sabato 5 febbraio 2022

Il fallimento della politica e delle politiche

 

Di Vincenzo Calafiore

5 Febbraio 2022 Udine

 

“ ….. Bisogna conoscerla e amarla

per pretenderla, la : dignità!  “

 

 

E’ questo un argomento da me trattato negli anni non so quante volte, e a malincuore allo stesso tempo ho potuto personalmente constatare che è stato inutile perfino deludente; quanto ho scritto, non è servito a niente. Ugualmente si continua in tutta libertà, questa, a levarla e offenderla, peggio ancora opprimerla.

 La libertà e la dignità vanno di pari passo, non può esistere l’una se viene a mancare l’altra, sono complementari, inseparabili.

Ci pareva, in quegli anni, quando ebbe inizio questa pandemia, che il niente pieno di morte, in cui da diversi anni ormai ci aggiriamo, come zombi, avesse trovato il suo centro solido, un nucleo di condensazione: uno Stato, non Stato, contro.

Non è stato in grado di gestire e affrontare una improvvisa situazione cui non si era preparati per negligenza e trascuratezza e si è proceduto come purtroppo è accaduto: improvvisando!

Questa è la chiave di tutta la matassa Covid: improvvisazione!

C’è un detto tutto meridionale che così recita: “ Comandare è meglio che fottere “ e purtroppo la rispecchia tutta nella sua interità fallimentare.

Senza vergogna alcuna!

Ma è la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci ha sommersi dopo le umilianti privazioni, dopo gli infiniti limiti, stop …. Alle limitate libertà personali, alle levate dignità di un popolo intero; e ogni volta ci è toccato assistere allo spettacolo dell’indecenza, in televisione dove virologi noti e famosi contro i meno noti, nei lunghi e nauseanti dibattiti sul “ niente “.

Abbiamo assistito agli odiosi scandali del furto ai danni di tutti noi, abbiamo assistito inermi e confusi alle conseguenze nella scuola con la famigerata Dad, i banchi a rotelle, scandali delle mascherine.

Uno Stato che ha permesso che ciò accadesse impunemente, non sarebbe degno di esistere.

Ci è toccato assistere e sottostare a un continuo oltraggio alla libertà e dignità:

la vergogna che la classe politica non ha mai conosciuto, cioè, quella che il giusto prova per una colpa commessa da altrui, e gli duole la coscienza nel sentirla ormai come una cosa normale introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose esistenti, e che la sua buona volontà di popolo sia stata nulla, che non abbia valso a sua difesa.

Così fino a oggi, e ancora oggi non è suonata l’ora della libertà, questo tempo che ci riempì gli animi di niente ci ha spalmato addosso quel gran senso di pudore mancato, per cui avremmo dovuto lavare l’intera coscienza di un popolo, politica compresa, e le nostre memorie della bruttura che su noi ancora giacciono.

Poiché degl’anni sono passati per ritrovarci nelle stesse condizioni; senza il coraggio di chiamare coloro che in successione come onde catastrofiche si sono dilettate a eseguire i famigerati “ tagli “ alla Sanità. Senza il coraggio di processare perché incompetenti o per ordine di partito coloro che hanno chiuso inspiegabilmente efficienti Ospedali.

E’ mancato il coraggio di una adeguata condanna …. Però se un pensionato ruba per mangiare, questo lo si condanna ….lo Stato si fa sentire, lui c’è!

Ed è questo l’assurdo privilegio del Popolo Italiano, nessuno meglio di noi ha potuto cogliere la natura insanabile dell’offesa alla libertà e dignità, che dilaga come un contagio peggio del Covid.

E’ stato stupido pensare che la giustizia umana la estinguesse in qualche maniera un’onta così grave; e il non aver fatto giustizia è un atto criminoso dalle pesanti conseguenze, è una fonte del male che spezza la volontà e l’anima di chi purtroppo ancora crede nei sacrosanti valori della libertà e della dignità.

Risale come infamia su quei personaggi  che in nome della scienza ancor oggi continuano a levare libertà e dignità; si perpetua come odioso rancore nel popolo stanco di balzelli, e pullula in infinite maniere diverse, contro la stessa volontà di tutti come sete di giustizia, come cedimento, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.

Queste cose, allora mal gestite, mal distinte, e avvertite dai più come un’improvvisa ondata di follia, accompagneranno i giorni della nostra liberazione: lo Stato metta fine a questo scempio classificando questa pandemia come una normale influenza invernale!  

 

 

 

 

giovedì 3 febbraio 2022


 

 

 

Di Vincenzo Calafiore

4 Febbraio 2022 Udine

 

   Con te per te

Dopo la battaglia dei sogni sugli altopiani del Bashaar , ho potuto toccare il cielo e contare le sue stelle, la notte illuminata dai falò dei pastori afgani.

Stelle ardenti. Il vento gira e porta odori di terre ancora più lontane ma secchi e roventi, gli stessi degli altopiani asiatici.

Succede di notte.

I sogni si ammucchiano agli orli di un’età disorientata in un mare aperto di emozioni che già sul nascere stringono il cuore come profonde radici la terra.

La mia lunga notte  ha inizio sull’onda di quei sogni che da tempo vogliono tornare a vivere  una lunga notte.

“ Vivere “  è un viaggio che ha inizio dove finiscono le certezze; è la sfida continua della conoscenza attraverso il dubbio della presunzione delle verità assolute o delle abitudini, al mondo chiuso e circoscritto entro i propri limitati confini.

Non è solo voglia di conoscere, quella  che insistente porta verso universi altrui,  in cui ci si sente estranei, almeno fino a quando i preconcetti su ogni diversità non si annullano nella reciproca accettazione.

E’ un insidioso percorso nel vuoto delle anime la conoscenza di se stessi… quando al gorgo del passato, ci si inchina, dal quale emergono gli insoluti nodi della vita.

Nel cuore che ti cerca, è lì che bisogna andare!

E nulla potrà essere più vero, autentico, l’amore è il senso che più da se alimenta l’anima di chi sa amare veramente.

Allora si può viaggiare in questo universo mutevole nel corso di tutta l’esistenza, approdando ogni giorno a un nuovo traguardo, cogliendo ogni volta una nuova occasione da vivere fino in fondo come una magica sbronza di felicità interiore.

Dunque  - amare – una persona è un attimo prolungato del piacere, del fascino e mistero fino al punto di diventare  necessaria unicità.

E’ un viaggiare con modalità diversa di muoversi nel pianeta donna e viceversa; di vivere la propria vita “ al plurale “ piuttosto che al singolare, di andare da e verso l’altro senza paure ne timori se c’è l’amore.

Sorprendendosi e scoprendosi così meno intruso, più complice!

Si spiegano così il desiderio dell’incontro, dello sguardo che racconta e annuncia, per cantare la musica altrui, ballare l’altrui passi, declamare l’altrui versi … comunque inni: all’amore.

Allora quel sentito “ Ti Amo “  è un circuito forte di emozioni del convulso mondo interiore, distante dal glaciale secco dei dettagli e dal rugginoso affanno visionario in cui spesso ci s’impantana. 

Rapidamente il ritmo dell’amore si coagula in brevi frasi, pensieri sottofondo favoriscono incroci di immediatezza, e una stregata musica di sentite emozioni, colonna sonora che va oltre l’immaginario, divenendo essa, vita da vivere interamente, senza dubbi, ne incertezze.

Con te, per te! Che rimanendo nel cuore di tanto in tanto t’affacci alla soglia del mio dì! Le attese vane, e tutto mentre il mondo fuori scorre velocemente diviso in fotogrammi; gli attimi lunghi un’eternità in un attimo risolte, nel momento conclusivo di ogni viaggio verso te, che a sua volta è amore ancor più dolce della lunga stagione della mia maturità.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

domenica 30 gennaio 2022


 

 

 

 

VINCENZO CALAFIORE

 

 

 

Ci si può tuffare e rischiare di annegare in quella luce degli occhi tuoi.

Così lesta l’alba colorata dal pesco, profumata nell’aria di bianco salino, al tuo cospetto inchinata, elargendo folate d’essenze s’accosta al dì.

Immaginare di poterti incontrare e guardandoti dritta negli occhi dirti: t’Amo! E’ solo una immaginazione dettata da questa mia età che poco sa di vento, è di assennata follia che si tratta.

Tu mia cara, non esisti, sei un nome scritto su un rigo e vivi in quegli sbalzi d’autore tra le righe d’una pagina, di un romanzo che pian piano si snoda negli alvei dei pensieri miei.

Con te trascorro le ore più felici, io che a fatica nel tuo mondo orizzontale, cerco un equilibrio per non cadere nel becero e squallido silenzio d’una pagina, e tu  sobria e solenne tra le parole e reconditi pensieri ti muovi senza paure, né timori dei miei occhi che assetati di armonie ovunque ti seguono.

Sono un autore in cerca di quella magica illusione che gli umani chiamano  Amore….. ma l’amore è lì dove tu sei dove tu vivi tra le pagine di quel mio romanzo che non riesco a finire, perché da te stregato vivo felicemente tra le tue righe.

Come chiamarti?

Che nome darti?

Un nome l’avrei, suggerito dal mare, ma mi piacerebbe chiamarti Nausicaa, come lei tu sei lo strano miscuglio di amore e desiderio, beltà e dolcezza … e come lei incanti chi si soffermi a guardarti.

Amarti è davvero difficile, come si può amare una donna con un unico vestito d’inchiostro?

Come la si può desiderare se le braccia stringendosi abbracciano il vuoto?

Come desiderarla che se appena mi avvicino sbalza in un altro rigo, riparando in un altro pensiero?

Succede di notte davanti a un computer nel fiume di parole che poco riescono ad eguagliare  la tua beltà, che se a malapena ti sfiorano s’adornano di tristezza tanto son lontane, tanto afone da non poterti chiamare.

Lente si alzano spire di fumo al cielo, mentre gli occhi seguono ogni tuo movimento, ascoltano le tue parole che vanno dritte al cuore; intanto va lontano il mio pensiero che in qualche modo cerca di materializzarti qui in questo angolo di mondo ove tu regni.

C’è che notte dopo notte mi sono sempre più innamorato di te che entri ed esci dalla mia vita danzando sulle note di un risveglio ancora pregno di te.

Fermati e leggimi, ascoltami e raccontami, dimmi come vorresti essere amata?

Lo so, sarei da considerare un folle, per un amore così forte e così d’anima. Ma è la follia dello scrittore che sa bene come ammalarsi e non sa come guarire, così resto come le alghe strappate dalle onde, prigioniero dello stesso andirivieni  tra mare e sabbia.

Al risveglio la solitudine ammanta di silenzio le cose inanimate, il disordine e le cicche dentro un bicchiere; ritrovo la mia vita uguale a un bicchiere pieno di neve, provo a ricordare le parole mi sussurrasti sorseggiando un caffè, tra un tiro di sigaretta e l’altro.

Provo a immaginare dove tu ti si rifugiata nella notte, e cerco di immaginare su quale rigo sono cadute le tue parole. Amore che te ne stai così lontana, così distante dagli occhi miei, che aspettano una nuova bassa marea sperando di raggiungerti.

E’ strana la sensazione addosso, come la sabbia a terra,sulla scrivania…..

 

mercoledì 26 gennaio 2022


 

 

AUSCHWITZ, la dimensione del dolore

 

Di Vincenzo Calafiore

 

27 Gennaio 1945/ 27 Gennaio 2022

 

Sognavamo nelle notti feroci

Sogni densi e violenti

Sognati con anima e corpo:

Tornare; mangiare; raccontare.

Finché suonava breve sommesso

Il comando dell’alba:

        “ Wstawac “

E  si spezzava in petto il cuore

 

Ora abbiamo ritrovato la casa,

il nostro ventre è sazio,

Abbiamo finito di raccontare.

E’ tempo. Presto udremo ancora

Il comando straniero:

          “ Wstawac “ .

 

Primo Levi da: La Tregua

 

 

 

 

 

 

“ Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre al trove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori dettati da Hitler in persona imponevano di – recuperare – a qualunque costo, ogni uomo abile al lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da vari indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera. “

 

La maggior parte dei deportati che hanno avuto salva la vita hanno sempre affermato:

“ … nessuno e mai tornato da Auschwitz “ una frase che di per se dovrebbe farci riflettere, o per lo meno essere grati a quegli  Stati che hanno voluto e compiuto la Comunità Europea perché esistesse finalmente un’Europa senza guerre.

Dalla rilettura di Auschwitz  si potrebbero trarre indicazioni precise per il nostro tempo.

Quelli che uscivano in quel tempo da Auschwitz, scrive ne – La Tregua – Primo Levi

“ non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, era la stessa vergogna che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che esista nel mondo delle cose che esistono e che la sua volontà sia stata violata, nulla.

Questa si chiama dignità, onore, o semplicemente, umanità!

E allora, il punto da capire è: perché Auschwitz- Birkenau? E’ stato un accidente della storia?

E ancora chiedersi: non si ripeterà mai più o è destinata a ripetersi, magari come modalità inscritta nel DNA del genere umano?

Nell’insonnia della ragione di questa società “ Europea “ adesso si rinnova la rimemorazione della apertura dei cancelli di Auschwitz, dove entrando capeggiava

la scritta “ Il Lavoro rende liberi  “ la metafora della morte! Dove si compì in larga scala lo sterminio degli ebrei, dei Rom, degli omosessuali, dei bambini.

Rimemorazione che non può e non deve diventare abitudine a un appuntamento,  non potrà mai essere routine. Ma dovrà essere sempre punto di ripartenza, riannodare i fili della storia, della tragica unicità della Shoah.

Giornata della Memoria per comprendere il senso profondo di quegli eventi orrendi, per tentare di capire con uno sforzo continuo della ragione perché AUSCHWITZ   è accaduta.

Questa società che non vuole vedere i lutti della storia, lutti che propongono ancora oggi l’onnipotenza divina.

Lutti da giudicare.

In questa giornata dovrebbero aprirsi angosciosi interrogativi, come ad esempio quelli che la coscienza ha incontrato ad Auschwitz: un abisso di smarrimento e di dolore ed è proprio questo a sollevare un apice di angoscia sull’ontologia del male!

Dopo AUSCHWITZ non si possono più scrivere poesie o dopo Auschwitz si possono scrivere poesie solo su Auschwitz !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Vincenzo Calafiore

27 Gennaio 2022 Udine

 

“ …. Ricordare la “ Shoah “ !

Oggi occorre dargli un significato

che rimanga impresso nella – memoria -.

Altrimenti sarà una data importante

da celebrare con la solita ipocrisia propria

dell’umano. Come lo è “ l’evento Shoah

forse fin troppo umano. Dal quale sempre                                                

si deve ripartire; affinché si indaghi sulle

individuali e collettive radici del razzismo,

della xenofobia, dell’antisemitismo. “

                                Vincenzo Calafiore                   


 Se questo è un uomo

                                                                                     

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per un tozzo di pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

   Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole

scolpi tele nel vostro cuore

stando in casa andando via,

Coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.       Primo Levi

 

 

 IL CORAGGIO DI VIVERE

 

Oggi si celebra il  - Giorno della Memoria – e ci vorrebbe una cartolina da Auschwitz, il Lager -simbolo nella memoria storica e nell’immaginario collettivo, del delirio di onnipotenza di Adolf Hitler; il quale assisté drammaticamente alla fine del suo Reich, dal bunker sotto Berlino.

AUSCHWITZ ,  è il Lager- simbolo del sistema concentrazionario nazista ma anche espressione profonda della crisi della civiltà occidentale e della ragione umana.

Il Lager-simbolo della Shoha, evento definito umano, forse fin – troppo umano – che sottratto alle leggi della storia si trasforma in un evento metafisico inspiegabile.

L’analisi odierna deve assolutamente rimuovere i molteplici luoghi comuni antistorici e la stereo tipizzazione dei fatti e dei suoi protagonisti su cui si fondano le nostre conoscenze. Che ricordano di ricordare questa “ storia “, letta ancora oggi da molti, come le agiografie sui martiri e gli eroi, solo in occasione delle ricorrenze ufficiali celebrative o commemorative.

Dobbiamo noi comprendere che l’evento Shoha, investe la storia morale di questo secolo e che da questo si deve ripartire per scavare e indagare sulle radici individuali e collettive del razzismo.

Eppure c’era la musica, in quei campi dell’orrore ! Tra le mortificazioni dei corpi, delle dignità, delle anime, tra la distruzione e l’annientamento c’era chi aveva salvato brandelli di qualcosa d’altro, e li ha difesi come ha potuto affermando così le ragioni della vita e del pensiero ove regnava il nonsenso della violenza e della morte.

Era un’orchestra di solo donne messa su nel più spietato dei Lager : Aschwitz- Birkenau! L’unica orchestra mai esistita in un solo campo di sterminio, perché i nazisti, uomini colti e raffinati, amavano la musica almeno quanto odiavano i loro prigionieri.

Era diretta da Alma Rosé, grande musicista nipote di Mahler.

La musica era per loro la salvezza, del corpo e dello spirito.

Ad Auschwitz non faceva solo freddo, non cadeva solo la neve, c’erano anche urla, latrati dei cani, comandi, pianti, lamenti, disperazione .. questi erano i rumori di Auschwitz.

Ma c’era anche un’orchestra di donne prigioniere e umiliate, il campo sentiva quelle note sotto i cieli plumbei, donne che subivano ogni giorno l’orrore e la musica era la cosa più bella, come una rosa tra i fili spinati, ed aveva un pubblico di assassini.

Assassini capaci di assaporare a occhi chiusi un’aria della “ Madama Butterfly “ e mandare a morte con un si o un gesto, un gruppo di bambini, un incubo apocalittico, da fine dei tempi.

Non a caso, Oliver Messiaen scrisse in un campo di prigionia il celebre  “ Quartetto per la fine del tempo”. Così la musica salvò quelle donne di Auschwitz-Birkenau e tutte quelle che riuscirono a sentire una sola nota di quella musica, ma capace di ricordare loro che il mondo continuava ad esistere e a sperare.

 

L’Olocausto dimenticato

 

E’ un Olocausto dimenticato quello dei Rom, razzisti persino nel ricordo, 500 mila, forse 1 milione di Rom e Sinti che morirono nei campi di sterminio.

Per loro i nazisti avevano allestito uno speciale Zigeuner Lager ,  un ghetto nel ghetto di Auschwitz.

“ Al Porrajmos “ , il termine che i nomadi usano per designare il loro Olocausto.

La Memoria degli altri, il Dramma degli altri campi come nel campo di Sachsenhausen, come ad Auschwitz. Il “ Porrajmos Rom “ sarebbe da ricordare assieme all’annientamento dei disabili e poi quello degli omosessuali.

Lo sterminio dei Rom e degli “ altri “ fu sistematico alla pari quasi di quello degli ebrei. E’ difficile recuperare  la loro storia perché i suoi protagonisti non venivano registrati proprio perché nomadi per cultura e tradizione, anche se nel tempo studi e ricerche sono stati fatti.

Un Olocausto dimenticato, questo è da ammettere anche per lo steso sottile  e sotterraneo rigetto per l’indifferenza che ancora oggi colpisce la popolazione Rom e Sinti, perché ancora oggi ritenuti geneticamente ladri, dunque colpevoli.

Nelle baraccopoli del Zigeuner Lager le donne Rom e Sinte potevano partorire i loro figli, perché quei bambini dovevano fare da cavie umane per il Dottor Josef Mengele, l’angelo della morte.

Quei “ bastardi asociali” così definiti, in Italia in base ad un ordine fascista del 1940 i Rom venivano portati nei campi di Agnone in Molise, A Ferramonti in Calabria,in Sardegna, alle isole Tremiti, a Tossicia in Abruzzo.

Dopo l’Olocausto per le genti zingare non c’è stato riscatto nel ricordo!

Lo si dovrebbe.

 

“ QUALSIASI DITTATURA CONTIENE IN SE’ LA VIRTUALITA’ E L’ANIMA DI AUSCHWITZ “  ( Vincenzo Calafiore )

 

 

 

 

 



martedì 18 gennaio 2022


 

 

 

 

 

 

Vincenzo Calafiore

 All’improvviso facciamo conoscenza di un qualcosa che poi veniamo a scoprire sia l’inquietudine; a causarla sono molti gli eventi, le aspettative mancate o più semplicemente i pensieri, i timori di un – futuro – incerto. Ma anche le più fantastiche fantasie, i sogni più intimi, i desideri non soddisfatti.

Ecco che diventiamo: ansiosi !

Chiedersi se questa nostra inquietudine è un malanno oppure un benevole stimolatore che in qualche modo agendo sulla nostra coscienza la stimoli alla ricerca di qualcosa che in noi latente, affiori a una consapevolezza coscienziosa; essa potrebbe rivelarsi una preziosa e inesauribile fonte di ispirazione, arriva quando noi riusciamo ad aprire le maglie pesanti della mente verso un nuovo aspetto o dimensione a cui la vita vuole che si vada ad esplorare.

Non bisognerebbe pensare mai che – l’inquietudine -  sia un male da cui allontanarsi subito o un campanello d’allarme, ma occorre accoglierla aprendole la porta e capire, vedere do ve questa ci condurrà.

Ecco, questa inquietudine altro non è che  lo scuotersi o il fremere per un amore o quando ci  afferra per i capelli la sublime nostalgia dell’essere …. Esistenza, vita. Ma anche lo squarciarsi delle nubi per aprirsi a un nuovo e sereno orizzonte, un nuovo cielo da guardare, una nuova terra da esplorare, tutto come se fossimo investiti da un’onda anomala di amore e gratitudine …   come le vigne, o platani che si contorcono in un dolore di acerba sincerità nella gioia dolorosa della vita stessa.

Non bisogna guardare l’inquietudine con preoccupazione, come una condizione interiore, ne sentirla potenzialmente pericolosa. Non, ovviamente, quell’inquietudine conseguente a un senso di colpa per una cattiva azione commessa, o all’incertezza per un evento minaccioso che ci viene incontro, o ancora alla difficoltà di prendere una decisione difficile, penosa, che ci vede obbligati a fare una scelta.

Ma guardare l’inquietudine come un qualcosa di esistenziale legata a un’intima esigenza di cambiamento e di rinnovamento, di superamento di una situazione limitata e frustrante verso la libertà e la realizzazione.

L’inquietudine esistenziale è il grido o l’urlo di una fortissima vitalità dell’anima, che non vuole accontentarsi  della banalità nel quotidiano e aspira invece a una meta degna dei suoi sforzi e del suoi ardire.

Quando l’inquietudine  arde vivamente in un cuore generoso, lo spinge a osare e cimentarsi in una grande avventura; allo stesso tempo essa prefigura, mediante la nostalgia che ne scaturisce, lo stadio più alto del movimento ascensionale dell’anima, cioè, la speranza! Quella che suggerisce di non mollare mai !

L’inquietudine,  nasce dalla delusione dei desideri non realizzati; dalla nostalgia d’infinito, si origina e si  apre la strada alla speranza, all’ attesa fiduciosa, di quella pienezza e appagamento profondo che ruotano attorno “ all’Essere “.  

Un cuore arido, che non ha ma conosciuto l’inquietudine o che non ha mai saggiato la nostalgia, non arriva nemmeno a capire la bellezza e la profonda necessità di questo movimento.

Se non ha mai provato l’ardente nostalgia dell’Essere, vuol dire che non è mai stato in coperta, dove soffiano liberi, venti,  e uragani; dove si viene sommersi dalle alte onde o dove fermarsi a contemplare l’orizzonte marino disseminato di nubi, a respirare profondamente l’odore di salso delle vastità del mare.

Vuol dire che è sempre rimasto rintanato pieno di paure  in un angolo buio della stiva, nell’odore di muffa e di stantio, dove giunge appena un’eco del possente fragore delle onde e dove le ragnatele tessono indisturbate la tela fra vecchie cose e logore e polverose condizioni “.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

venerdì 14 gennaio 2022


 

I tappeti narranti

 

 

Vincenzo Calafiore

Sai, è da molto tempo che non parlo con una donna, ti sembrerà strano, ma è così , è la pura verità ….. quante volte ho pensato a questo, l’ho anche scritto chissà su quale quaderno.

Rispecchia in vero una realtà mia, quella di non avere avuto mai il piacere di parlare  a visus con una donna; è difficile, molto difficile, forse perché da una parte c’è l’enfasi o il piacere della conversazione e dall’altra parte c’è il sospetto, la remota convinzione che se un uomo avvicina una donna è solamente per raggiungere un obiettivo o lo scopo, chiamalo come vuoi ma il significato è lo stesso: di portarsela a letto! Ma non è sempre così, non è da tutti gli uomini.

Accade che alla fine mi è sempre convenuto rimanere molto distaccato da questa cosa, tanto che nel tempo sono diventato un introverso o  uno che preferisce starsene più da solo piuttosto che essere al centro di tante attenzioni ipocrite e sporche come l’onta di una bugia.

Mi piacerebbe molto riuscire a parlare così come due vecchi amici che hanno molto da dirsi.

In verità “ tutto “ è cambiato, sono purtroppo uno catapultato da una porta spazio-tempo in questa epoca per me sconosciuta, per certi tantissimi versi ostile; vivo con quella dannata sensazione addosso che si chiama –paura – o forse è solo timore, poco cambierebbe comunque, restando di fatto, uno che la bordeggia piuttosto che viverla.

Nel tempo in cui vivo io, la donna è l’espressione o la rappresentazione della bellezza, e non parlo dell’aspetto o di bellezza fisica, ma di quelle cose che appartenendole, profumano e donano calore all’intorno, questa si chiama in quel mondo: femminilità che poi è eleganza in bocca e nel vivere.

Quelle che ho incontrato casualmente per strada, in questo mio tempo sbandato,hanno poco di quella femminilità, sono delle amazzoni che cavalcano la precarietà, la dissolutezza; riescono ad essere d’una volgarità sopraffina, disgustose con quelle maschere indossate a secondo l’occasione, ma sono soprattutto raffinate amanti del lusso, e sessualmente piacevole amanti occasionali, senza amore, senza patos, senza anima.

Che dico!!! Questo non è da me, io che da sempre amandola, ho cercato di difendere !!

Ma questa notte ho commesso l’errore di aprire lo zaino che mi porto addosso come una seconda pelle; aprendo il quaderno blu, torna la mia mente a Dogharon nel campo profughi iraniano sul confine afgano, in cui  hanno trovato rifugio afgani che sono scampati all’invasione russa. E’ li che l’ho conosciuta mentre lavorava a un suo tappeto narrante … tessuti con simboli che raccontavano tutto il suo amore per la vita, per la bellezza della vita, dell’amore in se, senza nulla elemosinare.

Richiudo lo zaino, tanto qui questa visione non ha alcuna importanza, non troverebbe luogo ne motivi per restare, ne significato.

A poco a poco il cielo si apre sullo scenario di sempre con la stessa scenografia di ieri, di violenze e di soprusi d’ogni genere; chissà se varrà la pena di alzarsi o se varrà la pena distogliere lo sguardo dall’ultimo sogno ..  o sarà meglio rimanere in  questo, piuttosto che in quel mondo là fuori, che come un solo polmone respira e prende fiato.

Risvegliarsi e sperare di non ricordare, e se dovesse accadere pensare a un incubo notturno, è strana però la sabbia lasciata dalle mi scarpe sul marciapiede ed è la stessa che un dì calpestai a Dogharon!