martedì 18 novembre 2014


No se olvide

Innamorami que era fácil, era como estar en los brazos de muchas emociones o escondido en el interior de la calidez y el color de una puesta de sol.
Cuando la primera vez que nuestros ojos se encontraron, sucedió el milagro de la vida, nuestra vida.
Si supieras mi amor lo hermoso que es despertar y obtener su nombre a la cabeza sólo pronunciar me hace sentir feliz; si supieras qué dulce para tener en tus ojos que tu sonrisa, esas caras divertidas en su cara que yo hago, cuando estás feliz o enojado, cansado, pensativo, perdido en algún tipo de pensamiento.

Me gusta que su manera divertida de hablar y como usted muerde una manzana, me gustaría que cuando el dedo distraído juega a enrede el cabello.
No sé, no sé por qué cada día cada día pensando en usted cuando usted susurra Te amo y no entiendo por qué no puedo evitar sonreír ante usted u ofrecer mis manos siempre te buscan incluso en la oscuridad.
¿Te acuerdas de cuando y como nos habíamos perdido y, al mismo tiempo, hasta hoy, después de tantos años, después de tanto amor, después de decir a nosotros todo y todos los días nos encontramos con algo nuevo que decirnos?
Si supieras cuántas veces mis ojos te acarician, ¿cuántas veces la luz de la felicidad.

¡Ah! Que nuestro amor por la poesía.
Eso me da la vida,
que los sueños,
ese momento.
Bonos E ', fuerte, intenso, cielo, mar.
Si supieras cuánto movimiento del mar en mí, incluso ahora que se perdieron años
Y teñir el pelo blanco, doble párpados, color mis manos.
Esas manos que incluso ahora pronunciando su nombre dibujar el aire:
Te quiero

 

Non dimenticar

 

Innamorami di te è stato facile, è stato come trovarmi tra le braccia di tante emozioni o infilato dentro il calore e i colori di un tramonto.

Quando la prima volta i nostri occhi si incontrarono, accadde il miracolo della vita, la nostra vita.

Se tu sapessi Amore mio quanto bello sia svegliarmi ed avere in testa il tuo nome che solo a pronunciarlo mi fa sentire felice; se tu sapessi quanto sia dolce avere negli occhi quel tuo sorriso, quelle tue smorfie buffe sul viso che mi fai, quando sei felice, o arrabbiata, stanca, pensierosa, persa in chissà quale pensiero.

Mi piace quel tuo modo buffo di parlare e come mordi una mela, mi piaci quando distratta giochi con le dita ad ingarbugliare i capelli.

Io non so, non lo so perché ogni giorno ogni momento del giorno pensandoti ti sussurro T’amo e non capisco perché non riesco mai a fare a meno di sorriderti o di porgerti le mie mani che sempre ti cercano anche nel buio.

Ti ricordi quando e come ci siamo trovati e persi allo stesso tempo fino a oggi, dopo tanti anni, dopo tanto amore, dopo averci detto tutto e ogni giorno troviamo qualcosa di nuovo da dirci?

Se tu sapessi quante volte i miei occhi ti accarezzano, quante volte si illuminano di felicità.

Ah! Questo nostro amore di poesia.

Che vita mi dona,

che sogni,

che tempi.

E’ legame, forte, intenso, cielo, mare.

Se solo tu sapessi quanto mare muovi in me, ancora adesso che sono andati perduti gli anni

E il bianco tinge i miei capelli, piega le palpebre, colora le mie mani.

Quelle mani che ancora adesso pronunciando il tuo nome disegnano l’aria:

T’amo!

sabato 15 novembre 2014


MIO FRATELLO

 

Di Vincenzo Calafiore

 

Avere la piacevole sensazione svegliandomi, del giorno buono, lo sento dentro e così poi si manifesta, prende piega dal momento che appoggio i piedi a terra.

Camminare a piedi nudi fino in cucina è piacevole, così mi preparo il caffè e rimango lì davanti alla caffettiera come davanti ad un oracolo….

Mentre in testa frulla qualche pensiero.

Non è un “qualche pensiero” è mio fratello.

Colui che da ben 69 anni non è stato mai capace di chiamarmi per nome, di non condividere nessuna mia cosa. Colui che poi negli anni a venire, una volta che io, per mia volontà, abbandonato gli studi e la mia famiglia mi misi in viaggio sulla mia strada che non conoscevo e non sapevo dove questa mi avrebbe condotto.

Fu un vero atto di coraggio, avevo appena 15 anni.

Tutte le mattine così per una vita intera.

Tutte le mattine con quel pensiero conficcato come un ago chissà in quale zona del mio cervello che ha rilasciato solo veleno.

Mio fratello!

Che bello poterlo dire nelle circostanze che accadono e si susseguono nel corso della nostra breve esistenza, magari agli amici, ai conoscenti, a chicchessia: mio fratello, o mia sorella, la stessa identica cosa. Non mi è stato concesso.

La lontananza. Per comodità o per vizio, le si addossa la colpa del disastro, può essere, ma forse la verità andrebbe ricercata in noi, ed io lo feci ogni santissimo giorno, anche nel loro lento scorrere.

Ma la domanda che mi ponevo e mi sono posto fino nell’ottobre del 2014 era ed è stata sempre: perché non c’è mai stata in lui la necessità di chiedersi…. “ ma mio fratello o mia sorella, è indifferente, come sta, come se la passa, sta bene, sta male, è felice o infelice?

Be, il mio viaggio su quella strada intrapresa non è stato agile, come per tantissimi altri coraggiosi o coraggiose, come me.

Sono stati anni, ma moltissimi anni, di solitudine, di lunghissimi silenzi, di privazioni, di divieti, di fame e di miseria. A volte sono stato preso dalla paura dell’ignoto, sono stato umiliato nella mia dignità di uomo, sono stato privato della mia libertà, tutto sacrificato a quel mio cosiddetto – avvenire - .

Io per raggiungerlo attraversai l’Italia intera tutto in un tiro, per riprovare il piacevole senso della felicità, per risentire un po’ il calore della mia vita spezzata. Così per anni, tanti anni! E lui, mio fratello invece era da me sempre più distante, sempre più irraggiungibile; finivano le mie brevi, brevissime vacanze e su, con l’auto tutto un tiro per tornare a casa “mia” sempre più solo, sempre più deluso e amareggiato.

Si è proprio come si suol dire: mi sono fatto uomo da solo, come tutto quel che ho, anche la mia poca cultura.

Ma io la mia vita zeppa di errori e di contraddizioni, la mia vita di miseria e di dignità, di amore verso coloro che mi stanno attorno, dei tantissimi amici, degli studi completati, dei miei traguardi tagliati, l’amo, l’amo tanto.

Mio fratello è stato quel compagno di banco assente, un compagno mancato alla fine da me abbandonato; si alla fine e al numero civico nr 69 ho detto basta.

Per poter vivere serenamente i miei ultimi giorni,

per ritrovare la pace,

per risentire la mia vita o per riprendermi la vita.

Di mio fratello non ho che vaghissimi ricordi, forse lui non avrà neanche questi. E sta accadendo in me un miracolo: vedo una gomma che pian piano, con lo stesso moto del respirare lento, sta cancellando la sbiadita immagine ancora giacente nella mia testa. E’ una strana sensazione, più di sollievo che di dolore, perché alla fine del mio viaggio ho potuto comprendere che solo ero all’inizio e solo sarò alla mia fine. Si, perché questa verrà, è dietro l’angolo, ma potrò andarmene non sbattendo la porta in faccia a nessuno, perché ho tutto l’amore del mondo attorno e in me, ma socchiudendola piano, come il mio pensiero vuole sia.

 

lunedì 10 novembre 2014


 

MA L’AMORE…….

 

Di Vincenzo Calafiore

 

Mi sono chiesto più volte che significa, Amare. A ragion veduta mi sono dato anche delle risposte nel corso della mia vita, e nessuna a tutt’oggi in questa mia età nuova è  stata soddisfacente ed esauriente.

Forse questo verbo coniugato giustamente o ingiustamente è talmente grande e vasto che non potrà trovare mai lo spazio sufficiente d’essere contenuto dalla bocca né dall’anima o probabilmente noi stessi che lo pronunciamo quotidianamente non ne abbiamo ancora compreso interamente nella sua pienezza l’immenso che è.

Come tale quindi per noi  addentrarci sarebbe come ritrovarsi perduti in un vasto mare.

E’ umanamente impossibile determinarlo, impossibile quantificarlo, poiché di questa galassia  fanno parte a loro volta altre similari galassie con i loro pianeti:

i sentimenti che individualmente sono degli universi a se.

A riguardo sono state scritte tantissime canzoni, dedicati film, poesie, monologhi, commedie, e nonostante ciò ancora adesso dopo tanti approfondimenti, dopo tanti libri, se dovessimo chiederci cosa sia l’Amore risponderemmo con vaghezza come arrampicandoci sugli specchi.

Che cosa strana è l’Amore.

Che magnificenza!

Una malattia che una volta contagiati cambia la vita, in questa condizione tutto diviene sopportabile, perfino la dilagante indifferenza. Già…. L’indifferenza il male peggiore che ha colpito e si è ormai radicato in questa società anonima; sotto i suoi occhi si perpetuano genocidi, si abbandonano vite, si compiono stupri, si lascia nella miseria.

E come è possibile parlare di Amore?

Che controsenso è questo, che siamo.

Svegliarsi al mattino e già parlare d’amore sarebbe bello, si inizierebbe la giornata nella maniera giusta, in contrapposizione con l’immoralità e le miserie a cui quotidianamente si è sottoposti, con partecipazione o no. Senza questo grandissimo sentimento sarebbe come vivere in mezzo ad un deserto di tutto, ma a guardar bene forse in questo ci siamo già inoltrati da parecchio tempo, altrimenti tanti eventi, tanti episodi non sarebbero accaduti, avvenuti.

Dunque parlare d’Amore è come parlare di Dio, perché è lì che esiste e non certamente nella nostra misera condizione umana. Quindi……

Allora cominciamo a parlarne, facciamolo con la donazione verso lo sventurato, parliamone con le persone a cui teniamo, facciamolo nei confronti di chi non ce la fa più o non arriva a fare, questo atto d’Amore. Ma più di tutto facciamolo verso noi stessi aborrendo la brutalità, la crudeltà, i crimini, le disuguaglianze sociali, la povertà, le schiavitù, le invidie. Cominciamo ad esempio ad amare di più i nostri genitori, i vecchi, invece di confinarli nei moderni lager!

Ti Amo.

  

venerdì 7 novembre 2014


 

 

VIEVER

Di Vincenzo Calafiore

 

E’ vero, non sempre la vita ci sorride, non sempre è cortese cangiante com’è. Tuttavia “lei” trova sempre, come fa una sposa, la maniera di farsi amare e perdonare, a volte anche farsi intravedere oltre i chiari e scuri madreperlati. E’ onda capace di travolgere e quando lo fa lascia dietro di se scie di solitudini e tristezze, amare consapevolezze; ma è la vita, la nostra vita, snocciolata come un rosario tra mani sapienti.

“Lei” è così, e lo sarà sempre è come se ti dicesse – prendere o lasciare – senza via di scampo o possibilità di sfuggirle; chissà in quale maniera la guardiamo e in quante altre la immaginiamo e la viviamo in quel contemporaneo individuale o personale in cui la si odia o si nutre sordido rancore, o con l’indifferenza, l’insopportabilità.

Alla stessa maniera a volte cadiamo nell’errore di trattare la nostra sposa o compagna di viaggio quando magari risulta essere – la sposa sbagliata - .

Ma pare proprio che questa vita, strana mescola di idiozie e d’ignoranza sia proprio un moto inverso difficile da seguire o inseguire, è una sposa sbagliata …. A volte.

Allora accade di chiedersi dove sia la vita? Che fine hanno fatto i buoni propositi, i sogni per cui lottare, le speranze di una vita migliore. Mi torna in mente l’inizio delle fiabe che un giorno lontano leggevo a una bambina prima di consegnarla a Morfeo “ C’era una volta “ quanto è veritiero e quanto è difficile tornare a vivere dentro la misura di un passo! Oggi non ci sono più i passi, c’è la corsa all’inesistente all’inappagamento morale e spirituale con quella facilità mentale.

In realtà niente è facile, perfino il vivere. Forse è troppo facile smarrirsi, perdersi in questo niente del quale è stata ammantata, è triste preludio che fa sì che si corrompa, che s’imbrogli, che ci si accaparri sempre più dell’altrui anima e corpo.

Mi chiedo perché noi non si sia più capaci di vivere entro la misura di un passo in questo imperante degrado morale e sociale purtroppo in continua evoluzione; questo odierno cangiante è una trappola mortale incapace di smentirsi.

Ci vorrebbe una nuova chiave di lettura, forse l’amore, la pietà, la consapevolezza che tutto questo non sarà servito a niente poiché nudi siamo nati e nudi ce ne andremo nell’ultimo viaggio.

Ecco forse è di amore che bisognerebbe nutrirsi e non di sanguinolenti ragioni.

L’amore che conduce all’ascolto, al tendere una mano, ad alleviare le sofferenze del compagno di viaggio senza scopo, senza lucro. Riscoprire l’umanità deceduta e sepolta in noi in nome di un dio denaro sanguinario che esige sempre tributi di sangue.

E’ lì che dobbiamo andare verso l’altruismo, verso l’amore del prossimo, questa si che sarebbe davvero un bel vivere!   

 

LE MANI

Di Vincenzo Calafiore

 

 


 Le mani  per uccidere, per amare, accarezzare, allontanare, rompere, aggiustare, costruire, per disegnare l’aria di segni che man mano diventano linguaggio, il linguaggio delle persone che non possono parlare e delle persone che non vogliono.

La gestualità delle mani e del corpo quindi è linguaggio, da interpretare, da condividere.

Per noi “italiani” esprimerci con le mani è  naturalezza, parliamo muovendo magicamente le mani e lo facciamo per dimostrare amicizia o affettuosità, cortesia, educazione;  per offendere.

Le mani che stringono una bacchetta per dirigere una grande orchestra che rilascia nell’aria meravigliose note in grado di far magicamente parlare il nostro corpo, per commuoverci o per costringerci semplicemente a rimanere ad ascoltare.

Questa è musica.

La musica e la danza con il loro potere di esorcizzare tutti i mali, specialmente quelli dell'anima.

Come non pensare al “ Cielito Lindo una delle più popolari musiche messicane e mondiale, nata nel 1882 scritta da Quirino Mendoza y Cortes e ancora oggi ascoltandola cambia l’umore in un’esplosione di allegria e di colori, desiderio di vivere, conduce in paradiso e tutto diviene positivo.

Così pure “ Ramona” del 1928 scritta da L.Wolfe Gilbert e musicata da Mabel Wayne , Lara’s Theme, La Paloma.

Ma se c’è una musica celestiale capace di farti schizzare in cielo, be…. Questa è il Sirtaki che lo si può ballare da soli, per autoconsolarsi, oppure in due, in tre, in cento, in mille... E' un invito alla fratellanza e all'amicizia, per mezzo dell'incanto della musica. E' un messaggio di amore e di pace.

Perché non pensare di iniziare la nostra giornata ascoltando musica, della vera musica e quel pattume imperante di oggi, mai ricordato, e morto appena dopo nato. Perché non pensare di imparare e ballare il Sirtaki per le strade, nelle piazze, invece di rimanere in quei luoghi compressi e bui, illuminati da forti luci e squarciati da un unico rumore assordante e infernale? Ragazzi forse sarà meglio che voi impariate a ballare il Sirtaki e così riempire le piazze, della vostra gioventù, non fatevela rubare, non fatevi rubare la vita che della buona musica contrariamente e indubbiamente ve la renderebbe molto più bella facendovi “sballare” di emozione! Pensateci.

lunedì 27 ottobre 2014


SE NOI POTESSIMO

 

Di Vincenzo Calafiore

 

Ci sono giorni da ricordare e altri che si vorrebbero già dimenticati , ed invece sono lì nelle anteprime di una memoria instancabile nel riproporle in seno di una quotidianità sfiancante e disarmonica.

Lo è così per i ricordi suddivisi sapientemente in belli  e brutti, sempre galleggianti su quella superficie di quel mare dentro che silente si sposta su diverse sponde delle età smarrite, e lì depositati su spiagge ove si ritorna e si riparte.

Quel che più umilia e uccide è la monotonia della ripetizione del singolo avvenirsi del ricordo ogni giorno, ogni notte, finendo per ricordare ugualmente certe bruttezze d’animo.

Se solo noi potessimo in qualche misura modificarne gli aspetti e le distanze da essi creati, se solo potessimo allontanarci anche se per brevità quante albe, e quanti tramonti non sarebbero andati perduti.

Ma in queste latitudini di improvvise tempeste e mareggiate che travolgono e annegano chiunque  e cose, non è un bel vivere, neanche un bel sognare; per fortuna a salvarci saranno quei ritorni di ricordi che fanno abbozzare un sorriso e la speranza di una felicità intima e segreta.

Noi, questa cercavamo quando all’inizio ci siamo messi in viaggio affascinati forse da questa chimera attraversammo tempi, e navigato a lungo; noi una lunga schiera sempre avanti, sempre in movimento, sempre destinati “sognatori “ ancora adesso dopo millenni costretti a continua migrazione senza ritorno, senza tregua.

La vita sta in un sogno e il sogno dona nuova vita, è energia che muove, solleva e affonda nuove radici, ma mai definisce, mai è deriva in un mare piatto.

Se solo noi potessimo definire nuove rotte per avvicinarci a quella terra di confine tra gli spazi indefiniti tra parole e pensiero che continuamente usiamo per incontrare e tramandare, lasciando in ovunque impronte di se.

Parole e scritture  per un soffio vitale in continua evoluzione, per tracciare nuove rotte che ci allontanino dalla solitudine, dall’indifferenza, dall’ingratitudine, dall’abbietto; consci che quel che è stato dimenticato in realtà è dentro le parole e nei sogni per cui ancora val la pena di annaspare in queste ombre.

Consci che la salvezza della razza dei sognatori non sta nella corsa, ma nella misura di un passo ove ci si aggrega, ci si affascina e si conquistano millimetro dopo millimetro spazi di ingenua vita nei vortici  di nuovi “altrove” invisibili in cui tutto avviene tutto è stato già scritto.