martedì 31 ottobre 2017


Appresso, appresso

Di Vincenzo Calafiore
1 Novembre 2017 Udine

“ … per questo io sono ancora qui
ad aspettarti, per il tuo profumo, per i tuoi occhi, per la tua pelle … che non ho! “


Era emozionante l’attesa, lì davanti a un mare calmo e sereno, dall’altra parte le sagome geometriche, alte e basse, lineari, come fosse un presepe.
Si! Era davvero un’emozione attendere la luce che illuminava il proscenio e un mare che dividendo univa, allora come oggi, come le parole a volte fanno.
C’è sempre qualcosa da raccontare, se ancora adesso dopo una vita “ ciò “ è ancora lì in quel proscenio memorico, è di amicizia che si tratta è di vita che pur dimenticata in una di quelle stazioni lontane ai confini della memoria, è ancora lì uguale, ugualmente piena di vita e di emozioni e ancora con le stesse voci, con la stessa età.
Nel frattempo quel che ero all’inizio è ancora per certi versi appeso a una parete in attesa di un’alba come quelle da un balcone affacciato al mare, io non lo sono più perché crescendo incontrai lei: la parola.
Così appresso a lei ho attraversato città viste dall’alto, sospeso su un filo di vita sopra un baratro di immane solitudine, in perfetto equilibrio, conscio che sarebbe bastato un leggero sbuffo di vento che potrebbe farmi precipitare.
Da funambolo prima, saltimbanco e giocoliere poi, quando decisi di scendere su quelle diagonali e incroci, pullulanti di formiche impazzite come un fiume che nei versi contrari si mescolava e si rigenerava.
Io agli angoli di quei marciapiedi, raccontai con le mie parole le emozioni che hanno i versi che di notte nei sottoscale, trascrivevo su fogli di carta portati dal vento; erano parole genuine come coscienza, come amore, come amicizia, ma lei ancora tardava a venire.
Costretto o forse meglio spinto da quel desiderio che si chiama Amore tutte le volte ritornavo in dietro con la speranza di incontrarla e riconoscerla fra mille, riconoscerla dal suo profumo, dalla sua maniera di muoversi, dalle sue mani grandi, dalla sua pelle morbida e vellutata come onda che copre e scopre nuove emozioni.
Così a questa maniera tra un andare e tornare, a volte quasi a raggiungerla per perderla nuovamente, sono passati lesti lesti gli anni, ma è la mia vita, la mia vita che se ne va.
Se tu sapessi quante parole ancora ho da dirti,
se tu solo potessi sentire il mio cuore in accelerazione quando le narici avvertono il tuo profumo,
se tu potessi udire le parole che per te ho raccolto nella memoria, allora ti fermeresti …. Ti fermeresti ad ascoltarmi recitare per te e solo per te quel che il mio cuore e la mia anima serba per te.
Ma tu sei di un altro!
Un Mangiafuoco che a volte in sembianze di nano ragioniere riesce ad affascinarti, a farti rimanere alla sua corte, prigioniera dei suoi giochi, delle sue trame a te ignote e da ignota vai.
Tu non riesci a sentirmi,
non riesci a vedermi, e mi lasci lì in parte in quello strano gioco del si e del no, o del voler prendere e poi lasciare.
Che strano.
Eppure nonostante “ ciò “ io sono ancora qui saltimbanco e giocoliere, forse anche parola di cui ci si dimentica o si ricorda, la si recita e la si pronuncia a fior di labbra come fosse rossetto del colore che vuoi per il giorno o per la notte quando tra le lenzuola sogni gli abbracci e i baci, quando sogni l’amore e ti svegli con la bocca di sabbia e cerchi acqua che come parole vanno dritte al cuore.
E’ la mia vita che se ne va e tu ancora non sei!
Appresso appresso gli anni uno dietro l’altro infilati dentro la cruna di un ago che non riesce a trattenerli, cadendo in un precipizio svaniscono, come me ad ogni alba come fossi una parola che il vento si porta via.   


lunedì 30 ottobre 2017

23/ott/2017 20:00 – 30/ott/2017 18:00




Spendi e spandi


Di Vincenzo Calafiore
31 Ottobre 2017 Trieste


Più vado avanti nel mio “ viaggio “ e più si sommano i ricordi e sorge sempre più frequentemente la domanda che mi pongo: - Si stava bene quando si stava male? – ho visto l’Italia risorgere dalle macerie, l’ho vista bella e splendente e ora?
Certo non c’è di essere orgogliosi ma non c’è neanche una sola motivazione per rimanerci, a parte il saper vivere dell’ italiano, a parte la cultura e il patrimonio culturale che è solamente e unicamente, italiano.
Non so se la colpa di questo immane declino sia a causa del suo ingresso in quel “ macello “ chiamato Europa, e sono sempre più convinto che la causa di ciò sia da attribuirsi alla politica, ai governi che si sono succeduti nel tempo.
Ma è anche vero purtroppo che il l’unico vero colpevole di questo caos chiamato Italia sia il popolo; troppo menefreghista, troppo accondiscendente, troppo individualista, troppo stanco ma non troppo di essere tartassato!
Sono confuso dai troppi programmi televisivi in cui politici e non, opinionisti, che in dibattito solo per insultarsi oltre a spendere un sacco di parole, inconcludenti, riempiono le ore programmate dalla TV di Stato e non solo, anche le private.
Io mi chiedo quando finirà questo stato di cose:
in cui c’è uno Stato debitore che oltre a non pagare pretende.
Un governo che pensa solo a come “ incassare “  e a non garantire.
Un governo che permette e costringe all’evasione, che  poco fa contro i corrotti e corruttori.
Uno governo a cui poco importa del popolo, e un popolo a cui non gliene frega niente.
Che io ricordi c’è stata una Signora che in diretta televisiva pianse quando annunciò le sue drastiche misure al popolo italiano …. , ma sappiamo che è una legge a favore dei governi e non del popolo.
Che non si sappia a quale Santo votarci per salvarci dalla tirannia bianca che ancora adesso imperversa è peggio di una dittatura, perché è di dittatura economica che si tratta, è un dato di fatto!
A questo punto mi sorge anche il dubbio su questo enorme debito pubblico!
Ma la cosa più sconvolgente è che non si sa più di chi fidarsi!
I risparmi dove li mettiamo? Non ci si può fidare più nemmeno delle Banche.
Dove guardi, guardi, c’è corruzione, fiumi di denaro che sparisce ….. e nessuno è responsabile!
Se rubi una bistecca vai in galera, sottrai i risparmi di risparmiatori e sei salvo, nessuno ti tocca!
Le pensioni, sono sempre le stesse, così gli stipendi.
La prostituzione, spaccio sono in aumento e i ladri attenendosi alla legge possono rubare, violentare  comodamente negli orari previsti.
La corruzione a tutti i livelli è ben consolidata.
Pensare a chi si alza alle 4 per andare a lavorare donne e uomini per quattro soldi,
pensare ai giovani che oltre a non avere un futuro ( i bamboccioni) non lo vedono neanche,
pensare a quella schiera di donne sole, che per vivere sono sfruttate da quelle agenzie… donne che all’alba partono per pulire scale e uffici per una paga da fame,
pensare a tutte quelle persone che non conoscono cosa sia più un “ festivo “ e che non hanno più una famiglia… per il lavoro o per il tozzo di pane…
Forse è meglio fermarsi qui, tanto tra un po’ andremo a votare ( ma non è così ) e finalmente la Casta si consoliderà per bene assicurandosi pensione, stipendi, privilegi, seggiola, auto blu, treni e aerei gratis, stadio e visite specialistiche gratis anche questi, mentre noi paghiamo il ticket…. E gli extra-comunitari invece no, per loro tutto è gratis,  tutto è dovuto.
Così le case…. prima vengono loro e poi il popolo italiano che viene pure cacciato via dalle abitazioni…
Insomma a guardar bene bene tutta la storia, non c’è da stare allegri, ma non c’è una sola motivazione di essere orgogliosi e di rimanere ancora in Italia; forse faremmo prima ad emigrare tutti in massa e lasciare il posto a quelli che “ salvati “ vengono in Italia e sanno cosa volere e come ottenerlo… e mi viene un dubbio: ma non è che siamo un po’ coglioni?
O che stavamo veramente meglio quando si stava male?


domenica 29 ottobre 2017

Viaggiatori stanchi…



Di Vincenzo Calafiore
30 Ottobre 2017 Udine
( 100 pagine in una)

“ ….. è te che voglio
per guardarti negli occhi
per innamorarmi ancora di te
dopo oggi,  dopo domani, per
incantarmi in te ora come ieri
come domani … finchè ci sarà luce. “

Dopo una notte passata a pensare al prossimo incontro, al vederti arrivare con quegli occhi lucidi e splendenti;
dopo una notte quasi insonne, quasi all’albeggiare del nuovo giorno all’orizzonte si profila nitidamente la tua immagine e la mia vita cambia.
La sera prima dell’incontro, quasi sempre, perché così accade, sogno e nel sogno ti stringo forte a me, a volte trattengo il respiro e rimango lì ad ascoltare il tuo cuore stretto dall’emozione di sentirmi vicino, viso con viso e mani con mani, gambe intrecciate come radici, entrambi perduti in quel richiamo dolce che l’amore.
Come vele spiegate a navigare in quel letto, quasi vicini all’alba che ci trova come viaggiatori stanchi, esausti, ancora con il profumo addosso di un’aurora che stenta a bussare al nostro uscio.
A volte c’è la strana sensazione dell’abbandono, del vuoto, quando non sei, quando non sento il profumo della tua pelle….  ma siamo viaggiatori stanchi da salvare da quel mare che superato l’orizzonte si avvicina minaccioso.
E’ il tempo che passa,
è tempo che non si lascia dietro nulla, nemmeno un ricordo.
Ma io ti penso in questo tempo che s’inventa e si trasforma affinchè  livida e sprofondata la notte ci accompagni fino al mattino respirando piano.
Io e te, come vele che cercano il vento per vivere, noi ci cerchiamo per amarci, per vivere, per dirci con o senza parole quel  - ti amo -  che come vento a volte ci travolge.
Starei a guardarti negli occhi, per innamorarmi ancora una volta di te come ieri, come oggi, come sarà domani, incantarmi in te ora come ieri, come domani, finchè ci sarà luce, vento!
E mi sogno di noi che aspettiamo primavera da dietro un finestrino di un treno che corre veloce attraverso praterie e sconfinati orizzonti per lasciarci chissà in quale stazione alla fine, altro non siamo che viaggiatori stanchi delle tante stazioni, dei tanti vuoti, delle prolungate assenze, dei silenzi, del mancato amore.
Eppure nonostante ciò ancora adesso, guardandoti, mi viene voglia di innamorami ancora di te!
E’ cercarsi, è amarsi, è vita!




venerdì 27 ottobre 2017

Nella notte parlano i corpi

Di Vincenzo Calafiore
28 Ottobre 2017 Udine


Questa società che brulica, sfaccettata d’ignoranza, rumorosa e scomposta, sempre ai bordi del cono di luce: l’Amore, dentro il quale cerca di collocarsi.
C’è il bisogno di amare ed essere amati, come fosse nutrimento fondamentale per l’anima; così l’amore si manifesta attraverso il dialogo affettivo, anche per risolvere nodi di sofferenze personali, trasformando la relazione in qualcosa d’altro come l’amare interiormente, nel linguaggio dei corpi.
E’ una sensazione bellissima, indimenticabile emozione l’amore oltre i corpi, l’amore giornaliero dei piccoli gesti, degli sguardi che s’incontrano e si parlano con il linguaggio dei corpi.
Poi potrebbe accadere che i corpi non si parlano più, e gli sguardi non s’incontrano è la tempesta che sopraggiunge, ma se si ama sarà superata con altri linguaggi, con altri segni, ma sempre amore rimane.
Nell’accerchiante oscurità di questa cornice i volti s’intravedono, oscillano, vivono; i corpi si appannano e si sgretolano …. Tanti annegano, cessano di vivere l’amore e andranno per vie che non portano da nessuna parte se non verso il rimpianto.
Ma l’amore, il vero amore, non perde la sostanziale caratura della raffigurazione chiaroscurale dell’attesa e negli anni che volano via.
Non voler amare, non amare, non riuscire più ad amare è un accovacciarsi dentro un gran sussulto di nebbia davanti a un sipario immenso che potrebbe non alzarsi più.
Ad alzarsi sarà la malinconia in un gran vuoto o nel grande rumore di passi, di cose pesanti spostate: i ricordi, le immaginazioni.
Può allora verificarsi un passaggio di significati, di senso, da un contesto di vita all’altro, o di una dialettica parallela a quella specifica della coppia che vede due esseri amorevolmente intrecciati o intrecciarsi; amare porta necessariamente rinunce, superamento di egoismi personali e compromessi.
Tratti che apparentemente con l’amore gioioso o giocoso sembrano non avere nulla a che fare, ma che inevitabilmente si insinuano nella relazione.
Così amando e essere amati, l’amore diventa fonte di gioia, benessere, conferme.
Ma l’amore non sempre è una benedizione, può essere tormento, prigione, malattia che consuma al pari di un malessere fisico da cui non ci si riesce a liberare facilmente!
<< … lasciami, non trattenermi nella tua memoria …. >> l’addio.
Amare vuole dire anche libertà, liberi di esprimersi, di raccontarsi o di immaginarsi diversi, magari perdersi in un labirinto di frasi e di parole, di accenni e di sussurri.
Magari scrivere di lei poiché scrivere è come baciare senza labbra e di baci si addensa la notte quando parlano i corpi!
Nell’amore ci sono i temuti silenzi, i teneri rimbrotti dopo i litigi immancabili, pause nella vita che sin da quel momento del primo incontro non è stata più la stessa; l’incontro notturno intensamente voluto impossibile descrivere le emozioni le sensazioni in un gioco denso di erotismo e non privo di sorprese e di colpi di scena.
Non amare o non essere amato è come voler scomparire da una fotografia, facendo uno sforzo tremendo per trascinarsi dietro il peso mostruoso delle proprie passioni.


martedì 24 ottobre 2017

Ed io che sono qui…

Di Vincenzo Calafiore
25 Ottobre 2017 Udine
( 100 pagine in una, un racconto da farsi)










“  Là infondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia…. “

Buttiamoci nei ricordi, inebriamoci di nostalgia per quelle cose che pur non essendoci più sono ancora lì come appena accadute, come appena viste o vissute.
Buttiamoci nelle fragranze di spensierate estati o primavere in mezzo a un campo trapuntato dai bianchi e dai gialli, dal violaceo cardo, sfiorati dalle ali di rondini attorno a un fienile.
Piuttosto che rimanere qui in una specie di delirio di ordinaria follia.
E penso a te che ormai passi di sogno in sogno e ti svegli con la speranza che ciò che stai vivendo altro non sia che un brutto sogno da cui andar via, scappare lontano, rifugiarsi in qualche altra parte ancora di verginale umanità.
La sigaretta si consuma piano nel posacenere e sale lento un filo dritto di fumo verso un soffitto bianco che a guardarlo sembra un cielo privo di stelle; con la testa appoggiata al palmo della mano la fisso e trovo un’alternanza di immaginazioni sprofondate nella memoria, somiglianti a certe notti passati in bianco sui libri il giorno prima degli esami.
Tu da un’altra parte ti preparavi in latino, ripassando, “ Il De Bello Gallico “ mentre io del Pascoli mi inebriavo di poesia e mi sentivo bene al cuore.
Ahimè che fine hanno fatto il Pascoli, D’Annunzio? Chi le studia più le loro poesie….. ? Ricordo allora quando dovetti imparare a memoria “La Cavalla Storna “ quanto mi ero immedesimato, e quanto male ci stavo…. La recitai con passione dinanzi ai miei compagni….
Ma con te non ho mai recitato, ti sentivo dentro di me, ti amavo come non mai… e mi ritornano in mente quelle serate in riva al mare dinanzi ad un falò; tu che ti coprivi la testa con un foulard a fiori, e lì ad ascoltarmi recitare solo per te poesie del Pascoli e del Carducci, e poi accovacciati noi due davanti alle braci fino a quando erano cenere.
Come cenere divennero gli anni nostri, il nostro amore, i nostri sogni, il nostro essere.
Ed io che sono qui a ricordarti ancora, ora come allora ricordar il colore degli occhi, la tua leggerezza di mare, il tuo primaverile profumo.
Ti ho vista nascere ombra cieca, che a mendicar andavi nei vicoli del tempo bramosa d’argentei lumi: che tempo sei stata! Che sbronza di libertà! Che sogno!
Ora quasi all’imbrunire s’ode lontana la voce che chiama è l’inquietudine di un’incertezza pressante, che marea dopo marea sbianca le vette dei tanti sogni smorzati sul nascere come candele all’ingresso d’una chiesa da una bava di vento!
Se tu almeno ti decidessi a darmi conforto in questo mio smarrimento in un grande deserto,
se tu ti decidessi almeno una volta a mostrarmi gli occhi tuoi affinchè io possa tornare là dove un tempo accovacciati su un lembo di sabbia mi costringevi per tuo diletto a farmi recitare poesie che più ormai non so.
Allora vieni!
Vieni a rinverdir quei desideri tralasciati come conchiglie morte, come anni smarriti, come vita dissolta in quella strana misura di un passo che ahimè tanti purtroppo continuano a chiamare età!
Quando è di Amore che si tratta!?
Amore per quello che è andato ad affievolirsi come parole in punta di labbra, come respiro lento e dolce, come onda lenta e fugace, come vita.


domenica 22 ottobre 2017


                    Come sono vecchio, io

Di Vincenzo Calafiore
23 Ottobre 2017 Udine


GIULIETTA Il tuo nome soltanto m’è nemico; ma tu saresti tu, sempre Romeo per me, quand’anche non fosti un Montecchi. Che è infatti Montecchi?… Non è una mano, né un piede, né un braccio, né una faccia, né nessun’altra parte che possa dirsi appartenere a un uomo. Ah, perché tu non porti un altro nome! Ma poi, che cos’è un nome?… Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Così s’anche Romeo non si dovesse più chiamar Romeo,chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua? Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome,che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia.

Non ricordo più quante volte abbia letto e riletto – Romeo e Giulietta – come del resto – Il Dottor Zivago – di Boris Pasternak.
Allora quel film l’avrò visto più di una decina di volte e ogni volta tornavo a casa sempre più innamorato di una donna che ancora non c’era, e su quel lungomare affacciato alla ringhiera mi fermavo a guardare il mare e così dopo avermi arrotolato i pantaloni fino alle ginocchia e le scarpe legate attorno al collo passeggiavo sulla riva facendo finta di avere una ragazza.
E a questa ragazza raccontavo di me, dei miei progetti, del mio futuro…. ma poi mi rendevo conto di essere solo e cadevo in una immane tristezza.
L’amore, quello vero, quello che mi ha “strizzato” il cuore è venuto molto, ma molto tempo dopo; donne avrei potuto volendo averne chissà quante, ma per onestà nei loro confronti non sono andato mai oltre il rapporto di amicizia.
Ma c’èra e ancora c’è in me l’amore di Giulietta, di Nausicaa, ….  come se pensasse a voce alta e rivela il suo desiderio: che Odisseo possa essere lo sposo per le nozze che il sogno inviato da Atena le ha annunciato.
Chi non ha mai sognato un amore così come Giulietta, come Nausicaa? Tutti.
Ora che ho l’amore e guardando gli innamorati di oggi mi sento un estraneo e pensare alla trepidazione del primo incontro, a quell’andare ad aspettarla sottocasa, tanta brillantina sui capelli e pochi spiccioli in tasca. La più grande meraviglia erano le lunghe passeggiate mano nella mano in riva al mare, l’emozione più grande sentire il profumo della sua pelle; qualche bacio rubato, qualche carezza… tutto qua!
Oggi che tristezza fanno questi giovani che non sanno parlare con una ragazza se non con l’invio di messaggini, e se sono a tavola neanche si parlano presi come sono a digitare sempre qualcosa su quel dannato cellulare.
Che tristezza vedere le ragazze con anelli e chiodi infilati nel naso, sulla lingua sulle labbra, gli osceni tatuaggi su ogni parte del corpo che lo deturpano invece di abbellirlo.. e poi quei nomi di ragazzi scritti sui polsi o sulle braccia, sul collo, come segno di appartenenza … e se poi si lasciano?
Ma più di tutto è la mancanza di femminilità nelle donne e l’eleganza d’essere uomo negli uomini.
Mortificante è lo spadronare della volgarità sia nel linguaggio che nella gestualità  in entrambi i sessi.
Mortificante è l’ignoranza, come lo è quel voler essere ciò che non si è e per esserlo si arriva a sottoporsi a dolorosi e costosi interventi chirurgici….
Bruttissimo l’abbigliamento per non dire orrendo in certi casi, come il vedere una donna in carne, strizzata dentro un pantalone elastico ( mi pare che si chiamino fusò leggings o fusò trasparenti ).
Certo che è difficile oggi innamorarsi come Romeo e Giulietta  o come Yuri Zivago e Lara Antipova! Io l’ho provato e ci sono rimasto una vita intera.


sabato 21 ottobre 2017

                                                              Se fossi un viaggiatore
sguardo_.jpg



Di Vincenzo Calafiore
22 Ottobre 2017 Udine


( 100 pagine in una, un romanzo da farsi)


“  non posso e non potrei immaginare
una vita senza una persona da – amare –
amarla così com’è con tutti i suoi difetti
con le sue carenze. Amarla così perché
lei comunque è quel gradino che mi fa
toccare il cielo…. “ Vincenzo Calafiore



Non posso aspettare più anche fosse solo un attimo tanto è il mio desiderio di vederti.
Nono posso rimanere fermo dietro una finestra e vederti spuntare all’improvviso vestita di allegria e sogni che allestano i passi tuoi.
Io mi ricordo le mie tristezze, quelle dei sogni e quelle dentro di me quando tu ancora non eri nella mia vita, e di quando te ne sei andata e ritornata.
Oggi ritorni
Ed io posso aspettarti per i tuoi baci
per la tua bocca per le emozioni che mi dai quando come marea mi sormonti e mi fai annegare dentro i tuoi occhi, i miei desideri sfumanti all’alba come il mare mi quieto, come il mare ritorno.
E tu come una rondine ritorni
io ti amerò, ti chiamerò nuovamente con un altro nome come fosse la prima volta ogni volta, ti coprirò di buone parole, ti dirò nuovamente, t’amo.
Quello che manca a questo mondo è l’amore, quello che serve alla vita
come acqua, come sale!
Quello che manca a questo mondo è un sogno, un sogno d’amore.
Io sono quell’uomo che tu ami che ha un sogno ed è quello di poterti amare fino alla fine dei miei giorni.
Ma certe notti mancano le parole d’amore eppure tanta gente parla d’amore in una lingua morta e si credono d’esseri vivi mentre sono già morti come le loro parole.
Ma la verità amore mio è che mi manchi e so che tornerai all’improvviso, come il sole dopo un temporale;
mi manchi quando ridi, mi mancano i tuoi fianchi, le tue labbra calde e altro ancora, mi manchi da morire.
Mi manca quella tua leggerezza che mi aiuta ad affrontare il mondo e la mia tristezza quando non ci sei.
Mi mancano i tuoi occhi che mi sanno guardare, che sanno accarezzarmi anche nella tua lontananza allora ti immagino, ti scrivo, ti invento, e così mi pare di averti affianco come un tempo quando stringendomi al tuo petto mi urlavi in faccia: t’amo!