parlarne, facciamolo con la donazione verso lo sventurato, parliamone con le persone a cui teniamo, facciamolo nei confronti di chi non ce la fa più o non arriva a fare, questo atto d’Amore. Ma più di tutto facciamolo verso noi stessi aborrendo la brutalità, la crudeltà, i crimini, le disuguaglianze sociali, la povertà, le schiavitù, le invidie. Cominciamo ad esempio ad amare di più i nostri genitori, i vecchi, invece di confinarli nei moderni lager!

Ti Amo.

  

venerdì 7 novembre 2014


 

 

VIEVER

Di Vincenzo Calafiore

 

E’ vero, non sempre la vita ci sorride, non sempre è cortese cangiante com’è. Tuttavia “lei” trova sempre, come fa una sposa, la maniera di farsi amare e perdonare, a volte anche farsi intravedere oltre i chiari e scuri madreperlati. E’ onda capace di travolgere e quando lo fa lascia dietro di se scie di solitudini e tristezze, amare consapevolezze; ma è la vita, la nostra vita, snocciolata come un rosario tra mani sapienti.

“Lei” è così, e lo sarà sempre è come se ti dicesse – prendere o lasciare – senza via di scampo o possibilità di sfuggirle; chissà in quale maniera la guardiamo e in quante altre la immaginiamo e la viviamo in quel contemporaneo individuale o personale in cui la si odia o si nutre sordido rancore, o con l’indifferenza, l’insopportabilità.

Alla stessa maniera a volte cadiamo nell’errore di trattare la nostra sposa o compagna di viaggio quando magari risulta essere – la sposa sbagliata - .

Ma pare proprio che questa vita, strana mescola di idiozie e d’ignoranza sia proprio un moto inverso difficile da seguire o inseguire, è una sposa sbagliata …. A volte.

Allora accade di chiedersi dove sia la vita? Che fine hanno fatto i buoni propositi, i sogni per cui lottare, le speranze di una vita migliore. Mi torna in mente l’inizio delle fiabe che un giorno lontano leggevo a una bambina prima di consegnarla a Morfeo “ C’era una volta “ quanto è veritiero e quanto è difficile tornare a vivere dentro la misura di un passo! Oggi non ci sono più i passi, c’è la corsa all’inesistente all’inappagamento morale e spirituale con quella facilità mentale.

In realtà niente è facile, perfino il vivere. Forse è troppo facile smarrirsi, perdersi in questo niente del quale è stata ammantata, è triste preludio che fa sì che si corrompa, che s’imbrogli, che ci si accaparri sempre più dell’altrui anima e corpo.

Mi chiedo perché noi non si sia più capaci di vivere entro la misura di un passo in questo imperante degrado morale e sociale purtroppo in continua evoluzione; questo odierno cangiante è una trappola mortale incapace di smentirsi.

Ci vorrebbe una nuova chiave di lettura, forse l’amore, la pietà, la consapevolezza che tutto questo non sarà servito a niente poiché nudi siamo nati e nudi ce ne andremo nell’ultimo viaggio.

Ecco forse è di amore che bisognerebbe nutrirsi e non di sanguinolenti ragioni.

L’amore che conduce all’ascolto, al tendere una mano, ad alleviare le sofferenze del compagno di viaggio senza scopo, senza lucro. Riscoprire l’umanità deceduta e sepolta in noi in nome di un dio denaro sanguinario che esige sempre tributi di sangue.

E’ lì che dobbiamo andare verso l’altruismo, verso l’amore del prossimo, questa si che sarebbe davvero un bel vivere!   

 

LE MANI

Di Vincenzo Calafiore

 

 


 Le mani  per uccidere, per amare, accarezzare, allontanare, rompere, aggiustare, costruire, per disegnare l’aria di segni che man mano diventano linguaggio, il linguaggio delle persone che non possono parlare e delle persone che non vogliono.

La gestualità delle mani e del corpo quindi è linguaggio, da interpretare, da condividere.

Per noi “italiani” esprimerci con le mani è  naturalezza, parliamo muovendo magicamente le mani e lo facciamo per dimostrare amicizia o affettuosità, cortesia, educazione;  per offendere.

Le mani che stringono una bacchetta per dirigere una grande orchestra che rilascia nell’aria meravigliose note in grado di far magicamente parlare il nostro corpo, per commuoverci o per costringerci semplicemente a rimanere ad ascoltare.

Questa è musica.

La musica e la danza con il loro potere di esorcizzare tutti i mali, specialmente quelli dell'anima.

Come non pensare al “ Cielito Lindo una delle più popolari musiche messicane e mondiale, nata nel 1882 scritta da Quirino Mendoza y Cortes e ancora oggi ascoltandola cambia l’umore in un’esplosione di allegria e di colori, desiderio di vivere, conduce in paradiso e tutto diviene positivo.

Così pure “ Ramona” del 1928 scritta da L.Wolfe Gilbert e musicata da Mabel Wayne , Lara’s Theme, La Paloma.

Ma se c’è una musica celestiale capace di farti schizzare in cielo, be…. Questa è il Sirtaki che lo si può ballare da soli, per autoconsolarsi, oppure in due, in tre, in cento, in mille... E' un invito alla fratellanza e all'amicizia, per mezzo dell'incanto della musica. E' un messaggio di amore e di pace.

Perché non pensare di iniziare la nostra giornata ascoltando musica, della vera musica e quel pattume imperante di oggi, mai ricordato, e morto appena dopo nato. Perché non pensare di imparare e ballare il Sirtaki per le strade, nelle piazze, invece di rimanere in quei luoghi compressi e bui, illuminati da forti luci e squarciati da un unico rumore assordante e infernale? Ragazzi forse sarà meglio che voi impariate a ballare il Sirtaki e così riempire le piazze, della vostra gioventù, non fatevela rubare, non fatevi rubare la vita che della buona musica contrariamente e indubbiamente ve la renderebbe molto più bella facendovi “sballare” di emozione! Pensateci.

lunedì 27 ottobre 2014


SE NOI POTESSIMO

 

Di Vincenzo Calafiore

 

Ci sono giorni da ricordare e altri che si vorrebbero già dimenticati , ed invece sono lì nelle anteprime di una memoria instancabile nel riproporle in seno di una quotidianità sfiancante e disarmonica.

Lo è così per i ricordi suddivisi sapientemente in belli  e brutti, sempre galleggianti su quella superficie di quel mare dentro che silente si sposta su diverse sponde delle età smarrite, e lì depositati su spiagge ove si ritorna e si riparte.

Quel che più umilia e uccide è la monotonia della ripetizione del singolo avvenirsi del ricordo ogni giorno, ogni notte, finendo per ricordare ugualmente certe bruttezze d’animo.

Se solo noi potessimo in qualche misura modificarne gli aspetti e le distanze da essi creati, se solo potessimo allontanarci anche se per brevità quante albe, e quanti tramonti non sarebbero andati perduti.

Ma in queste latitudini di improvvise tempeste e mareggiate che travolgono e annegano chiunque  e cose, non è un bel vivere, neanche un bel sognare; per fortuna a salvarci saranno quei ritorni di ricordi che fanno abbozzare un sorriso e la speranza di una felicità intima e segreta.

Noi, questa cercavamo quando all’inizio ci siamo messi in viaggio affascinati forse da questa chimera attraversammo tempi, e navigato a lungo; noi una lunga schiera sempre avanti, sempre in movimento, sempre destinati “sognatori “ ancora adesso dopo millenni costretti a continua migrazione senza ritorno, senza tregua.

La vita sta in un sogno e il sogno dona nuova vita, è energia che muove, solleva e affonda nuove radici, ma mai definisce, mai è deriva in un mare piatto.

Se solo noi potessimo definire nuove rotte per avvicinarci a quella terra di confine tra gli spazi indefiniti tra parole e pensiero che continuamente usiamo per incontrare e tramandare, lasciando in ovunque impronte di se.

Parole e scritture  per un soffio vitale in continua evoluzione, per tracciare nuove rotte che ci allontanino dalla solitudine, dall’indifferenza, dall’ingratitudine, dall’abbietto; consci che quel che è stato dimenticato in realtà è dentro le parole e nei sogni per cui ancora val la pena di annaspare in queste ombre.

Consci che la salvezza della razza dei sognatori non sta nella corsa, ma nella misura di un passo ove ci si aggrega, ci si affascina e si conquistano millimetro dopo millimetro spazi di ingenua vita nei vortici  di nuovi “altrove” invisibili in cui tutto avviene tutto è stato già scritto.

venerdì 10 ottobre 2014




LA DISTANZA E L’ANIMA

Vincenzo Calafiore


Qualsiasi manifestazione della lontananza trova il suo correlato psicologico nell’idea della separatezza, di uno spazio fisico o mentale che divide, creando quel senso d’interna mancanza, se la memoria non interviene sui fatti trasfigurandoli e rendendoli oggetto di nostalgia, dolce sofferenza.
Ci sono, distanze e distanze, ognuna diversa, ognuna personale che comunque riconducono sempre ad un vissuto che nella distanza vive in attesa di fare ritorno.
E’ nostra infatti la capacità di conservare e quindi far rivivere nella nostra immaginazione ciò che più ci procura piacere e, di contro, di rifuggire da ciò che è negativo e ci procura dolore.
Ma succede anche che non avendo la possibilità di ripetere le esperienze appaganti, il senso della lontananza nel suo aspetto di distanza anche se temporale agisce sulla quotidianità in maniera perversa esaltandone la qualità della piacevolezza e di contro sbiadendo la portata del negativo.
Accade così che i ricordi si fanno rimpianti di ciò che non è più, ovvero tanto lontano da non poter essere afferrato e tenuto con sé.
Questa situazione la si vive negli amori finiti o nei ricordi delle stagioni trascorse della vita che nel momento in cui si allontanano, sembrano quasi senza macchia.
Arrivando perfino a godere della propria sofferenza nel rivivere il passato immergendosi nei fatti come se nulla fosse cambiato.
La distanza peggiore è quella che viene a crearsi tra i fratelli o sorelle, tra gli amici; e sempre a causa di cose che nulla hanno o dovrebbero avere a che fare con la nostra anima che da certi atteggiamenti ne rimane conseguentemente ferita.
Cerchiamo di diminuire il carico emozionale negativo proprio della lontananza, con altri supporti quale la tecnologia, dalla struttura sempre più complessa, inarrestabile nella sua marcia al pari passo della crescente paura nostra di rimanere da soli con se stessi e subire il peso del distacco dall’altro come dal sé più autentico.
La luce della tecnologia come quella di un display del telefono offre nuovi spazi alla distanza, avvicinando l’oggetto allo sguardo, ma non al punto di poterlo toccare, annusare, insomma vivere.
In conclusione si potrebbe dire che la capacità di vivere la distanza è quel tratto tipicamente umano teso a sconfiggere lo spettro della solitudine e dell’umana finitezza, ma è anche una partita giocata a livello interiore, mnemonica ed immaginativa.
Allora diviene essenziale scrutare orizzonti lontani, per esorcizzare la paura della fine anch’essa legata al distacco dal passato, a spegnere la sete di conoscere mete lontane e diverse, di ritrovare persone e rivivere fatti già vissuti in veste nuova.
Dunque la vita è un’immagine che torna da luoghi e tempi lontani, sembra rompere le severe leggi dell’irreversibilità, per questo accoglierla appare dolce , come una donna!

sabato 27 settembre 2014


 

L’IRREQUIETEZZA

Di Vincenzo Calafiore


 

C’eravamo allontanati ormai da tempo dai sfavillanti e cupi tramonti di albe attese dietro grandi vetri; il viaggio ci portò lontano, distanti come lo eravamo fra noi, una carovana tra le sabbie infuocate di spiagge abbandonate.

Nello straordinario altrove  cercavo la parola idonea capace di trasformare una sagoma scura in un lampo di luce, di riavvolgere la penombra e rilanciare i destini che si presentano da oscure lontananze.

Noi, viaggiatori viaggianti, appartenenti ad altre storie ci accampammo a ridosso di sabbia in viaggio, noi dalle identità ambigue sotto cui si intravedono profondi dissidi, drammi irrisolti, inquietanti convergenze, attorno ai fuochi. Uomini e frasi si scambiano i ruoli e perfette riflessioni ove gli individuali profili e le storie  vere s’intrecciano e si perdono negli anfratti e gli stupori d’una scrittura vocale.

Siamo stati figli di una dignità perduta per futili motivi e ritrovata ora a distanza di anni che porta in superficie quel qualcosa di oscuro che aveva fermentato dentro.

Le mie dolorose considerazioni racchiuse in un sogno.

Dopo spietata analisi psicologica e parole rivelatrici, l’incontro con una linea verticale movimentata da parole ribelle lo scenario si arroventa e si centrifuga nel rivisitato fondale dell’infanzia mai avuta.

Lo sguardo trasmette con ritmi serrati e senza urti le tematiche più gravi, i colori forti di un’età ingenua, il saettio di qualche motivo indocile saldandoli ad un quotidiano  in spazi difformi.

Nascono gli impulsi della confessione e felicità inventive.

Forse non siamo altro che creature di confine cui piace provocare sofferenze e liberarsi della precisione dei ricordi al fine di lasciare libera l’immaginazione di sguardi oltre le apparenze.

Allora, la nostra vita altro non è che un mosaico di tessere leggere, incise di pena sin dalla tenera età e risucchiata dalle sabbie mobili di diversi sistemi che prendono il bello dei giorni senza preoccuparsi, compiamo disordinate esperienze lasciandoci trascinare dagli eventi proposti senza possibilità di scelta, dunque, stranieri sempre nella vita in viaggio con il paesaggio che scorre dietro a un vetro!

Nei silenzi s’ode il sgocciolare lento del tempo, del vuoto che si forma intorno a una imprecisa libertà, il silenzio dei pensieri che non sanno trattenere la storia di chi li ha posseduti e trasmessi poi successivamente con la prospettiva di rimanere uomini murati in infinite solitudini di padri come balene feriti a morte e di madri perse nel nulla con gli occhi pieni di pianto.

La fisionomia delle cose, la luce dell’aria, i gesti s’incarnano attorno a nuclei di significati aberranti lontani da quel forte senso di sacralità che a volte fa dire “ C’era una volta”. Una sofferenza implacabile, slittante nell’ambiguità, mentre giungono piccolissimi universi di salvezza dentro un verbo: Ti amo!