martedì 24 ottobre 2017

Ed io che sono qui…

Di Vincenzo Calafiore
25 Ottobre 2017 Udine
( 100 pagine in una, un racconto da farsi)










“  Là infondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia…. “

Buttiamoci nei ricordi, inebriamoci di nostalgia per quelle cose che pur non essendoci più sono ancora lì come appena accadute, come appena viste o vissute.
Buttiamoci nelle fragranze di spensierate estati o primavere in mezzo a un campo trapuntato dai bianchi e dai gialli, dal violaceo cardo, sfiorati dalle ali di rondini attorno a un fienile.
Piuttosto che rimanere qui in una specie di delirio di ordinaria follia.
E penso a te che ormai passi di sogno in sogno e ti svegli con la speranza che ciò che stai vivendo altro non sia che un brutto sogno da cui andar via, scappare lontano, rifugiarsi in qualche altra parte ancora di verginale umanità.
La sigaretta si consuma piano nel posacenere e sale lento un filo dritto di fumo verso un soffitto bianco che a guardarlo sembra un cielo privo di stelle; con la testa appoggiata al palmo della mano la fisso e trovo un’alternanza di immaginazioni sprofondate nella memoria, somiglianti a certe notti passati in bianco sui libri il giorno prima degli esami.
Tu da un’altra parte ti preparavi in latino, ripassando, “ Il De Bello Gallico “ mentre io del Pascoli mi inebriavo di poesia e mi sentivo bene al cuore.
Ahimè che fine hanno fatto il Pascoli, D’Annunzio? Chi le studia più le loro poesie….. ? Ricordo allora quando dovetti imparare a memoria “La Cavalla Storna “ quanto mi ero immedesimato, e quanto male ci stavo…. La recitai con passione dinanzi ai miei compagni….
Ma con te non ho mai recitato, ti sentivo dentro di me, ti amavo come non mai… e mi ritornano in mente quelle serate in riva al mare dinanzi ad un falò; tu che ti coprivi la testa con un foulard a fiori, e lì ad ascoltarmi recitare solo per te poesie del Pascoli e del Carducci, e poi accovacciati noi due davanti alle braci fino a quando erano cenere.
Come cenere divennero gli anni nostri, il nostro amore, i nostri sogni, il nostro essere.
Ed io che sono qui a ricordarti ancora, ora come allora ricordar il colore degli occhi, la tua leggerezza di mare, il tuo primaverile profumo.
Ti ho vista nascere ombra cieca, che a mendicar andavi nei vicoli del tempo bramosa d’argentei lumi: che tempo sei stata! Che sbronza di libertà! Che sogno!
Ora quasi all’imbrunire s’ode lontana la voce che chiama è l’inquietudine di un’incertezza pressante, che marea dopo marea sbianca le vette dei tanti sogni smorzati sul nascere come candele all’ingresso d’una chiesa da una bava di vento!
Se tu almeno ti decidessi a darmi conforto in questo mio smarrimento in un grande deserto,
se tu ti decidessi almeno una volta a mostrarmi gli occhi tuoi affinchè io possa tornare là dove un tempo accovacciati su un lembo di sabbia mi costringevi per tuo diletto a farmi recitare poesie che più ormai non so.
Allora vieni!
Vieni a rinverdir quei desideri tralasciati come conchiglie morte, come anni smarriti, come vita dissolta in quella strana misura di un passo che ahimè tanti purtroppo continuano a chiamare età!
Quando è di Amore che si tratta!?
Amore per quello che è andato ad affievolirsi come parole in punta di labbra, come respiro lento e dolce, come onda lenta e fugace, come vita.


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