lunedì 19 dicembre 2016



L’ultima marea


Di Vincenzo Calafiore
20 Dicembre 2016 Trieste
Barba bianca e capelli arruffati dal vento, da ogni vento del mare, carnagione olivastra, gli occhi piccoli verdi, mobilissimi, pronti a seguire le spericolate traiettorie dei gabbiani:
Andrea delle maree!
Gli bastava scrutare il lento andare delle nubi all’orizzonte, poco sopra gli ultimi scogli, per capire se il mare sarebbe stato generoso coi pescatori, oppure non uscire affatto in mare per sfuggire alla burrasca.
La sua vita seguiva il ritmo delle maree, delle onde e l’intensità della luce del sole, piegandosi ai voleri della luna solo quando era tempo di razziare sogni al largo del mare più grande, i bianchi unicorni facilmente addomesticabili, nelle ore notturne, grazie alla complicità della luce lunare.
Andrea, oltre a conoscere il mare era un narratore di sogni!
Le sapeva raccontare le storie con toni e pause con cui i vecchi narratori incantavano gli spettatori delle tragedie greche in riva al mare, e le raccontava ai bambini che incontrava per strada o nelle piazze, sui gradini di una chiesa.
La voce profonda, resa leggermente roca da un sigaro stretto nell’angolo delle labbra, le immaginarie geometrie disegnate nell’aria con le spesse dita, ne facevano il miglior narratore delle leggende del mare; non c’era onda di cui non conoscesse i segreti.
Storie che incantavano i bambini!
Spiriti d’indomiti marinai s’univano nei suoi racconti agli angeli tessitori delle maree, al canto delle sirene e c’erano pesci d’immensa bellezza, allegre stenelle pronte a saltare davanti allo scoglio ove andava a  sedersi.
Andrea aveva un amore!
La donna dagli occhi di gatta, che si aggirava nei suoi sogni, sinuosa e graffiante, figlia di un amore più grande tra la terra e il mare. Amore sancito con la complicità di un gabbiano che aveva rubato i raggi alla luna per farne lunghi capelli e ciglia e le raccontava di lui.
Lo sapeva pure il mare.
L’aspettava ogni sera davanti alla finestra dove spesso si addormentava, ma la magia si svelava di notte nel sogno più bello, fino al mattino che gliela portava via, lasciando scie di sabbia che dal letto finivano in mare.
La terra e il mare con l’aiuto del sole la nascondevano fino al tramonto, e quando saliva la marea lui era lì nel vento ad attenderla ogni volta con un anno di meno, sempre più bianco, sempre più salsedine.
Lei ogni alba lo accoglie a ridosso dello scoglio, con le sue braccia di seta blu, gli accarezza i bianchi capelli e la lunga barba, ascolta la sua voce e s’incanta, sente le sue mani e si stende fino a diventare mare che lo avvolge e lo solleva fino in paradiso.
L’ascolta quando lo sente raccontare le sue storie negli immensi abissi dell’infinito amore. Parla di luccicanti schiere d’onde, alte e maestose che lo accolgono in paradiso, quando le naviga col suo gozzo, dritto a poppa con il legno del timone stretto tra i polpacci e una ciurma di bambini intorno.
Una notte di luna grande e piena di luce, lei lo trascinò nel suo letto coprendolo di baci e di carezze come solo lei sapeva fare, la sua donna!
Qualcuno giura di sentire ancora nelle notti di maggio, il rombo del motore della sua barca riverberarsi tra gli scogli.
Altri raccontano d’averne scorto la fumata sagoma d’onda, durante la tempesta che risucchiò la notte, mentre Andrea scivolava sulla schiuma di una marea lunga una vita dove ancora è possibile amare senza inganno, con la poesia che dell’amore conosce i battiti d’ala che segnano l’aria di forme e geometria. Come una vita, come un sogno!!


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